Amnesty: ‘Il trasferimento forzato di beduini è un crimine di guerra israeliano’

Betlemme – Ma’an. Mercoledì scorso, Amnesty International (AI) ha chiesto a Israele di fermare il piano di trasferimento forzato di circa 2.300 beduini residenti da al-Quds (Gerusalemme).

Ann Harrison, direttrice ad Interim per il Medio Oriente e il Nord Africa, ha affermato che “migliaia di beduini residenti in alcune delle aree più vulnerabili della Cisgiordania, assistono alla distruzione delle abitazioni e dei mezzi di sostentamento causati dal piano militare israeliano.

“Molti sono registrati come rifugiati e alcuni hanno già subito trasferimenti forzati in passato”.

Ma Israele non ne aveva fatto mistero: nel luglio 2011 il suo rappresentante all’Onu aveva fatto presente alla comunità internazionale il proprio piano di trasferimento per lo sfratto di circa 2.300 beduini residenti in 20 diverse comunità dislocate nella provincia di Gerusalemme per “sistemarle” in un’area situata a circa 300 metri di distanza da una discarica municipale. AI riporta questo episodio nella propria dichiarazione.

Le comunità beduine interessate sono attualmente stanziate nei pressi dell’illegale blocco coloniale israeliano di Ma’ale Adumin. L’intera area è al centro del progetto di espansione coloniale del governo israeliano.

I rappresentanti delle comunità beduine hanno dichiarato ad Amnesty di non avere alcuna intenzione di accettare le disposizioni previste dal piano di trasferimento israeliano, in quanto “sarebbero impossibilitati a mantenere il proprio stile di vita e si vedrebbero costretti a insediarsi in un’area ristretta e per di più a ridosso di una discarica”.

Le autorità israeliane hanno chiarito: “Il piano di trasferimento prevede che, una volta trasferite, le comunità beduine possano beneficiare dell’allacciamento alla rete elettrica nonché a quella idrica”. Le stesse autorità israeliane non hanno però spiegato come mai tali servizi possano raggiungere insediamenti che definiti “illegali” dalla comunità internazionale.

A tal proposito, Ann Harrison ha affermato: “Le autorità israeliane stanno cercando di camuffare i propri piani, presentandoli come iniziative dal profilo umanitario e finalizzati alla fornitura di servizi di prima necessità, come acqua ed elettricità, alle comunità beduine.

“In realtà questi trasferimenti forzati non sono altro che una delle tante modalità con le quali Israele porta avanti la propria politica di espulsione, insieme a quella della discriminazione. Senza dubbio, si può parlare di un vero e proprio crimine di guerra”.

Secondo i dati forniti dall’organizzazione israeliana Peace Now, il numero di unità abitative nelle colonie israeliane in Cisgiordania, nel 2011, ha mostrato un incremento del 20%. E oggi le autorità israeliane sono impegnate nell’approvazione di 11 nuovi insediamenti (in grado di ospitare fino a 2.300 individui). Ciò legalizzerebbe degli avamposti coloniali eretti senza alcuna autorizzazione.

La politica di demolizione delle abitazioni di palestinesi ad opera di Israele ha di fatto sfrattato 1.100 persone nel 2011, ben l’80% in più rispetto all’anno precedente e, in ogni caso, il dato può considerarsi un “record”, almeno a partire dal 2005.
Il 90% delle demolizioni, comprese quelle ai danni delle comunità beduine di Jahalin, sono avvenute nelle zone agricole più vulnerabili dell’area C.

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