Anche i raid aerei, Gaza va all'inferno.

Pubblichiamo qui di seguito l’analisi di Michele Giorgio, corrispondente in Palestina de Il Manifesto.

Anche i raid aerei, Gaza va all’inferno
Tank nella striscia, raid aerei, missili contro Hamas, razzi Qassam su Israele e alla fine anche un attentato (fallito) contro Abu Mazen. Cede nel sangue l’«unità nazionale»
Michele Giorgio
Inviato a Gaza

La definitiva benzina sul fuoco arriva insieme alla sera, quando si viene a sapere che i servizi di sicurezza palestinesi hanno scoperto un tentativo di assassinare Abu Mazen. Atteso a Gaza, il presidente ha annullato la visita quando lungo il percorso che avrebbe dovuto seguire, sulla superstrada Salah Edin, è stato individuato un tunnel pieno di esplosivo che doveva saltare in aria al momento del passaggio del suo convoglio. Responsabili del fallito attentato sarebbero le Brigate Ezzedin Qassam, il braccio armato di Hamas, ma al momento non c’è una versione indipendente dell’accaduto. Gaza brucia, i razzi Qassam partono e quelli di Israele arrivano, i palestinesi si sparano tra loro e dell’esplosivo aspetta il presidente. Un giorno in più di inferno.
Aveva cominciato la politica. «Convochiamo un nuovo summit palestinese alla Mecca, come quello dell’8 febbraio, è l’unico modo per mettere fine allo scontro in atto», esortava ieri dalle pagine di Sharq Al-Awsat Ahmad Yusef, l’ideologo della «svolta politica» di Hamas. Parlarsi per non spararsi. Ma anche Yusef, che pure è il pensatore più fine del movimento islamico, stenta a riconoscere la gravità della situazione di Gaza, che va persino oltre le tanti morti inutili – una cinquantina – di questi ultimi giorni di battaglia tra palestinesi. E’ evidente che anche in Hamas, un tempo noto per la sua disciplina interna, ci sono forti correnti che spingono contro l’accordo con Fatah. E se è vero che in Fatah uomini assetati di potere e legati a doppio filo agli Usa, come Mohammed Dahlan, hanno fatto della lotta ad Hamas il loro unico obiettivo approfittando della debolezza (e talvolta della complicità) del presidente Abu Mazen, è altrettanto vero che oggi un ragazzino di Hamas con un mitra in mano detta legge a Gaza più del leader del movimento islamico Khaled Mashaal. La Forza esecutiva creata un anno fa per contrastare i servizi di sicurezza legati a Fatah si sta rivelando un boomerang per quei leader di Hamas che intendevano privilegiare la strategia politica rispetto a quella militare.
Tutto ciò mentre ricomincia il conflitto tradizionale, quello con Israele. E’ di sette morti (nove secondo altre fonti) e oltre quaranta feriti il bilancio delle incursioni aeree scattate dopo il lancio di sei razzi artigianali verso Sderot, dove hanno colpito una scuola e ferito un alunno. In almeno un caso i razzi di rappresaglia israeliani hanno centrato un furgone del municipio di Rafah, civili innocenti e non militanti armati. Israele inoltre ha riportato i suoi cannoni da 155 mm a ridosso di Gaza e si prepara a bombardare il nord della Striscia come aveva fatto per mesi lo scorso anno. I tank hanno già preso posizione all’interno del territorio palestinese e ieri sera da Gaza riferivano dell’ingresso di una colonna corazzata a Beit Hanun.
Ieri l’odore pungente di plastica bruciata e del metallo arroventato si avvertiva a distanza di decine di metri dall’edificio di tre piani, sede della «Forza esecutiva» di Hamas, colpito dall’aviazione israeliana. Un fumo denso e carico di polvere bianca ha avvolto l’intero isolato trasformando in ombre le persone che con larghi gesti cercavano di tenere lontano la gente dal luogo dell’esplosione. «Tutto è rieploso all’improvviso, prima Fatah e Hamas hanno ripreso a farsi la guerra e ora sta ricominciando lo scontro con gli israeliani», ha commentato Yasser Al-Agha, un insegnante di scuola elementare facendo notare che l’attacco israeliano non ha richiamato, come avviene di solito, forze di polizia palestinesi. Intorno all’edificio colpito ieri c’erano solo civili, vigili del fuoco e personale medico. I poliziotti non potevano uscire, la loro presenza in strada avrebbe dato il via a nuovi scontri con la Forza esecutiva.
A Gaza nessuno si era fatto illusioni sulle possibilità del governo di unità nazionale. Per la gente ha già fallito nonostante abbia solo due mesi di vita e per questo motivo, dicono in molti, è riesploso lo scontro armato che già nei mesi scorsi aveva fatto decine di morti e centinaia di feriti. Lo scambio di accuse è feroce. «Sono assassini, massacrano altri palestinesi senza alcuna pietà ma Hamas la pagherà cara, ci vendicheremo», ci ha detto con tono perentorio un miliziano delle Brigate dei martiri di Al-Aqsa a guardia di una sede di Fatah. Parole simili vengono pronunciate dagli attivisti di Hamas quando parlano del gruppo rivale. «Oggi (ieri, ndr) a Rafah agenti dei servizi di sicurezza hanno aperto il fuoco su un corteo funebre provocando morti e feriti, tra cui una ragazza di 22 anni. Vogliono annientarci ma non ci riusciranno», ha affermato un portavoce del movimento islamico, Islah Shabhan.
Fratelli contro fratelli, giovani contro giovani. Il nazionalismo, presente anche nell’islamismo di Hamas, è stato il collante che per decenni ha tenuto insieme le forze politiche palestinesi e l’intera società. Ora non è più così. Il dottor Iyad Sarraj, che della società civile di Gaza è uno dei principali esponenti, paragona la sua terra ad una prigione. «Gli israeliani sono andati via da Gaza ma hanno conservato le chiavi di questo enorme carcere – aveva spiegato qualche tempo fa – e come accade nelle prigioni malsane i detenuti lottano tra di loro per il potere, il potere inutile di chi vive prigioniero».
Fanno impressione i tanti edifici di Gaza city anneriti dalle fiamme appiccate dalle milizie dell’una e dell’altra parte, ma a generare inquietudine sono soprattutto le strade deserte, i negozi chiusi, l’assenza di vita. La gente vive rifugiata in casa, pochi si azzardano ad uscire. Comandano i giovani con il volto mascherato e il kalashinkov che presidiano ogni angolo. Chi può cerca di andare via. Come l’ingegnere Adel Yijazi di Tel Hawa, uno dei quartieri teatro degli scontri degli ultimi giorni. «Ho deciso di partire – racconta senza allontanarsi dalla porta di casa – con moglie e figli, non è più possible vivere o lavorare qui. Ho impiegato mesi per ottenere un visto di lavoro egiziano, ora che ce l’ho, ci trasferiremo ad Alessandria». Sono centinaia le famiglie di Gaza che hanno deciso di andarsene in attesa di tempi migliori. Tempi che nessuno sa quando verranno. O se verranno.

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