Dopo 8 mesi di arresti domiciliari, donna palestinese condannata al carcere per “istigazione”

411245CGerusalemme-Ma’an. Dopo otto mesi di arresti domiciliari, Sahar al-Natsheh (48 anni) si sta accingendo a passare tre mesi in un carcere israeliano.

Al-Natsheh è stata arrestata il 21 marzo 2016 vicino al passaggio Bab al-Hutta (Porta del Perdono) che conduce al sito della Moschea Al-Aqsa, nella Città Vecchia di Gerusalemme Est occupata.

Al-Natsheh ha raccontato a Ma’an che le autorità israeliane l’hanno accusata di istigazione attraverso i social media, mediante la pubblicazione di immagini di martiri palestinesi, scrivendo “didascalie provocatorie” e pubblicando la volontà dell’attentatore palestinese, poi ucciso, Bahaa Elayyan.

A seguito della sua detenzione, al-Natsheh ha raccontato di essere stata messa in isolamento per 11 giorni nel carcere israeliano di Ramla e nel centro di detenzione Russian Compound.

“Ho dovuto affrontare situazioni molto difficili, non ho bevuto acqua per due giorni, il materasso era in condizioni pessime, bagnato e puzzolente, ed il bagno all’interno della cella era molto sporco”, ha dichiarato Al-Natsheh a Ma’an, descrivendo il tempo trascorso in isolamento.

Una volta rilasciata dall’isolamento, è stata condannata ad otto mesi di arresti domiciliari.

“Durante la detenzione, le forze israeliane hanno perquisito la mia abitazione, interrogato altre donne che mi conoscono, confiscato telefoni ed altri dispositivi da casa mia ed hanno controllato il contenuto di tutto ciò che è stato confiscato”, ha detto.

Al-Natsheh ha notato che durante gli interrogatori gli ispettori israeliani si sono interessati soprattutto alle vecchie foto che aveva pubblicato sul suo account Facebook, di Palestinesi che lanciavano pietre contro i militari israeliani, di attacchi con auto palestinesi che speronavano le forze israeliane.

Al-Natsheh, tuttavia, ha dichiarato a Ma’an che il suo account Facebook era stato violato, e che non è stata lei a pubblicare le foto.

Ha anche aggiunto che le autorità israeliane le hanno vietato di utilizzare i social media, di utilizzare smartphone e di comunicare con la stampa mentre si trovava agli arresti domiciliari, e che non poteva accompagnare suo marito all’ospedale quando si fosse ammalato, e che non poteva partecipare alla cerimonia di laurea di suo figlio.

Nonostante le accuse di istigazione formulate contro di lei, al-Natsheh ha chiarito che, già alla fine del 2015, era stata messa nella lista nera delle persone che non possono entrare nella Moschea Al-Aqsa, e lei riteneva che la ragione principale della sua condanna fosse la violazione dell’ordinanza emessa nei suoi confronti.

Il 24 novembre 2016 un tribunale israeliano condannò questa madre di sei figli a tre mesi di carcere per istigazione attraverso i social media e per essere entrata alla Moschea Al-Aqsa, il terzo luogo più sacro per i musulmani di tutto il mondo.

Prima del suo arresto, avvenuto nel marzo 2016, e degli eventi che sono comparsi in seguito, per i quali Al-Natsheh sostiene le autorità israeliane le abbiano imposto di non parlarne coi media, lei era stata arrestata parecchie volte dalle forze israeliane “nel tentativo di metterle paura e tenerla quindi lontana dalla Moschea Al-Aqsa”, ha riferito.

Secondo Al-Natsheh, a seguito di uno dei suoi arresti, durante il quale sostiene che le forze israeliane la hanno aggredita nel sito della Moschea Al-Aqsa, le è stato vietato di entrare in questo luogo per due mesi.

Al-Natsheh, moglie, madre di sei figli e nonna di 12 nipoti, ha detto che nonostante si stia preparando a trascorrere tre mesi nelle carceri israeliane, lei “ha ancora un buon umore”.

Negli ultimi mesi Israele ha arrestato decine di Palestinesi per le loro attività sui social media, sostenendo che, un’ondata di disordini che ha colpito i territori occupati palestinesi dall’ottobre del 2015, è stata fortemente incoraggiata dalla “istigazione”. La violenza ha provocato 247 morti tra i Palestinesi uccisi da israeliani, così come 34 israeliani uccisi da Palestinesi.

I critici hanno invece evidenziato, come motivi principali dell’incremento dei disordini, la frustrazione e la disperazione provocate dalla decennale occupazione militare di Israele dei territori palestinesi e l’assenza di un orizzonte politico, ed hanno accusato il governo israeliano di utilizzare l’argomento dell’”anti-terrorismo” per giustificare e rafforzare ulteriormente l’occupazione militare ormai cinquantennale della Cisgiordania, e l’assedio quasi decennale della Striscia di Gaza.

In risposta alle accuse di istigazione contro i Palestinesi, nel luglio scorso il segretario generale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), Saeb Erekat, aveva condannato l’attuale governo israeliano per il suo fallimento nel “rafforzare una cultura di pace e di coesistenza all’interno della società israeliana”, ritenendo Israele responsabile per l’istigazione, dicendo che “le politiche ufficiali israeliane rafforzano l’odio, il razzismo e gli atteggiamenti discriminatori nei confronti dei Palestinesi. Tutto ciò viene ulteriormente consolidato dalla protezione istituzionale che viene concessa a coloro che commettono od istigano alla violenza contro i Palestinesi”.

Traduzione di Aisha Tiziana Bravi

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