Aumento di disturbi psicologici e neurologici tra i prigionieri palestinesi: il report completo

Memo. Report sull’aumento di disturbi psicologici e neurologici tra i prigionieri palestinesi. 

1.       Disturbi psicologici

La malattia mentale è uno dei più letali disturbi che colpiscono i prigionieri palestinesi. La sua diffusione è una conseguenza del tentativo da parte dell’esercito e delle unità di sicurezza israeliane di umiliare e demoralizzare intenzionalmente i prigionieri in modo da soggiogarli ed esercitare il controllo su di essi. E’ stato rilevato che i più significativi di questi sono:

a.       Isteria traumatica acuta

Questo disturbo deriva dai metodi violenti utilizzati dagli esaminatori israeliani che comprendono ripetute minacce di stupro e aggressione sessuale, specialmente contro donne detenute e bambini. Vengono detenuti anche i membri del nucleo familiare dei prigionieri allo scopo di estorcere confessioni forzate. In alternativa, i prigionieri sono costretti a umiliarsi facendo cose come baciare le scarpe degli interroganti, bere le proprie urine o praticare atti omosessuali.

b.      Depressione acuta e grave introversione

Questo si verifica quando i prigionieri vengono strappati improvvisamente dalla braccia dei loro familiari ed amici e lasciati soffrire in celle d’isolamento sporche e inospitali. Gli viene anche negata qualunque visita familiare.

c.       Suicidio

Le relazioni mostrano che i prigionieri, in particolare i bambini, tentano frequentemente il suicidio, come reazione al grave stress psicologico sofferto. Esistono numerosi esempi, come il tentativo di suicidio da parte di un ventenne di Hebron, Bahjat al-Darabi, che fu incarcerato nella prigione di Etzion (Etzion Prison). Il 4 agosto del 2003, il ragazzo diede fuoco alle coperte presenti nella sua cella. Un bambino prigioniero, Muhammad al-Hadoush, di 13 anni, di Hebron, provò ad impiccarsi tre volte. Ci fu anche un tentativo di suicidio di gruppo l’8 luglio del 2003, nel quale 16 prigionieri presso la prigione di Qadumim (Qadumim Prison) provarono ad togliersi la vita bevendo sapone e  ingerendo unghie e del filo metallico. Questo avvenne anche per protestare contro l’oppressione, molestie ed umiliazioni che erano costretti a sopportare. Allo stesso modo, il 4 agosto 2004, il 15enne Nashat Sayid del Tulkarem provò a suicidarsi presso il Campo Militare di Salem (Salem Military Camp) recidendosi le arterie della mano sinistra e la parte sinistra del petto con una lama in suo possesso. Provò anche ad impiccarsi avvolgendosi un pezzo di tessuto intorno al collo; tuttavia le grida degli altri prigionieri gli salvarono la vita.

d.      Ansia ed insonnia

Sono stati registrati diversi casi di prigionieri che hanno sviluppato disturbi ossessivo – compulsivi.

2.       Malattie neurologiche

a.       Coaguli di sangue nel cervello e paraplegia

Sono stati registrati diversi casi di paraplegia come risultato di severe percosse che hanno portato a crani fratturati ed emorragia cerebrale. Anche la paraplegia è  conseguenza dello scuotere violentemente i prigionieri; gli interroganti tengono i prigionieri ammanettati con i loro stessi indumenti e scuotono loro  la testa e il collo con forza, cosa che può portare a svenimenti e talvolta alla morte. Questo fu il caso di Abdul Samad Harizat che morì durante la Prima Intifada dopo essere stato torturato in questo modo. 

b.      Emicranie croniche ed acute

Si verificano in seguito a prolungati periodi di privazione del sonno cui i prigionieri vengono sottoposti o a causa delle percosse alla testa.

c.       Epilessia e convulsioni

Anche questi derivano da periodi prolungati di privazione del sonno

Medici israeliani come strumenti al servizio penitenziario: una violazione dell’etica professionale

La professione medica per sua natura è essenzialmente umanitaria. Inoltre, è una  professione elevata ed etica di primo grado. I suoi obiettivi consistono nel salvare vite, alleviare il dolore e la sofferenza causata da disturbi e migliorare la salute, sia fisica che psicologica.

Tali etiche sono considerate parte integrante della professione medica. Ciò nonostante, i ruoli dei medici professionisti che assistono i prigionieri palestinesi all’interno delle carceri israeliane sono incompatibili con le norme etiche internazionalmente accettate. I medici cooperano con gli ufficiali della sicurezza e dell’esercito in un modo da consentirgli di raggiungere i loro obiettivi nel torturare ed estorcere confessioni ai prigionieri.

Forse i ruoli più significativi e immorali eseguiti da questi medici professionisti nelle strutture di detenzione possono essere riassunti come segue:

1) I medici completano moduli di valutazione per ciascun prigioniero eseguendo iniziali visite mediche, note come “moduli di idoneità fisica”. Questi determinano con precisione le debolezze fisiche del detenuto che vengono in seguito sfruttate dagli interroganti per estorcere confessioni tramite tortura.

2) I medici penitenziari sono subordinati solo al servizio penitenziario e all’esercito e non al dipartimento sanitario civile. Tanto che essi visitano i pazienti detenuti indossando uniformi militari. Questo ovviamente crea delle barriere poiché i prigionieri non trovano grandi differenze tra i medici e gli ufficiali esaminatori.

3) Essi camuffano le prove della tortura e della violenza fisica inflitta ai detenuti prima che compaiano davanti ai tribunali o ricevano visite da parte di organizzazioni dei diritti umani come la Croce Rossa Internazionale. In altre parole svolgono un ruolo estetico e difensivo per conto degli esaminatori e dei carcerieri.

4) Trattano i palestinesi come se fossero dei terroristi pregiudicati e sabotatori anziché pazienti. Come se non meritassero un trattamento degno di ogni altro essere umano, guardandoli con disprezzo e insultandoli durante le visite.

5) Commettono violazioni disumane contro i pazienti prigionieri che sono incompatibili con i requisiti etici della professione medica. Un detenuto amministrativo, Anas Shehada, di 24 anni, di Beit Iksa al sud di Ramallah, imprigionato il 6 dicembre 2003 presso il Campo Militare di Negev (Negev Military Camp), ne rappresenta un perfetto esempio. I medici dell’ospedale di Soroka (Soroka Hospital) in Beersheba rimossero la sua appendicite senza somministrargli alcun anestetico. Secondo la sua testimonianza, durante l’operazione egli era completamente cosciente e fu costretto a sopportare ore di brutalità e terrore nelle mani dei medici. Le sue urla strazianti e la perdita di coscienza in più di un occasione furono ignorate dagli infermieri presenti in sala operatoria che dal chirurgo. Non gli venne mostrata alcuna compassione ne pietà; al contrario, il medico continuò a borbottare in ebraico che era un sabotatore ricoprendolo di insulti.

6) Ricattano i loro pazienti e usano gli interventi chirurgici come mezzo per estorcere informazioni che vengono poi trasmesse all’amministrazione penitenziaria. La terapia viene anche utilizzata come arma di scambio per costringere i prigionieri a fare cose come dissociarsi da scioperi della fame.

7) Essi svolgono anche un ruolo di esaminatori e carcerieri colpendo e rimproverando i loro pazienti, mettendoli sotto pressione spietatamente. Ne fu un esempio l’esperienza di un prigioniero di 21 anni Islam Badran, di Tulkarem, cagionevole di salute, detenuto presso la prigione di Negev (Negev Prison). I suoi problemi di salute includevano la perdita della vista, infezioni all’orecchio medio e ferite da proiettile alla mano e al piede. Durante una visita con il medico del carcere, gli venne detto che non avrebbero potuto curarlo poiché sarebbe venuto a costare troppo per lo stato di occupazione israeliana e che sarebbe semplicemente dovuto morire. Un caso simile a questo fu quello di Mansour Muwaqad, di Salfit, che soffriva ugualmente di diversi disturbi. In modo particolare, egli era paralizzato ad un arto e gli era stata rimossa una parte di intestino, per cui doveva servirsi di una sacca per colostomia applicata su un lato dell’addome. Secondo la testimonianza di Mansour, mentre si trovava presso l’Ospedale di Ramle (Ramle Hospital), fu esposto  ad abusi ed insulti osceni. Tuttavia, il culmine della sua straziante esperienza avvenne quando fu colpito duramente da un’infermiera con un pugno sulla guancia sinistra. In quel momento, si trovava ammanettato al letto d’ospedale intubato al naso e alla trachea cosicché l’aggressione causò un abbondante sanguinamento dal suo viso.

Numero di pazienti affetti da disturbi psicologici e neurologici

In un’intervista al giornale Al-Quds nel luglio del 2012, il ministro per gli Affari dei Prigionieri (Minister of Prisoner Affairs), Isa Qaraqi, ha rivelato che il numero dei prigionieri palestinesi con disturbi psicologici e neurologici nelle carceri israeliane è aumentato. Egli ha espresso una profonda preoccupazione per le loro vite a causa della mancata disponibilità di cliniche per la salute mentale o qualunque linea guida a riguardo. Egli si è  detto anche molto preoccupato che potessero essere trascurati e che non gli venisse prestata l’assistenza sanitaria necessaria.

Qaraqi ha affermato che il ministero ha inviato una lettera al Segretario Generale della Nazioni Unite, i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e la Commissione per i Diritti Umani chiedendo di inviare un comitato ufficiale per investigare sui più gravi crimini commessi contro i palestinesi in stato di detenzione dato che Israele detiene individui con disturbi psicologici e invalidità in condizioni disumane.

“Le autorità israeliane detengono prigionieri con disturbi neurologici in celle di confinamento solitario anziché curarli”, ha aggiunto. “Questo aggrava il loro stato di salute mentale e causa serie complicazioni”. Egli ha richiamato l’intervento personale e formale del Segretario Generale delle Nazioni Unite così come delle organizzazioni dei diritti umani affinché esercitino pressioni su Israele per il rilascio immediato di questi pazienti.

Sulla base di visite effettuate dal legale del ministero ad un certo numero di questi prigionieri, è stata redatta una relazione che dichiara che esiste un rischio significativo implicato nella detenzione continua di individui psicologicamente instabili che hanno iniziato a manifestare sintomi di minaccia per la vita.

La relazione ha rivelato che questi sintomi sono il risultato di diversi fattori, “più significativamente, il maltrattamento di questi prigionieri e l’uso di metodi umilianti e traumatizzanti durante l’interrogatorio”. Non solo questo, “alcuni sono incapaci di far fronte allo stress psicologico e coercitivo cui sono sottoposti per mano delle autorità penitenziarie che comprende attacchi contro la loro persona, negazione delle visite delle loro famiglie e la creazione di un’atmosfera di terrore nella loro sfera sociale”.

Profili selezionati di prigionieri con disturbi psicologici e neurologici

1.       Daoud Akram Rawajaba:

Rawajaba, 36 anni, residente a Rawajib nel distretto di Nablus. Detenuto amministrativamente l’11 febbraio del 2012 si trova incarcerato presso la prigione di Megiddo (Megiddo Prison). Soffre di diversi disturbi, inclusa l’epilessia che è il risultato della tortura o “interrogatorio militare” cui venne sottoposto quando fu detenuto da Israele, nel 1994.

Secondo le relazioni del legale del Ministero per gli Affari dei Prigionieri, Fadi Obeidat, che visitò Rawajaba in carcere, oltre all’epilessia, egli è anche affetto da ernia del disco conseguenza dei metodi di interrogatorio israeliani. Fu sottoposto a due interventi prima di venire arrestato e detenuto al Jordan Bridge mentre rientrava dal trattamento effettuato in Giordania. Non fu in grado di completare la terapia e fu trasferito al Campo Militare di Ofer (Ofer Military Camp) mentre si trovava in delicate condizioni salute. A causa del suo stato, fu trasportato immediatamente all’Ospedale di Hadassa (Hadassa Hospital) dove venne visitato dai neurologi e psicologi.

Rawajaba asserisce che la cura prescritta provenisse dall’amministrazione del carcere. Prende dodici pillole al giorno e, si tratta solo di calmanti e farmaci antiepilettici, che causano una continua spossatezza. Il trattamento gli ha anche causato sonnolenza durante il giorno. Egli dichiara di soffrire settimanalmente di attacchi epilettici ed emicranie e che nell’intervallo tra questi episodi, prova un serio affaticamento.

2.       Sultan Mohammed Abu Mustafa 

Il 23enne Abu Mustafa si trova presso il campo profughi di Balata (Balata Refugee Camp), nel distretto di Nablus, e fu condannato a 5 anni e mezzo di prigione il 5 giugno 2007. Egli ha sofferto di convulsioni, emicranie e attacchi epilettici per più di due anni e  mezzo prima di essere detenuto e trasferito nella prigione del deserto del Negev (Negev Desert Prison).

All’avvocato Obeidat, che lo visitò mentre si trovava detenuto presso la prigione di Megiddo, raccontò che le sue condizioni stavano peggiorando e che aveva iniziato a sentire dolore dietro la testa. Fu trasferito all’ospedale di Soroka (Soroka Hospital) in Israele. Dopo alcuni esami, venne confermato che soffriva di emicrania e attacchi epilettici e che di tanto in tanto avrebbe avuto convulsioni.

Egli ha affermato che quando si manifesta l’attacco epilettico, perde la sensibilità nella parte sinistra del corpo e ciò porta alla perdita di coscienza, momento durante il quale dovrebbero essergli somministrati dei liquidi per bocca fino a riprendere conoscenza.

Abu Mustafa ha presentato tre domande per il rilascio per motivi di salute al tribunale di Al-Shaleesh ma ogni volta sono state rifiutate. E’ ricorso in appello una quarta volta ma deve ancora essere stabilita una data per la sua causa.

3. Mohamad Abdul Latif Rayan  

Il 22enne Rayan residente a Ramallah è detenuto sin dal 16 maggio 2012. Gli venne diagnosticata l’epilessia prima della sua detenzione e veniva curato presso l’Ospedale di Al-Riaya (Al-Riaya Hospital) a Ramallah. Ha informato il suo legale del ministero, Ibrahim al-Araj, che lo visitò mentre si trovava presso la prigione di Ofer (Ofer Prison), che una settimana dopo essere stato imprigionato, ebbe un attacco mentre veniva interrogato in una cella della prigione di Maskoubia (Maskoubia Prison). Egli ebbe convulsioni e iniziò a battere la testa contro i muri prima di perdere conoscenza. A causa di ciò, subì gravi lesioni alla testa.

Rayan ha dichiarato che l’epilessia e le convulsioni si sono verificate in svariate occasioni mentre si trovava detenuto ad Ofer e successivamente a ciascun episodio, prova un pesante affaticamento ed è incapace persino di reggersi in piedi o camminare. Ha anche rivelato che durante il suo interrogatorio in prigione, fu attaccato e picchiato severamente dai soldati che gli inflissero ferite alla testa usando la spalla del fucile. 

4. Karam Suleiman Ahmed Isa

Il 35enne Isa del campo profughi di Balata (Balata Refugee Camp) soffre di schizofrenia e si trova imprigionato presso il carcere di Megiddo. Egli non è cosciente di ciò che avviene intorno a lui e non ricorda ne la data ne il luogo in cui si trova.

Secondo l’avvocato Fadi Obeidat, che lo visitò in prigione, “Si presenta ai colloqui in uno stato psicologico ‘anormale’”. Sembra che si stia appena svegliando dal sonno; che dorma in continuazione e resti sveglio solo per poco tempo”. Ha spiegato che “il detenuto non sa chi è e per la maggior parte del tempo crede che lo stia visitando uno psicologo. E’ mentalmente distratto e per lo più chiede di essere riportato a casa”.

Obeidat ha aggiunto, “Isa fu visitato da uno psicologo presso l’Ospedale di Ramla (Ramla Hospital) ma non gli fu prescritta alcuna cura per farlo uscire da quello stato”. Ha spiegato che prima della sua detenzione Isa riceveva cure psichiatriche presso il Centro di Cura e Riabilitazione delle Vittime di Tortura (Centre for Treatment and Rehabilitation of Victims of Torture) a Ramallah.

5. Omar Ahmed al-Atrash

Al-Atrash, proveniente da Hebron, fu arrestato il 2 marzo 2012. Soffre di disturbi psicologici e prima del suo incarceramento veniva curato all’estero.

6. Jihad Abu Haniyyeh

Abu Haniyyeh del Tulkarem fu aggredito e picchiato selvaggiamente alla testa nel 2007. In seguito all’aggressione, perse la memoria ed ora non è più in grado di riconoscere nessuno.

Metodi di tortura psicologica

Le seguenti sono tra le forme più rilevanti di tortura psicologica impiegata dagli esaminatori israeliani per estorcere informazioni ai prigionieri:

1.       Confinamento solitario

Questo è il termine utilizzato per l’isolamento dell’accusato in una stanza di interrogatorio o cella di 1-2 metri di larghezza per 2-3 di lunghezza. E’ sigillata con una cappa di ventilatore da soffitto che emette un rumore insistente. In alternativa, il detenuto viene confinato all’interno di un ripostiglio di cemento o mattoni soprannominato “il frigo” o “il ripostiglio” dalle dimensioni approssimative a quelle di un corpo umano. Viene sigillato in modo che il detenuto non possa sedersi al suo interno; se dovesse provare a sedersi, verrebbe bagnato abbondantemente con acqua attraverso un’apertura posta in fondo alla porta.

I detenuti generalmente vengono sottoposti a confinamento solitario per periodi che vanno dai pochi giorni fino 4 mesi. In ogni caso, si è saputo che alcuni prigionieri sono stati rinchiusi per prolungati periodi di diversi anni. Lo scopo è far provare alla persona che è stata isolata dal resto del mondo esterno e che il suo destino è ignoto, esercitando pressione psicologica e fisica sulla di essa.

2.       Negare le visite di familiari o legali ai prigionieri per prolungati periodi di tempo

Questa è una forma significativa di pressione psicologica sui detenuti ed esaspera le loro sensazioni di isolamento dal mondo esterno. Ci sono esempi in cui ai detenuti è stato impedito di avere qualunque contatto sia con il loro legale che con la famiglia per tre mesi consecutivi mentre venivano interrogati. Attualmente, ci sono più di 1000 prigionieri palestinesi cui viene privata la possibilità di vedere i propri familiari. Si ritiene che questo numero debba aumentare a seguito della convalida di una nuova legge, che permette al ministro della Sicurezza Interna israeliano di impedire di vedere le famiglie ai prigionieri affiliati a gruppi identificati come entità terroristiche. Questo contravviene sia alle leggi internazionali, che alla Convenzione di Ginevra sui Diritti Umani, in particolare l’articolo 116, che sostiene che ai prigionieri debbano essere consentite visite regolari da parte dei familiari per la durata della loro detenzione.

3. Rumore costante o musica stridula  

Questo metodo di tortura psicologica talvolta è utilizzato dagli esaminatori che espongono i detenuti all’ascolto di persistenti rumori striduli o un tipo di musica difficile da descrivere. E’ assordante, con persone che urlano al massimo, in modo che diventi impossibile distinguere la loro voce a casa all’intensità del rumore nella stanza. L’eco di queste voci risuona nella testa dei prigionieri per lungo tempo dopo che vengono portati fuori dalle celle di interrogatorio.

Effetti a lungo termine della tortura fisica e psicologica

Uno studio scientifico effettuato verso la fine del 2011 sugli effetti a lungo termine della tortura psicologica su ex-prigionieri palestinesi di sesso femminile residenti sulla Striscia di Gaza, ha messo in evidenza che il 47 per cento ha sofferto disturbi che vanno dal trauma continuo, depressione e paura, fino al desiderio di vendetta.

Secondo lo psicologo specialista Sameer Zaqout, il “33,5 per cento delle donne prigioniere soffre di disturbi ossessivo – compulsivi, mentre il 33,3 per cento soffre di sintomi da depressione”.

Nel contesto della discussione di laboratorio riguardo i risultati dello studio, Zaqout ha spiegato che il 31 per cento delle donne palestinesi rilasciate soffre anche di sintomi di ansia, mentre il 24 per cento soffre di sintomi di ostilità immaginaria [paranoia]. Egli ha anche affermato che i risultati dello studio hanno rivelato l’esistenza di una correlazione diretta tra la tortura fisica e psicologica nelle donne prigioniere e gli effetti a lungo termine da essa derivanti.

Ha evidenziato che lo studio, che è stato il primo di questo tipo ad essere condotto relativamente alla specifica esperienza di donne prigioniere, ha incluso 48 delle 81 donne ex-detenute residenti sulla Striscia di Gaza. Zaqout ha affermato la necessità di eseguire visite mediche di routine, gratuite e complessive per tutte le donne prigioniere rilasciate. Ha richiesto la creazione di centri di ricerca specializzati per lo studio della tortura che diano priorità alla tortura sulle donne e mettano in rilievo l’importanza dell’assistenza psicologica e sociale di tutte le donne prigioniere.

In uno studio  condotto nel 2005 sugli effetti psicologici della detenzione sui ex- prigionieri di sesso maschile delle carceri israeliane, fu scelto a caso un campione variegato di 370 prigionieri rilasciati tra il 1996 e il 2000. Questo campione rappresentava approssimativamente l’8 per cento di un totale di 5245 prigionieri che sono stati rilasciati.

Prendendo in considerazione il numero di anni trascorsi in prigione, il campione di prigionieri di 225 individui ha rivelato:

1.  Un aumento di disturbi di stress derivanti da trauma

Lo studio ha mostrato che solo il 12,4 per cento del campione non ha presentato disturbi di stress successivi all’esperienza di trauma. Il 37,8 per cento mostrava disturbi leggeri, il 41,4 per cento disturbi di livello medio e l’8,4 per cento mostrava segni di gravi disturbi.

2.     Alti livelli di depressione

Lo studio ha rivelato che il 56,5 per cento del campione non ha mostrato segni di depressione, il 16,5 per cento ha mostrato segni di depressione leggera e il 19,7 per cento ha mostrato segni di livello medio di depressione mentre il 7,3 per cento ha mostrato segni di grave depressione.

3.    Le risposte del gruppo in osservazione alla Sottocommissione agli Standard di Depressione:

Lo studio ha rivelato che la forma di depressione più diffusa tra gli ex-detenuti era la fatica e lo stress al 58,6 per cento seguita dalla tristezza al 55,4 per cento e l’indecisione al 23,5 per cento.

Durante un incontro tenuto in Cisgiordania, organizzato dal Centro per il Trattamento e la Riabilitazione delle Vittime di Tortura (Centre for the Treatment and Rehabilitation of Victims of Torture), intitolato “la Giornata dei Prigionieri Palestinesi; sofferenza … e speranza”(“Palestinian Prisoners’ Day; suffering… and hope”), il direttore del centro, dott. Mahmoud Sahwil, ha affermato che l’obiettivo della politica di tortura israeliana non è uccidere fisicamente i prigionieri, ma piuttosto distruggere il loro stato d’animo e il morale con l’intento di alterare il loro comportamento e atteggiamento mentale. Secondo il medico, l’obiettivo è anche quello di inculcare nell’individuo uno stato di terrore che in seguito al suo rilascio si estenderà alla famiglia e comunità così da danneggiare l’intera società.

Il dott. Sahwil ha evidenziato che la sofferenza si insinua nei prigionieri dal momento dell’arresto, attraverso le fasi di detenzione e tortura, per estendersi dopo il rilascio, infliggendo un continuo danno psicologico, sociale ed economico sugli stessi. Egli ha affermato che questo fenomeno insidioso richiede una maggiore attenzione da parte delle istituzioni sociali dato che la sofferenza non è limitata al detenuto ma si estende alle loro famiglie e porta una valanga di variabili entro la famiglia e la società.

Le statistiche mostrano che il 25 per cento di tutti i palestinesi sono stati detenuti una volta o più e ciò significa che il 40 per cento di tutti gli uomini palestinesi sono stati imprigionati almeno in una circostanza.

Il dott. Sahwil ha riportato l’attenzione sul fatto che il centro ha condotto uno studio su 600 ex prigionieri palestinesi detenuti prima e dopo il settembre del 1999; dopo questa data, una decisione emessa dalla Corte Internazionale di Giustizia ha dichiarato illegittimo l’uso della tortura. Il campione studiato era formato per l’86 per cento da uomini, 39 per cento di donne e il 14 per cento da bambini e ha rivelato che la tortura sistematica in varie forme persiste entro le carceri israeliane ed è praticata su individui di tutte le fasce di età, uomini e donne. Egli ha sottolineato che il 94 per cento di tutti i detenuti palestinesi è stato sottoposto a tortura.

Secondo lo studio, dopo il settembre 1999, sia la tortura fisica che quella psicologica hanno comunque continuato ad essere praticate, e da allora i metodi di tortura psicologica sono divenuti più prevalenti e diffusi. La percentuale di prigionieri affetti da trauma precedentemente al 1999 era solo del 5,27 per cento negli uomini e del 50 per cento tra le donne, mentre dopo il 1999, la percentuale negli uomini è aumentata del 31 per cento.

Il presidente dell’Associazione dei Prigionieri e Detenuti (Association for Prisoners and Detainees), Omar al-Huroub, ha confermato che la tortura dei prigionieri si riflette nella comunità. Egli ha segnalato che le vite dei prigionieri che hanno trascorso più di tre anni nelle prigioni israeliane è stata gravemente compromessa. Più significativamente, come diretta conseguenza dei livelli di tortura psicologica cui sono stati sottoposti all’interno delle prigioni israeliane i soggetti non sono più capaci di crescere bene i propri figli.

4.        L’impatto psicologico e sociale della tortura nella società e le famiglie dei prigionieri.

La sofferenza associata alla detenzione israeliana non interessa soltanto i singoli prigionieri ma si estende alle loro famiglie e comunità nella loro interezza. Le famiglie dei prigionieri vengono lasciate da sole a soffrire le avversità della vita e devono adattarsi ed adeguarsi alla nuova realtà e al destino ignoto che porta con sé. Una volta che viene portato via il capofamiglia, a volte sia la madre che i bambini sono costretti a cercare un impiego e, di conseguenza, i bambini devono abbandonare gli studi. La famiglia può in alternativa essere costretta a rivolgersi ad altri membri della famiglia per chiedere aiuto, e questo con il passare del tempo, può diventare fonte di umiliazione.

Inoltre, a volte può succedere che alcuni membri della famiglia siano più predisposti a sentirsi umiliati, e ciò spesso comporta delle implicazioni psicologiche e sociali per i membri della famiglia nella sua interezza, in particolare nei bambini. È difficile per un bambino che viene svegliato nel cuore della notte dai suoni del personale della sicurezza armati di tutto punto che prelevano il loro padre dalla sua stanza con la forza, a volte violentemente, dimenticare ciò di cui sono stati testimoni. Agli occhi di un bambino, un padre è sempre innocente senza riguardo per le accuse o situazione e una tale scena gli causerà irrimediabilmente un trauma psicologico.

Lo stesso vale, per il giovane uomo che sente le grida di suo padre mentre viene torturato, o la giovane donna che viene portata in una cella da interrogatorio come mezzo per esercitare pressione su suo padre o fratello. Queste forme di tortura hanno un definitivo impatto psicologicamente negativo su chiunque le subisca e causano problemi o episodi psicologici che peggiorano con il tempo. In molti esempi, questi problemi psicologici sono accompagnati da sofferenze inasprite dopo il rilascio dei detenuti e il loro ritorno alle famiglie e comunità, se durante la loro assenza sono avvenuti dei cambiamenti significativi all’interno della famiglia, come un matrimonio, o cambiamenti nell’educazione tradizionale dei bambini.

Ci possono anche essere stati dei cambiamenti entro la società nel suo insieme che possono aver portato a conseguenze come la perdita del lavoro da parte del detenuto. L’adattamento a tutti questi cambiamenti comunitari spesso costituisce un sforzo significativa per l’individuo e può portare tra l’altro alla frustrazione e depressione, o sentimenti di disperazione e vergogna.

Conclusione

E’ indubbio che le condizioni di salute dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane in generale, e le loro condizioni psicologiche in particolare, non arrivino a riflettere neanche i livelli più bassi della considerazione umana da parte delle Autorità penitenziarie israeliane. Oltretutto, non riflettono neanche un minimo grado di impegno per il rispetto delle leggi internazionali. Al contrario, costituiscono una palese violazione delle disposizioni di legge internazionali rispetto alla necessità di fornire decenti condizioni di detenzione ed adeguata assistenza sanitaria ai prigionieri.

Questa relazione ha evidenziato una serie di procedure e politiche seguite dal Servizio penitenziario israeliano (Israeli Prison Service) che aspira a danneggiare la volontà dei prigionieri e indebolire le loro intenzioni e il loro morale ignorandone i diritti. Gli agenti penitenziari israeliani violano il diritto umanitario internazionale e sono determinati a continuare a privare i pazienti prigionieri dei diritti loro concessi dagli enti internazionali.

Come conseguenza della politica perseguita dal Servizio Penitenziario in accordo con le direttive e decisioni politiche israeliane, sono stati violati palesemente i diritti dei prigionieri e dei pazienti detenuti, in particolare quelle regole e disposizioni di diritto internazionale che garantiscono ai prigionieri malati il diritto di cure e richiedono prestazione mediche.

Questi prigionieri, che patiscono quotidianamente dolore sia fisico che psicologico, si appellano alla comunità internazionale e agli enti per i diritti umani intorno al mondo, affinché combattano per la loro causa e facciano qualcosa per loro. Nonostante l’importanza eccezionale della risoluzione emessa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel Maggio del 2010 che ha evidenziato la questione dei pazienti prigionieri nelle carceri israeliane e la loro sofferenza quotidiana; ha richiesto la formazione di un comitato d’inchiesta insieme alla Croce Rossa; ha richiesto che vengano vagliate le condizioni dei prigionieri malati; e che il governo israeliano fornisca le cure necessarie e  rilasci i casi gravi, questa risoluzione deve essere ancora attuata.

Come tale, ci deve essere uno sforzo combinato e integrato da parte delle istituzioni palestinesi e internazionali per creare una campagna internazionale che possa esercitare pressioni sul governo israeliano per impegnarsi e attuare la risoluzione come un passo necessario per salvare le vite dei prigionieri malati. Davanti all’opinione pubblica mondiale Il governo israeliano deve essere forzato ad occuparsi della questione in accordo con le disposizioni del diritto internazionale.

Questo richiede una campagna sia nazionale che internazionale in modo da:

  1. Assicurare il rilascio dei prigionieri in condizioni critiche prima che sia troppo tardi e ritenere le autorità dell’occupazione israeliana responsabili delle loro vite.

2. Perseguire le specifiche autorità israeliane responsabili per la morte dei prigionieri malati e la politica di omissione di cura; perseguire i responsabili delle vite dei prigionieri cui viene rifiutato il rilascio nonostante il deterioramento della loro salute; e sensibilizzare sul pericolo imminente per le loro vite.

3. Esercitare pressioni sull’Organizzazione Mondiale della Sanità per attuare la sua risoluzione migliorando le condizioni sanitarie e di vita di prigionieri e detenuti, di formare a tal fine un comitato d’inchiesta e visitare le prigioni israeliane.

4. Di permettere a comitati medici specializzati di intervistare i prigionieri malati e fornire cure appropriate.

5. Di aprire le porte delle prigioni alle delegazioni ed istituzioni internazionali che indagheranno sulle condizioni sanitarie e di detenzione.

6. Di fornire un trattamento adeguato ai prigionieri e i pazienti detenuti in modo da alleviare la loro sofferenza.

L’obiettivo, in accordo con il diritto internazionale, è salvare le vite dei pazienti prigionieri, in modo particolare dei casi più problematici; fornire agli altri un adeguata assistenza sanitaria; dare rilievo a questa importante e delicata questione  da un punto di vista sociale, regionale ed internazionale; e sollecitare le varie organizzazioni per i diritti umani ad esercitare pressioni sul governo israeliano per rispondere a ed attuare le disposizioni del diritto internazionale.

Traduzione per InfoPal a cura di Isabella Pinna

 

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