‘Annapolis: Condoleezza Rice verso il remake di un fallimento?’.

ANNAPOLIS: CONDOLEEZZA RICE VERSO IL REMAKE DI UN FALLIMENTO?
Domenica, 25 Novembre 2007 – 13:32 –
di Elle Emme

Domenica 11 Novembre una delegazione di negoziatori palestinesi, con a
capo Ahmed Qureia, parte da Ramallah alla volta di Gerusalemme, per un
meeting di routine con il ministro degli esteri israeliano Livni. Due
team diplomatici si incontrano ogni settimana per mettere a punto una
generica dichiarazione di intenti tra Olmert e Abu Mazen, da
presentare come risultato della programmata conferenza di Annapolis
del 26 Novembre. Per evitare che la conferenza si trasformi in un flop
mediatico per Condoleezza Rice, le parti in causa devono dimostrare
almeno un po’ di buona volontà. Come ogni domenica, lungo quei pochi
chilometri che separano Ramallah da Gerusalemme Est, Qureia deve
attraversare un check point israeliano lungo il muro. Per la maggior
parte dei Palestinesi residenti in West Bank non è possibile passare:
Gerusalemme Est, occupata nel ’67, è di fatto annessa allo stato
ebraico. Ad alcuni funzionari di Fatah il governo israeliano concede
di passare, si tratta di negoziare la pace dopo tutto. Ma questa volta
una brutta sorpresa aspetta Qureia ed il suo team.

I soldati al check point trattano i membri della delegazione come
qualsiasi altro palestinese. Stop, controllo documenti, il convoglio
viene bloccato, i secondi di attesa diventano minuti: dopo mezz’ora il
soldato nega il passaggio a Qureia senza addurre alcun motivo (non è
tenuto a farlo d’altra parte) e questi, indignato per l’affronto, gira
sui tacchi e se ne torna a Ramallah. Il meeting è cancellato, il
tavolo di trattative è saltato. Tzipi Livni chiama Abu Mazen per
scusarsi, sono cose che succedono, quasi a voler ribadire la propria
magnanimità per le volte che Qureia è "potuto" passare, se possono
gentilmente tornare a trovarla nel suo ufficio e firmare
quest’accordo. Ma Qureia, stizzito, risponde che non vanno "a
negoziare con loro per essere poi umiliati" e che "eventuali incontri
non si svolgeranno più in Israele ma in un altro stato."

Questo episodio disarmante dà la misura della situazione de facto sul
campo, mentre le controparti israeliana e palestinese si preparano
all’incontro di Annapolis. Secondo la più recente richiesta
israeliana, imposta come precondizione alla trattativa, Abu Mazen
dovrebbe riconoscere ufficialmente il carattere ebraico dello Stato
d’Israele. Per partecipare agli accordi di Oslo, Arafat dovette
riconoscere l’esistenza dello Stato d’Israele. Per partecipare ad
Annapolis, Abu Mazen dovrebbe fare un piccolo passo avanti: accettare
che i palestinesi con cittadinanza israeliana, circa un quinto della
popolazione, siano considerati cittadini di serie B, non solo secondo
la legge, come succede dal ’48, ma addirittura in maniera consenziente.

L’accettazione dello stato di apartheid in Israele da parte della
minoranza palestinese aprirebbe la strada alla soluzione del
conflitto. Tzipi Livni ha svelato recentemente la nuova strategia
israeliana: "La creazione di uno stato palestinese, risolverà il
problema dei palestinesi, siano essi nei campi profughi, o in West
Bank, o cittadini dello Stato Ebraico." In altre parole, per garantire
la superiorità demografica in Israele, dopo aver creato un’entità
formalmente autonoma in una piccola parte della West Bank, il governo
israeliano vi deporterebbe i propri cittadini arabi-israeliani. I
partiti arabi-israeliani nella Knesset hanno immediatamente alzato gli
scudi, dichiarando inaccettabile tale posizione del governo e
ricordando che, se ci sono cittadini immigrati in Israele di recente,
questi sono la maggioranza ebraica e non viceversa. Quest’ultima presa
di posizione potrebbe rivelarsi molto pericolosa per i parlamentari
arabo-israeliani della Knesset: secondo la paradossale legge
israeliana, infatti, chi non riconosce il carattere ebraico dello
Stato non può partecipare alle elezioni politiche.

La realtà sul campo in West Bank è distante anni luce dai tavoli dove
si svolgeranno i negoziati di Annapolis. Gli insediamenti illegali di
coloni israeliani in West Bank sono in continuo aumento: hanno
raggiunto quota 450.000 coloni, con buona pace per la road map. La
costruzione del muro e i massicci sforzi per la creazione delle
infrastrutture per le colonie hanno di fatto creato continuità
territoriale tra Israele e gli insediamenti ebraici nel cuore stesso
della West Bank. Dalla colonia di Ma’ale Adumim, come da molte altre,
ci si può recare a Gerusalemme su un sistema di tunnel e autostrade
riservate ai soli ebrei, senza mai incontrare segni della presenza
palestinese. Il consiglio di Yesha, la rappresentanza religiosa delle
colonie, ha espresso ad Olmert la "viva preoccupazione" per le
dichiarazioni di quest’ultimo circa possibili concessioni territoriali
ad Annapolis. La replica di Olmert chiarisce le vere intenzioni
israeliane: "Ci sono terre da cui non mi ritirerò mai. Non ho alcun
dubbio che ogni granello di terra dal Giordano al mare fa parte della
Grande Israele." Ma nemmeno i coloni si fidano di Olmert e si
preparano a resistere (con la forza), perché non si ripeta il
"sacrilegio" dell’evacuazione dalla Striscia di Gaza voluta da Sharon
nel 2005.

Se la vera partita si gioca sulla West Bank, la tragica sorte della
Striscia di Gaza pare non importare più a nessuno dei partecipanti
alla conferenza di Annapolis. Israele ha iniziato a tagliare ad
intermittenza acqua, luce e gas al milione e mezzo di abitanti della
Striscia, come punizione collettiva contro il lancio di razzi Qassam
su Sderot. Queste operazioni servono, secondo il ministro della difesa
Barak, a preparare la strada per una massiccia offensiva di terra
dell’IDF, per ridimensionare le capacità militari di Hamas. Tra le
misure punitive, l’IDF continua da settimane a negare il trasferimento
da Gaza alla West Bank ai malati terminali di cancro, adducendo motivi
di sicurezza. La scarsità di medicine impedisce la loro cura negli
ospedali di Gaza e uno di loro è nel frattempo morto aspettando di
passare il check point di Erez.

Alla luce di questi tragici sviluppi, è chiaro ormai l’obiettivo
comune di Olmert e Abu Mazen: dopo aver sigillato Gaza, si accingono a
trasformare le forze di sicurezza palestinesi in West Bank, sotto il
controllo di Abu Mazen, nei subcontractors dell’IDF. Il piano è
ufficiale ed è finanziato da Israele e Stati Uniti. I poliziotti
palestinesi manterranno l’ordine pubblico nei Territori e gestiranno
l’occupazione per conto del governo israeliano, che continuerà
indisturbato nell’opera di ampliamento delle colonie. Il punto
cruciale della trattativa è che Fatah, il partito di Abu Mazen,
otterrebbe il monopolio della forza in West Bank, con cospicui
finanziamenti occidentali, a scapito dei rivali di Hamas e degli altri
gruppi armati di resistenza. Le prove generali sono già cominciate: il
premier palestinese del governo provvisorio di Ramallah, Salam Fayad,
ha dato il via ad un rastrellamento dei militanti armati a Nablus, con
lo scopo di "raccogliere le armi illegali e sciogliere le milizie."
Tuttavia, lo stesso braccio armato di Fatah si è detto contrario a
consegnare le armi, fino a che l’ultimo soldato occupante non si sarà
ritirato e le forze di resistenza hanno cominciato ad opporsi al piano
di Abu Mazen.

A questo punto, la conferenza di Annapolis, voluta fortemente da
Condoleezza Rice per risollevarsi dal disastro iracheno, si
preannuncia già come il remake del fallimento di Camp David. Di
peggiore, rispetto al 2001, vi è la presenza delle tre "anatre zoppe"
Bush, Olmert e Abu Mazen, che non hanno alcuna credibilità
internazionale e i cui consensi in patria sono in caduta libera. Il
movimento islamico di Hamas, che controlla Gaza, è stato estromesso da
qualsiasi trattativa ufficiale o ufficiosa. Gli unici paesi a trarre
qualche vantaggio dalla conferenza potrebbero essere l’Arabia Saudita
– che vuole la normalizzazione dei rapporti con Israele in funzione
anti-iraniana – e la Siria che, invitata in extremis, sfrutterebbe
l’occasione per uscire dallo scomodo "asse del male."

Il famoso slogan dei "due popoli, due stati" sembra ormai non solo
inattuabile, ma persino offensivo. Dopo averlo reso del tutto
impraticabile sul campo, grazie all’estesa rete di insediamenti
israeliani in West Bank e all’onnipresente muro, l’establishment
israeliano vorrebbe ora usare questo slogan per creare uno stato
palestinese cuscinetto, in cui deportare gli arabi-israeliani ed
ottenere finalmente l’obiettivo della purezza demografica. Nel caso in
cui la conferenza di pace sia un successo.

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