“Tra realtà e sogno: la rinascita della poesia palestinese”

IMG_20170420_112922(1)Di Giuseppe Marino. “Tra realtà e sogno: la rinascita della poesia palestinese”.

“Sulla cima di un garofano”, di Yousef Al-Mahmoud, è una raccolta di poesie palestinesi pubblicata in Italia nel 2013 da Camenia Editrice e nel 2016 da Di Felice Edizioni, tradotta da Odeh Amarneh. Yousef Al-Mahmoud è uno dei tanti autori che in questi ultimi anni stanno riproponendo la letteratura palestinese nel mondo, espressione di una cultura che nonostante la guerra e la censura non smette di stupire e di dar voce pacificamente alla lotta del popolo palestinese.

“Sulla cima di un garofano” può essere considerato come un affresco mirabile della letteratura di resistenza della Palestina contemporanea. Opera di un autore moderno e maturo che non esita a riprendere in toto la tradizione culturale palestinese, riproposta attraverso le sue immagini più ricorrenti: la terra e la sua vegetazione/l’amore/l’amicizia/la patria/la quotidianità della vita palestinese. Perfetta, infatti, è la descrizione data nella prefazione del libro da Odeh Amarneh in cui spiega: “Con l’uso sapiente delle parole l’autore disegna un quadro di colori che vanno dal nero al bianco, dal rosso al verde, ricco di cardi, di ginestre, gelsomini, margherite, melograni, garofani, menta, finocchio, timo, mandorle, fichi, ulivi, albicocchi”.

Sullo sfondo della natura, tra paesaggi e fauna circostante riecheggiano i rumori e le tristi immagini della guerra: aerei, bombardamenti e spari si intersecano con cinica costanza tra i versi di Al-Mahmoud.

Un misto di pensieri, stati d’animo, scorci di vita e bellezze naturali che come dei tasselli compongono un mosaico di immagini, con tinte a tratti struggenti. Quelle di una terra meravigliosa da troppo tempo martoriata e devastata da una guerra intestina, dove spesso rupi, colline e alture diventano meta di rifugio e libertà:

“La sua casa è sulla cima di un garofano, accanto alla collina dei venti.                                                    La sera vi troviamo rifugio dalla paura degli spari e degli aerei.                                                                                    …

La voce dei proiettili perseguitava il nostro caffè e infrangeva parole del nostro discorso.

La voce dei proiettili e il guaire dei cannoni si avvicinano ai fiori e alle finestre,                                     si avvicinano al tepore e all’acqua e alcune schegge risuonano sulle scale esterne                                   e cadono vicino al marmo.

…La sua casa è sulla cima di un garofano e noi ci siamo dentro                                                               ci rifugiamo in essa allontanandoci così dagli occhi dei soldati”

(cit. Sulla cima di un garofano).

Queste immagini tipiche della cultura popolare palestinese del ‘900, tendono spesso a rappresentare stati d’animo figli di una situazione insostenibile, i quali finiscono con l’assumere tratti demoniaci.  La disperazione e la tristezza per il lavoro, per i cari defunti, per il nemico onnipresente ed insormontabile, per  la diversità.

E tra i versi dell’autore non può che emergere un chiaro riferimento alla morte, portatrice di rovina e sofferenza, oramai troppo spesso compagna invisibile dei palestinesi che a volte, in estrema ratio, si trasforma  nell’ unico alito di libertà:

“… Muori come si deve. Corri lontano sulle terre della morte,                                                                    la morte è più vasta delle ali della colomba e più dolce di una terra dove muore la nostalgia.

(cit. Muori come si deve)

Ed è così che la sofferenza non ci viene presentata come il frutto della causalità o del moto ondivago della vita, ma come realtà quotidiana della vita palestinese. Figlia bensì della lotta e della resistenza infinita di un popolo che non chiede molto, se non di essere padrone nella propria terra, disposto a lacrime e sangue pur di inseguire il proprio sogno:

“Piangi, come le donne. Piangi, una vita rubata e un regno perduto.                                                          Scendi ora dalla tua stella reale verso un anonimo sasso tra le spine della vita.                                      Scendi ora senza un addio, sii solo                                                                                                                solo finché non ti chiamerà la campagna o finché non vedrai sotto la pietra il tuo peccato in           un giorno di vento”.

(cit. Re Andaluso)

Ma non di sola tristezza si tinge l’animo di chi legge questi splendidi versi, poiché è dalla disperazione che l’uomo sa trarre forza e giovamento per allietare e sdrammatizzare i mali della propria routine quotidiana. Così, anche una tazza di caffè tra amici o tra innamorati si trasforma in un momento da immortalare. Momenti semplici di vita vissuta che riescono a strappare sorrisi, a fortificare certezze e a far crescere la speranza.

La Speranza, tra un insieme di emozioni, è il sentimento che più di tutti colpisce chi per la prima volta affronta questi versi. Un ottimismo mai domo di raggiungere i propri obiettivi come stimolo a perseguire  un miglioramento del proprio status quo. E per un palestinese, la speranza, altro non è che il raggiungimento di una vita normale, di una vita comune e semplice, della noia che scaturisce da una vita appagata e confortante: “…Sogno di abbracciare una nuvola verde tra il profumo di cipressi e finocchi. Sogno di abbracciare stormi di uccelli e di ascoltare il loro lamento ferito”.

(cit. Non mi ha lasciato né una mano né una stella).

Di conseguenza un interrogativo sorge spontaneo: è così sbagliato bramare la normalità?             Yousef Al-Mahmoud è riuscito nel duplice risultato di rappresentare in maniera trasversale il bello e il brutto, il bene e il male della Palestina odierna. Eppure, tra immagini bucoliche e ritagli di vita quotidiana, si ha l’impressione che sia l’uomo palestinese il destinatario di questi versi, quasi a riprendere un antico precetto secondo cui l’uomo è alla base di tutte le cose. Ebbene sì. L’uomo, con i suoi pregi e difetti, con i suoi sogni e i suoi peccati, con la sua forza e la sua sofferenza è pur sempre il punto di partenza verso il futuro, un futuro di speranza per la Palestina. Ed è proprio questa speranza il filo conduttore che attraversa le strofe e le parole di Yousef Al-Mahmoud, che ci porta ad immaginare quella natura da lui tanto decantata non più come rifugio ma come meta, un affresco della realtà palestinese di ieri e di oggi, semplicemente da ammirare.

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