Autopsia del naufragio libanese

L’Orient le jour. Di Anthony Samrani. Crisi finanziarie, politiche, economiche, culturali, ecologiche: è il crollo di un castello di carte che si voleva vedere, nonostante tutte le sue debolezze e tutti i suoi difetti, come una barca inaffondabile.(Da InvictaPalestina.org). 

Che sensazione terribile assistere, in prima fila, al crollo di un Paese. Forse avremmo dovuto sapere che  saremmo andati a sbattere contro il muro, che lo shock sarebbe stato di incredibile violenza e che alla fine non sarebbe rimasto molto del Libano del dopoguerra, eppure i sentimenti che questi eventi provocano non sono meno forti. Non importa quello che si dice, non si è mai veramente preparati al peggio.

Il Libano sta morendo sotto i nostri occhi senza che possiamo farci nulla. La popolazione sta diventando più povera. Il Paese verrà declassato. Le scuole sono in pericolo. Le aziende stanno chiudendo. I giovani che possono, vanno via. Lo stile di vita “libanese” è minacciato, come non era mai stato prima, neppure durante la guerra.

Ciò a cui stiamo assistendo, in questo centenario del Grande Libano, non è una semplice crisi economica, né un’altra debacle politica: è il crollo di un castello di carte che volevamo vedere, nonostante tutti i suoi punti deboli e tutti i suoi difetti, come una barca inaffondabile.

Quando tutto crolla, si cercano i colpevoli. Ognuno ha la propria teoria, a seconda delle proprie convinzioni politiche. Hezbollah, colpevole di volersi liberare dalle regole dello Stato mentre prende in ostaggio lo stesso Stato per perseguire i suoi interessi. L’”Harirismo”, colpevole di aver promosso una visione neoliberista e di non aver infranto la tradizione clientelista. La classe politica nel suo insieme, colpevole di aver usato lo stato invece di servirlo. Il governatore della Banca centrale, Riad Salamé, colpevole di aver alimentato un abisso finanziario mentre continuava a suonare la tromba per coloro che volevano credere che “tutto bene, Madame la Marquise”. Le banche, colpevoli di essersi arricchite finanziando uno stato completamente disfunzionale.

Tutti sono responsabili della situazione attuale, sebbene in misura diversa. Inclusa la popolazione, o almeno parte di essa.  Sono quei libanesi che hanno eletto, per convinzione e/o interesse, gli stessi politici per decenni, senza mai pretendere responsabilità. Quei libanesi, non necessariamente gli stessi, che hanno voluto vivere al di sopra dei propri mezzi, rendendo la ricchezza l’unico criterio di distinzione sociale e che hanno trovato normale approfittare dei tassi di interesse almeno da quattro a cinque volte superiori rispetto ad altri Paesi. E sono stati ancora  i libanesi a trarre vantaggio, quando potevano, sia dall’assenza dello stato che dal clientelismo, che hanno privilegiato la logica  settaria allo spirito nazionale, che hanno partecipato alla distruzione del paesaggio e alla fiera del calcestruzzo.

L’idea qui non è quella di mettere tutti nella stessa barca o di  gettare il bambino con l’acqua sporca. Basterebbe  ricordare che il fallimento è collettivo. O che  abbiamo partecipato alla distruzione politica, economica, culturale ed ecologica del Paese dei Cedri senza aver fatto abbastanza per evitarlo. Invece nel complesso ci lasciamo cullare dall’illusione che un Paese possa funzionare senza uno Stato, che un’economia possa resistere senza produrre nulla, che una società possa accettare tutto per preservare la pace civile. La “resilienza” libanese ha giustificato tutto: quella era l’argomentazione giusta per tutti coloro che non volevano cambiare nulla e per tutti coloro che ritenevano che nulla potesse essere cambiato.

In un certo senso, non avevano torto. È quasi miracoloso che il Libano abbia resistito per così tanto tempo, anche se possiamo rispondere che il costo sarà tanto più doloroso quanto più ha resistito.

Confederazione di clan.

Quale Paese al mondo può  rimanere in piedi  dovendo affrontare così tante carenze strutturali e sfide cicliche? È molto presuntuoso voler essere la Svizzera del Medio Oriente quando la ragione settaria   prevale sullo spirito nazionale, quando i nostri vicini sono la Siria di Bashar al-Assad e lo stato israeliano di Benjamin Netanyahu e il paese viene preso in ostaggio, con il consenso della vittima, dagli scontri regionali tra Iran e Arabia Saudita. Ma la debacle libanese è soprattutto il risultato dei nostri stessi errori. Il naufragio libanese merita un’autopsia in quanto è ricco di lezioni da non riprodurre. Ci sono molti esempi, ma tre di loro meritano un’attenzione speciale.

Prima assurdità: un potere politico indispensabile e tuttavia senza potere. I cosiddetti politici hanno le mani ovunque – nel sistema giudiziario, nell’amministrazione, nel settore bancario, nei media, ecc. – e tuttavia sono incapaci di prendere una decisione fondamentale in merito alla politica del Paese. Il consenso sul minimo comune denominatore è l’unica modalità di governo che conoscono. Ciò si traduce in infinite trattative su argomenti minori e blocchi che diventano tabù su questioni importanti. La strada sta giustamente accusando questa classe politica di essere corrotta e incompetente. Ma il vero problema è ancora più profondo. Se per anni il Libano non è stato in grado di definire chiaramente la sua politica estera o economica, non è a causa dell’incompetenza o della corruzione della sua classe dominante, ma a causa di un modello di governance in cui tutti hanno ufficialmente il potere, il che si traduce  nel fatto che nessuno lo ha veramente. Almeno dall’assassinio di Rafic Hariri, nessun politico libanese ha avuto una base abbastanza solida grazie alla quale poter prendere una decisione importante che vincolasse l’intero Paese. Tutti stanno cercando di governare la barca, ma nessuno è in grado di tenere il timone. I politici hanno combattuto, e continuano a combattere, per salvare questo modello, ufficialmente per preservare la pace civile, in realtà perché è l’unico che può consentire loro di garantire la propria sopravvivenza. Sono solo leader di clan, che usano lo Stato per nutrire la loro comunità e / o la loro regione e che trasformano il Libano in una confederazione di clan con nessun altro progetto comune se non quello di condividere la torta.

Seconda assurdità: la presenza di una milizia finanziata, addestrata e armata da un Paese straniero all’interno di uno Stato dovrebbe, almeno, fare dell’equidistanza il pilastro della sua politica estera in un contesto regionale in ebollizione. Perché può decidere la pace o la guerra indipendentemente dagli interessi del Libano, perché usa, ogni qualvolta lo ritiene opportuno, la minaccia delle armi per orientare le decisioni dello stato a suo favore e per sottrarsi alle  regole comuni, perché è intervenuto in Siria in aiuto di un regime che non ha mai smesso di calpestare il Libano, perché il suo leader Hassan Nasrallah attacca violentemente nei suoi discorsi  i Paesi del Golfo da cui l’economia libanese dipende, per il Paese del Cedri Hezbollah è il problema fondamentale, e il più difficile, da risolvere. Ma funge anche da schermo, una scusa perfetta per i suoi nemici che lo accusano di tutti i mali, dimenticando che anche loro fanno parte del problema. La presenza stessa  dell’entità iraniana – se non completa il suo processo di libanizzazione già in atto – è in contraddizione con la costituzione di un nuovo Libano stabile, prospero e fondato sullo stato di diritto. Ma anche se la questione di Hezbollah fosse risolta, il che richiederebbe uno sconvolgimento regionale e una maggiore integrazione degli sciiti libanesi, il Libano sarebbe ben lungi dall’essere un paradiso di pace. Rimarrebbe un paese in bancarotta, in costante declino per decenni.

L’intero edificio crolla.

Terza assurdità: un modello economico allo stesso tempo selvaggio e inefficace, che si basa sul peggio del neoliberismo e sulla logica del clientelismo spinto al culmine. I servizi pubblici sono deboli, ma la spesa pubblica è esorbitante. Il paese non produce quasi nulla e punta tutto sul settore terziario. Ma nessuna politica seria accompagna questa scelta. Il Libano avrebbe potuto essere una perfetta destinazione turistica. Ma come attrarre i visitatori con le spiagge inquinate, un ambiente saccheggiato, un’elettricità che non è garantita e tutto questo senza essere neppure a buon mercato?

Nessun modello economico avrebbe funzionato in un ambiente politico del genere. Ma è stata questa una ragione per cui l’economia   è arrivata allo stesso livello di nullità della politica? Poiché la popolazione era legata a un certo stile di vita, il paese aveva bisogno di una moneta forte per importare i suoi beni di consumo. Poiché i politici  utilizzavano denaro pubblico per distribuire rendite ai propri sostenitori, è stato necessario trovare un modo per finanziare l’intero processo. Il settore bancario è stato la chiave. Il segreto bancario e la facilità di convertire le  lire libanesi in valuta estera hanno reso il Paese dei Cedri particolarmente attraente, specialmente per i libanesi della diaspora, con tassi di interesse superiori alla media. I nuovi depositi sono stati utilizzati per pagare gli interessi promessi ai vecchi. Ma il sistema, più che imperfetto, è andato  in crisi all’aumentare della spesa pubblica, con gli aiuti esterni che sono cessati , le riforme strutturali –  compresa l’elettricità – che non  sono state attuate e i fattori ciclici, in particolare la guerra in Siria,  arrivati ad aggiungere il loro grano di sale. Quindi è un circolo vizioso. Per attirare nuovi depositanti, devi offrire tassi di interesse ancora più interessanti, il che porta a uccidere l’economia reale e ad approfondire ulteriormente un debito già abissale. La BDL ha finanziato uno stato di vampiri. Le banche hanno finanziato una BDL che ha aiutato lo stato a scavarsi la tomba. Ognuno ha trovato il proprio tornaconto, dal depositante ai politici. Fino a quando l’intero edificio non è crollato.

Una rivoluzione contro se stessi.

Oggi le strade urlano e sono  più legittimate che mai a farlo. Le urla vengono dalle viscere. Dalla pancia affamata e dallo spirito che si sente colpito nella sua dignità. La rivoluzione è in corso, ma il processo potrebbe essere molto lungo. Il 17 ottobre è la data di fondazione del nuovo Libano a cui aspira la popolazione. È il giorno in cui questo Paese, in tutte le sue componenti, è diventato una nazione. Il giorno in cui la sua gente ha deciso che il futuro contava più del passato.

Alla fine di questo percorso rivoluzionario c’è la speranza di ricostruire un Paese su nuove basi, a tutti i livelli. Ma ciò richiede, prima di tutto, accettare che la strada sarà lunga e dolorosa e che sarà necessario mettere sul tavolo tutti i soggetti divisivi per inventare un nuovo contratto sociale. La classe politica non farà nulla, e preferirà affondare con tutta  la barca piuttosto che accettare nuove regole che la metterebbero automaticamente fuori gioco. La società, da parte sua, non può pensare di  schernire la classe politica senza fare autocritica. È una rivoluzione contro una parte di loro, che i libanesi devono fare.

Parte della strada alimenta  il fantasma di un rapido ritorno del “denaro rubato” che dovrebbe risolvere la situazione. Tuttavia il ritorno di queste somme alle casse libanesi, se ciò dovesse mai accadere, richiederebbe anni e nulla indica che sarebbe sufficiente per colmare i buchi abissali dei conti pubblici. Parte della classe politica sta alimentando il fantasma di nuovi aiuti esterni. Ma nessun Paese, specialmente dopo la crisi di Covid-19, sembra interessato all’idea di salvare un Libano che rifiuta di salvarsi.

L’FMI ​​è l’unico modo, anche se non è una scelta facile. Ma ciò suppone, a monte, di dover accettare la realtà dell’affondamento. La  lira libanese non tornerà al suo valore originale. Parte dei depositi rischia di essere soggetta a tagli o al  bail-in. La spesa pubblica dovrà essere ridotta, il che potrebbe tradursi in salari più bassi nel servizio pubblico o addirittura in una riduzione della forza lavoro. Nella migliore delle ipotesi, il Libano passerà diversi anni dolorosi prima di poter alzare l’asticella. E i suoi problemi fondamentali, che si tratti dello status di Hezbollah, della governance impossibile o dell’assenza di un contratto sociale diverso dal clientelismo, non saranno necessariamente risolti. Nel peggiore dei casi, la crisi risveglierà i bagliori dei clan e lo spettro della guerra civile. E pochi anni non saranno sufficienti per riuscire vedere la fine del tunnel.

(Immagine di copertina: Un manifestante sventola una bandiera libanese e fa il segno della vittoria di fronte a pneumatici fiammeggianti, a Beirut. Archivi AFP).

Traduzione per InvictaPalestina.org di Grazia Parolari.

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