“A Gaza soffiano venti di guerra. Ecco come fermarla”

Nytimes.com. Quando esplode la violenza a Gerusalemme e in Cisgiordania, di solito manca poco perché lo stesso accada nella Striscia di Gaza.

Venerdì (28 luglio – ndr) al confine tra Israele e Gaza, un adolescente palestinese è stato ucciso mentre esprimeva la propria solidarietà ai palestinesi di Gerusalemme in protesta. Diversi giorni dopo, due razzi sono stati lanciati da Gaza contro Israele, e il giorno successivo carri armati israeliani hanno distrutto una postazione di Hamas.

È un’eco fin troppo familiare degli eventi che hanno preceduto il conflitto di Gaza del 2014: proteste diffuse dei palestinesi, israeliani uccisi nei territori occupati, un notevole aumento di palestinesi uccisi per mano delle forze israeliane, arresti di massa di ufficiali di Hamas in Cisgiordania e un cappio che si stringe sempre di più attorno alla Striscia di Gaza.

A febbraio il controllore delle azioni di governo israeliane ha diffuso un rapporto che critica severamente il fallimento del governo nel prevenire il conflitto del 2014. Il rapporto sottolinea una dichiarazione rilasciata dal ministro della Difesa Moshe Yaalon alcuni giorni dopo l’inizio della guerra: “Se i disagi di Hamas fossero stati affrontati qualche mese fa, il movimento avrebbe evitato di intensificare il presente conflitto”.

Adesso la popolazione di Gaza soffre più di quanto abbia fatto prima dell’esplosione del conflitto del 2014. Ancora una volta, i tre responsabili del blocco che provoca i disagi – Israele, l’Egitto e l’autorità palestinese (ANP) – non fanno altro che accrescere il rischio di una guerra.

Le violenze del 2014 furono accelerate dal cambio della politica egiziana: appena salì al potere, nel luglio del 2013, il presidente egiziano Abdel Fattah el-Sisi chiuse per un lungo periodo l’unico confine con la Striscia di Gaza e sigillò quasi tutti i tunnel usati per introdurre illegalmente carburante e altri beni di consumo che il governo di Gaza tassava. Privo di entrate, il governo guidato da Hamas non era in grado di sostenersi. Così, preso dalla disperazione, acconsentì a cedere le responsabilità amministrative al governo dell’ANP dominato da Fatah, il partito rivale.

Ma il nuovo governo non cambiò molto la situazione degli abitanti di Gaza: i funzionari pubblici continuavano a non essere pagati, gran parte dei residenti erano intrappolati nel territorio e passavano metà delle loro giornate senza energia elettrica. Una nuova guerra – che portò, come nel novembre 2012, a un nuovo accordo di cessate il fuoco che allentò le restrizioni su Gaza – sembrava l’unica via d’uscita.

Oggi è l’ANP a peggiorare le condizioni di disagio della Striscia di Gaza. Negli ultimi mesi ha vincolato l’utilizzo del carburante applicando su di esso una pesante tassa; ha tagliato nettamente i compensi agli impiegati dell’ANP che lavorano a Gaza; ha ridotto i pagamenti a Israele, che fornisce l’energia elettrica nel territorio; ha impedito a un gran numero di pazienti di ricevere cure fuori dal territorio; ha costretto migliaia di funzionari governativi al pensionamento anticipato; ha impedito alle banche di trasferire pagamenti all’Egitto in cambio di carburante per l’unica centrale elettrica; infine ha minacciato di interrompere i pagamenti assistenziali a circa 80.000 famiglie.

Tutto ciò ha portato a una catastrofe umanitaria. Gaza è sull’orlo del collasso. La fornitura di energia elettrica è carente, l’acqua non è potabile e le acque reflue vengono gettate in mare. I pazienti ai quali è stato negato il trasferimento in ospedali fuori dal territorio sono morti.

La crisi ha allertato alcuni analisti e parlamentari israeliani sul crescente rischio di un nuovo conflitto. A fine aprile Giora Eiland, un consigliere per la sicurezza nazionale dell’ex primo ministro Ariel Sharon, ha avvertito che l’Autorità palestinese “sta spingendo Hamas a scegliere l’unica opzione disponibile, cioè l’apertura del fuoco su Israele per attirare nuovamente l’attenzione della comunità internazionale”. Eiland ha aggiunto “l’ANP vuole rendere la situazione a Gaza più difficile possibile in modo da far trionfare Fatah contro Hamas. Sia la popolazione israeliana che quella della Striscia di Gaza subiranno le conseguenze della strategia politica cinica operata dalla Palestina”.

Ma l’Autorità palestinese non è l’unica responsabile, né la causa primaria della situazione attuale. La vera fonte dei problemi a Gaza sono le mosse isolazionistiche operate da Israele e dall’Egitto, così come la decisione dello Stato ebraico e della comunità internazionale di mantenere l’illusione che l’ANP abbia il controllo del territorio e quindi il diritto di tassare i beni e ricevere e somministrare gli aiuti.

Per dieci anni Israele e gran parte della comunità internazionale hanno cercato di indebolire i governanti di Gaza facendo finta che non esistessero. Lo Stato ebraico riscuote le tasse su tutti i beni che spedisce nella Striscia di Gaza e manda il denaro all’Autorità palestinese, sapendo bene che non viene utilizzato per fornire servizi sul territorio, ma per pagare gli ex impiegati dell’ANP che per dieci anni hanno ricevuto uno stipendio per restare a casa e paralizzare il governo di Hamas.

Per compensare i propri impiegati e pagare i costi operativi, il governo di Gaza sfruttava le tasse dei beni che venivano introdotti illegalmente dai tunnel del Sinai. A differenza dei beni provenienti da Israele, questi non arrivavano con prezzi gonfiati dalle tasse che poi sarebbero andate all’ANP. Quando nel 2013 l’Egitto chiuse quasi tutti i tunnel, la quantità di beni che riusciva a entrare a Gaza da Israele ebbe un forte aumento. Gli abitanti del territorio vennero quindi tassati due volte su molte importazioni: dall’ANP, prima dell’ingresso dei beni, poi dal governo di Gaza.

Mentre il passaggio ai beni provenienti da Israele ha gravato sulla popolazione di Gaza, per le casse dell’ANP è stato una pacchia. Invece di investire di più nella Striscia di Gaza, l’Autorità palestinese ha iniziato a spendere meno, nella speranza di mettere in ginocchio una Hamas già indebolita. Nel frattempo la comunità internazionale ha contribuito a mantenere questo sistema ingiusto, rifiutandosi di negoziare con il governo di Gaza e invece reindirizzando gran parte degli aiuti economici, che apparentemente erano destinati alla popolazione del territorio, composta per circa il 40% da palestinesi nei territori occupati all’ANP.

Per stabilizzare Gaza, l’Egitto ha iniziato a concedere l’ingresso di un po’ di carburante. Questo primo passo è positivo ma è necessario fare molto di più, in primo luogo cambiare un sistema in cui la popolazione della Striscia di Gaza viene tassata da un governo che non solo non la rappresenta, ma cerca attivamente di farle del male.

Il cambiamento è possibile in tre modi. In primo luogo Israele, che si rifiuta di trattare con qualsiasi governo guidato da Hamas, potrebbe investire i proventi fiscali nell’acquisto di beni indirizzati alla gente di Gaza sia tramite un consorzio supervisionato a livello internazionale, sia utilizzando il gettito fiscale per aumentare la fornitura elettrica. In secondo luogo l’Egitto potrebbe esportare più beni nella Striscia di Gaza, riducendo così la quantità degli stessi tassati da Israele e aumentando la quantità tassata direttamente dal governo del territorio. Infine, Hamas potrebbe concedere la formazione di un nuovo corpo amministrativo guidato da figure estranee al movimento, rendendo così possibile negoziati diretti con lo Stato ebraico e la comunità internazionale per migliorare la qualità della vita nella Striscia di Gaza e stabilire un cessate il fuoco di lungo termine.

Ramallah obietterebbe a una qualunque di queste opzioni – escluso il colpo al budget dell’ANP – affermando che inasprirebbe la separazione tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, e sarebbe il colpo di grazia per il movimento nazionale palestinese. (Sembra che a Ramallah non abbiano colto quando sia ironico avvertire contro il pericolo delle divisioni interne, mentre di fatto stringono un cappio attorno alla Striscia di Gaza). Alcuni a Gaza hanno preoccupazioni simili: i cambiamenti di stato potrebbero lasciare il territorio in condizioni di ulteriore debolezza se l’unica ancora di salvezza della Striscia fosse l’Egitto, il quale potrebbe reagire in maniera ancora più violenta e con maggiore impunità nel caso in cui si verificasse un altro attacco vicino al confine il Sinai.

Ma non è giusto che la paura di eventuali conseguenze causi danni continui e indifferenza verso i pericoli imminenti. Le probabilità che nel prossimo futuro ci sia un nuovo conflitto tra Gaza e Israele, e un altro dopo ancora, sono maggiori rispetto all’eventualità che si possa sanare la frattura tra la Cisgiordania e Gaza. Il modo più facile e sostenibile per evitare un evento catastrofico simile è che l’unico a tassare i beni consumati da due milioni di persone sia il governo al servizio di queste.

Traduzione di Simona Pintus

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