Agli abitanti di Gaza non è permesso ricostruire la priopria vita.


Di Rami Almeghari, dalla Striscia di Gaza

Live dalla Palestina, 4 novembre 2009 

Azzam Salim era uno dei principali imprenditori edili al centro della Striscia di Gaza. Oggi, comunque, passa la maggior parte del suo tempo parlando oziosamente con altri amici disoccupati vicino ad un mucchio di rovine che ha contribuito a costruire molti anni fa.

“Come essere umano per prima cosa ho bisogno di vivere normalmente come prima. Questa situazione non ha precedenti – prima che fossimo stretti d’assedio non avevo un minuto per sedermi. Ora le cose sono cambiate, siamo 'chiacchieratori' professionisti”.

Quello che impedisce a Salim di ritornare a lavorare è la mancanza di materie prime nella Striscia di Gaza, dovuto al paralizzante blocco del territorio da giugno 2007. A marzo 2009, donatori internazionali tra cui gli Usa, l’Europa e l’Arabia Saudita si sono incontrati nel resort egiziano di Sharm al-Sheikh raccogliendo almeno 4 miliardi per la ricostruzione di Gaza dopo l’invasione di Israele del territorio durata 22 giorni. Ma i fondi promessi devono ancora raggiungere Gaza, dato che la comunità internazionale continua a boicottare il partito di Hamas che governa.

“Allo scopo di ricostruire per case, infrastrutture, scuole, moschee e altri [palazzi], abbiamo bisogno di materie prime come cemento, ferro, alluminio, legno, plastica ecc. Almeno cemento e ferro, per iniziare la ricostruzione immediatamente”, dice Salim.

Secondo stime locali e internazionali, l’assalto di Israele a Gaza ha distrutto del tutto o parzialmente decine di migliaia di case, suole, edifici governativi, moschee e altre risorse. Quindi, oltre 51.000 residenti sono senza tetto.

“Vivevo felicemente con i miei bambini in una casa regolare nel campo profughi di Jabaliya, ma ora vivo come un miserabile in questa tenda, dove neanche gli animali si avvicinano. Chiediamo aiuto per liberarci di questa vita miserabile”, dice Mahmoud Abu Alanzain, padre di tre bambini, deportato, nella sua tenda nel campo rifugiati di al-Rayan nel nord della Striscia. Le tende sono state montate come rifugio temporaneo dopo la fine del combattimento.

Centinaia di famiglie a Gaza sono in situazioni simili a quella di Abu Alanzain. Molte delle persone le cui case sono state distrutte in parte o del tutto risiedono ora in campi appena realizzati, appartamenti in affitto o con parenti e amici.

Un’altra scena di distruzione nella costa è quella delle università locali. Durante i bombardamenti, Israele ha distrutto l’Università Islamica e la scuola di agricoltura dell’Università di al-Aqsa.

“Noi dell’Università islamica abbiamo perso un importante edificio che ospitava laboratori scientifici a causa del bombardamento degli aerei da guerra israeliani. Questi laboratori non servono solo agli esperimenti dell’Università ma anche ad altri settori della comunità di Gaza , come quello agricolo o idrico. Abbiamo bisogno di fare esperimenti sulle sostanze velenose, controlli che non possono essere fatti che nei nostri laboratori”, così ha spiegato il dottor Kamalin Shaath, presidente dell’Università Islamica di Gaza.

Nelle ultime settimane, il governo Hamas ha intrapreso una grande campagna per rimuovere le macerie dei palazzi abbattuti. Inoltre, ingegneri locali, basandosi sull’idea che il bisogno è la madre dell’inventiva, hanno cominciato a usare materiali disponibili come il fango, per ricostruire alcune risorse.

“Abbiamo cominciato a rimuovere le rovine di edifici crollati in tutta Gaza, nel tentativo di riparare a parte del danno, usando il fango. Sfortunatamente, i nostri tentativi sono falliti per ragioni tecniche. Una delle ragioni principali è il fatto che non abbiamo spazio a sufficienza per costruire, e per la mancanza di materie prime come materiali elettrici o sanitari”, ha spiegato il dottor Yousef al-Mansi, ministro del Lavoro e dell'Edilizia a Gaza.

Al-Mansi ha aggiunto che il suo ministero desidera cooperare con qualsiasi organismo internazionale per la ricostruzione delle città distrutte dalla guerra nella striscia di Gaza, ma senza condizioni che minino il governo Hamas.

“Per noi è necessario avere soldi in mano; è necessario che la ricostruzione cominci, così che le persone possano avere nuove case. Abbiamo dato una chance a imprenditori, compagnie, istituzioni per avviare la ricostruzione, con il nostro coordinamento. Coloro che vogliono ricostruire, hanno a disposizione mezzi 'chiari', ma noi rifiutiamo qualsiasi ricatto politico. Nella scorsa guerra abbiamo perso i nostri bambini, le nostre famiglie e le nostre case; quello che vogliamo è vivere in dignità”.

Gli Usa e l’Unione Europea hanno boicottato Hamas da quando il partito è salito al potere in elezioni riconosciute e monitorate a livello internazionale, nel 2006. Hanno chiesto di riconoscere Israele come “stato ebraico” di rinunciare alla violenza e di accettare accordi precedentemente negoziati.

Visibilmente frustrato, l’imprenditore Salim ha detto: “Sono impaziente di ritornare al mio lavoro, è come se fossi in un deserto senz’acqua”.

Da http://electronicintifada.net/v2/article10870.shtml

Rami Almeghari è un giornalista e lettore all’università nella Striscia di Gaza.

(Traduzione per Infopal di Martina Piperno)

 

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