BoccheScucite: Voci dalla Palestina occupata.

  Riceviamo da don Nandino Capovilla, Pax Christi, e pubblichiamo.

 

 

voci dalla Palestina occupata

BoccheScucite

 

quindicinale di controinformazione

numero 63 – 1 ottobre 2008 

 

 

                       Facciamo pace in Medio oriente

“Facciamo pace, una frase che si dice tra bambini italiani”…con queste parole Luana Zanella ha aperto la Terza conferenza europea degli enti locali per la pace in Medio oriente, che si è svolta a Venezia dal 25 al 27 settembre. Una ‘frase essenziale che vuole mettere al centro la questione Mediorientale”, una frase che i bambini catalani coniugano al plurale, “forse perché non c’è una sola soluzione”, dice lo spagnolo Hernandez “ e ci sono tante paci…

E questa è stata la nostra impressione uscendo da tre giorni di dibattiti, proposte e dichiarazioni di intenti: i sindaci, i rappresentanti degli enti locali europei, palestinesi e israeliani hanno declinato con sfumature differenti, a volte contrastanti la parola pace, parlando del conflitto mediorientale, e forse non poteva che essere così. E allora, mentre Allegra Pacheco, vicedirettrice dell’Ocha, illustrava con mappe e dati la situazione invivibile e le restrizioni a cui sono sottoposti gli abitanti di Gaza e West Bank, indicando ai 270 partecipanti il “sistema multistrato di restrizioni fatto di accessi e spostamenti negati, il blocco del movimento, dell’economia”, arrivando ad affermare che “stiamo perdendo la possibilità di agire affinché le cose cambino veramente” l’israeliano Yossi Alpher definiva tali restrizioni “il risultato della lotta al terrorismo: se non ci fossero stati i kamikaze, il muro e le barriere non ci sarebbero”.

È stato interessante cogliere la chiarezza con la quale alcuni relatori hanno evidenziato il ruolo che noi europei dovremmo avere in questa situazione: “avvertiamo una nostra responsabilità: quella di essere davanti ad una tragedia che forse stiamo tollerando e alimentando. Potremmo mai vivere con la vergogna di non averci provato fino in fondo? Sentiamo il dovere di assumerci una responsabilità politica” (Poletti) perchè “è necessario che le città europee vivano la pace in Medio oriente come se fosse in gioco la loro stessa pace” (Josselin). E l’israeliano Eliahu Levy non ha mancato di sottolineare lo sforzo e l’impegno che l’Europa, se non altro a livello di enti locali, sta mettendo per ‘fare pace’:“Grazie perché venite a vedere e rischiate. Qualsiasi progetto che metterà insieme israeliani e palestinesi ci aiuterà e aiuterà la fiducia tra noi”. Ci è sembrato quantomai opportuno e senz’altro segno di speranza (“la speranza non è parola vuota. Ci permette di pensare che ci sono forze che agiscono per il cambiamento. Il poeta Mahmoud Darwish diceva che siamo ‘costretti alla speranza’, e la nostra speranza deve essere azione- ha chiosato Luisa Morgantini, vicepresidente del parlamento europeo) che in questa terza conferenza si consolidassero le tante iniziative di cooperazione di parternariato

bilaterale tra europei e palestinesi nella maggioranza dei casi e le azioni di collaborazione trilaterale (tra europei, palestinesi e israeliani) possano evolversi e moltiplicarsi.

Ma avvertivamo una contraddizione in fondo a tutto questo. Certo, forse “La pace non dipende da noi, ma dalla politica internazionale di alto livello” (Loucaides), certo è importante che la società civile palestinese e quella israeliana non smettano di cercare il dialogo (messaggio del Presidente Napolitano); Certo non bisogna cadere nell’astrattezza e nel pericolo rappresentato dall’ideologismo (Becciato) e “noi politici locali non possiamo fare politica estera ma lavorare con le popolazioni locali e metterle in contatto”(Shapira ).

Ma la questione non poteva essere posta solo in questi termini.

Ed ecco allora il sindaco di Betlemme puntualizzare: “domandiamoci come mai è necessario l’aiuto umanitario in Palestina. La risposta è che c’è un’occupazione militare. Poniamo fine all’occupazione e non ci sarà bisogno di aiuti umanitari e risparmiamo tutti. Il tema da porre al centro di questo convegno allora non dovrebbe essere l’emergenza umanitaria, ma la pace! Noi abbiamo cervelli! Consentiteci il diritto all’autodeterminazione. Israele parla sempre di sicurezza. È notoriamente lo Stato militarmente più forte della regione: e ancora parla di sicurezza… ma chi è l’occupante e chi l’occupato?”. Gli ha fatto eco Ghassan

 Khatib:” è importante capire le cause che stanno alla base di questa situazione. L’Europa è invitata a esprimere maggior sensibilità verso il diritto internazionale. Vi è una violazione continua dei diritti umani dei palestinesi e non si chiede mai ad Israele di attenersi alla legalità internazionale. Fintanto che non si costringe Israele a fermare le sue violazioni del diritto internazionale, fermando soprattutto l’espansione delle colonie, non ci sarà un vero processo di pace. La mancanza di soluzioni politiche ha portato allo sviluppo delle posizioni estremiste di entrambe le parti. C’è poco tempo. È tempo che l’Europa, gli enti locali, le ong agiscano per l’interesse della gente del Medio Oriente, promuovendo una pace basata sulla giustizia. E così anche la francese Chantal Bourvic ha insistito su questo aspetto, per noi centrale: “c’è un’urgenza politica, non solo umanitaria. Finché non ci sarà la volontà reale di creare uno Stato palestinese vivibile, rimarremo dentro il contesto dell’urgenza umanitaria. Invece Israele non ha mai rispettato le risoluzioni Onu e la legalità internazionale.”

“Come possiamo fare la pace finché gli israeliani ci considerano dei casi umani, e non dei soggetti detentori di diritti? –ha chiesto il palestinese Issam Akel- Non si può parlare di rapporti tra israeliani e palestinesi se non li si mette in condizione di relazionarsi tra pari. Prima si deve porre fine all’occupazione, e poi si potrà fare una pace tra pari.”

Ecco allora che si sentiamo di condividere l’auspicio del sindaco di Betlemme, che in coda al suo intervento ha affermato: “Chiediamo agli enti locali israeliani di fare pressione verso il loro governo affinché rispetti la legalità internazionale.”

Ecco quello che secondo noi è il principale lavoro, la principale e profonda fatica da fare come enti locali e società civile: fare pressione come persone e come piccoli governanti affinché l’occupazione cessi. Non diciamo certo che dovrebbe essere l’unica cosa da fare: l’urgenza umanitaria nei territori palestinesi occupati chiede che ci si adoperi in ogni modo affinché cessino le sofferenze di milioni di persone. Ma bisogna far attenzione a mantenere alto l’obiettivo politico principale, che dovrebbe essere unico e chiaro per grandi e piccoli capi politici: adoperarsi per il rispetto della legalità internazionale. Questo dovrebbero fare principalmente i palestinesi e gli israeliani che dialogano insieme per la pace. Per il bene e la sicurezza di entrambi i loro popoli.

Se c’è una cosa che BoccheScucite suggerirebbe a coloro che hanno stilato la dichiarazione finale del convegno, è di mettere al primo, e non al sesto posto, l’impegno comune di ‘vigilare sulla violazione dei diritti umani”, che devono essere rispettati da tutti e con la stessa determinazione. Questo perché abbiamo a cuore la vittoria della pace per tutti in quella terra. 

Perché, con Moni Ovadia che ha chiuso con parole vibranti le tre giornate veneziane, abbiamo a cuore gli uomini e le donne e i bimbi di ogni popolo che soffre: “Sono andato in Cisgiordania con Amira Hass,- ha detto Moni- e ho fatto con lei quello che lei chiama ‘l’occupation tour’. Ho visto cose che non hanno nulla a che vedere con la sicurezza d’Israele: il muro, il contingentamento dell’acqua, lo sradicamento di migliaia di ulivi… non hanno nulla a che fare con la sicurezza d’Israele. Sovrapponete le carte che in Cisgiordania indicano i checkpoint, le bypass road, il muro e le colonie… e vedrete da voi com’è la situazione. Non è questione di essere di parte. Io non sono filopalestinese o filoisraeliano. Parlo come uomo. E come Amos Gitai dico “mi interessano gli esseri umani” e a nome loro chiedo una pace giusta. E questa non è ideologia. La sicurezza israeliana è legittima, ma non in questi termini. Si tolgano i palestinesi dalla loro prigione, e solo dopo si potrà parlare di pace”.

                                                                                BoccheScucite

 

In una parola: apartheid

intervista a Jeff Halper 

Domanda: Ora che sei a Gaza, potresti esprimere un commento sull’assedio israeliano e sull’embargo internazionale alla Striscia? 

Risposta: Imponendo a Gaza sanzioni economiche, atto illegale per la legge internazionale, la comunità internazionale, tramite l’ONU, ha evidenziato la miseria ed il fiasco del sistema. Ecco perché, se si vuole giustizia, se si deve porre fine all’assedio, all’occupazione, alle sanzioni; dev’essere la gente ad agire: non saranno i governi a farlo, e nemmeno l’ONU, dato che è controllata da questi ultimi. È la gente, quindi, che deve ribellarsi, ed è quel che abbiamo fatto. Siamo venuti qui in 46, da 17 Paesi, e abbiamo rotto l’assedio. Siamo arrivati qui a Gaza in barca: questo dimostra che i popoli hanno la capacità di sconfiggere gli eserciti. Allo stesso tempo, non avremmo [dovuto] far questo: sarebbe stato dovere dei governi

D: Ora ritorni a Gerusalemme attraverso il valico di Erez. Quale messaggio trasmetti, arrivando a Erez?

R: Sono un israeliano e qui a Gaza, in quanto israeliani, dobbiamo cominciare ad assumerci la responsabilità dei nostri atti. Per gli israeliani, non esiste un’occupazione; quindi, dal loro punto di vista, tutto è terrorismo. Quello che cerco di comunicare è che abbiamo un’occupazione, un assedio, delle sanzioni, un blocco. Siamo quindi la parte più forte, gli oppressori: i palestinesi non occupano Tel Aviv. Perciò è nostra la responsabilità di porre fine all’occupazione e termine al conflitto. Dobbiamo assumerci le nostre responsabilità come israeliani. Ecco perché sono qui: per rappresentare quelli di noi che vogliono comunicare ai palestinesi: “Siamo responsabili di questa terribile situazione, e siamo disposti a farcene carico”.

D: Come giudichi il regime israeliano di apartheid in Palestina?

R: È proprio quello il problema. Israele sta tentando di manovrare un regime di apartheid sotto la maschera di una soluzione a due Stati; è contro questo che cerchiamo di mettere in guardia. Israele vuole due Stati; ne desidera uno palestinese perché è responsabile, ma non vuole esserlo, di quattro milioni di palestinesi, e vuole uno Stato ebraico. Ma, allo stesso tempo, aspira alla terra, alle colonie, al controllo, e così via. Così cerca uno stratagemma per vendere un bantustan come in Sud Africa, un bantustan palestinese in una situazione di apartheid, con la copertura dei due Stati. È a questo che dobbiamo prestare molta attenzione, per non permettere che raggiungano l’obiettivo.

D: Israele ha sempre proclamato il suo diritto ad essere uno Stato ebraico, chiedendo che i palestinesi questa sua identità. Che ne pensi?

R: Penso che sia impossibile avere uno Stato ebraico. Ritengo che dobbiamo cominciare a parlare di Israele, non di uno Stato ebraico. O c’è una soluzione a due Stati – uno Stato di Israele per tutti i suoi cittadini, compresi quelli palestinesi, e un vero Stato palestinese – oppure ce n’è una ad un solo Stato, in cui vivere tutti insieme, in un unico Paese democratico. Queste sono le alternative. Ma per tutti noi dev’essere inaccettabile l’opzione dell’apartheid, promossa da Israele. Per quale motivo, però, Israele sostiene l’ebraicità dello Stato? Perché è la logica di uno Stato che si basa sul privilegio di un gruppo specifico.

Una volta che gli ebrei, o gli europei in Sud Africa, o un gruppo particolare sostengono “Questo è esclusivamente il nostro Paese, abbiamo più diritti di altre popolazioni”, questo conduce all’apartheid. E così, la sola via d’uscita è riconsiderare tutto questo territorio come un unico Paese, che appartiene a tutti noi.

D: Come vedi il futuro di un processo di pace israelo – palestinese, con il governo USA a detenere un ruolo guida?

R: Il cosidetto processo di Annapolis è solo una truffa. Condoleeza Rice in questi giorni è a Gerusalemme: penso che sia la 17ma o la18ma volta… dal mio punto di vista è ridicolo, non è un vero processo di pace, non ci sono trattative concrete… perché è solo un tentativo di imporre questo regime di apartheid.

D: Per finire, ti aspetti – dopo il successo dell’arrivo a Gaza – che ci siano altri atti di rottura dell’assedio, come le vostre barche?

R: Ce ne devono essere, è questo il punto: non può essere un atto isolato. L’unico modo per rompere l’assedio è un continuo andirivieni di barche e navi. I palestinesi devono invitare la gente a venire; ci dev’essere una mobilitazione internazionale. Dobbiamo avere un movimento, qui. Altrimenti, si torna al punto di partenza: è importante, quindi, proseguire.

(Traduzione a cura di Carlo Tagliacozzo e Paola Canarutto)

Berlusconi: “siamo tutti israeliani!”

Quanto è devastante la propaganda sul futuro della memoria… 

(…) Una canzone molto significativa degli anni ’60 ricorda che gli assassinati nei campi di sterminio nazisti, furono tredici milioni. Questa cifra non ricorre quasi mai nelle celebrazioni, nei discorsi, nelle commemorazioni, nei vari giorni solenni che ricordano i tragici eventi legati allo sterminio nazifascista. Le rare volte che qualcuno ricorda il numero intero delle vittime, questo dato scivola come acqua sulla pietra. Ora, chi furono gli sterminati? Sei milioni furono gli ebrei, lo sappiamo bene. Ma gli altri? Furono zingari, menomati, omosessuali, antifascisti di ogni orientamento politico e di ogni fede, soldati che rifiutarono di vendersi ai tiranni. E furono anche slavi, Testimoni di Geova, pacifisti. Il giorno 17 scorso, il quotidiano La Repubblica ha riportato stralci di un discorso tenuto dal nostro presidente del consiglio a Parigi, nel corso della sua ultima visita in Francia dove, fra le altre, ha pronunciato queste nobili parole: "Ho visitato Auschwitz e mi sono sentito anch’io israeliano (…) Ho sempre sentito l’importanza di essere dalla parte di Israele e dei suoi abitanti".

Non c’è dubbio che gli israeliani portino su di sé una parte dell’eredità e del senso di ciò che fu la Shoa in quanto sopravvissuti o eredi di sommersi e di salvati, ma solo una parte. L’altra parte appartiene agli ebrei della diaspora e a tutte le altre vittime della barbarie nazifascista.

Il significato della Shoa è universale e ce l’ha insegnato definitivamente Primo Levi scrivendo "Se questo è un uomo". Non ‘se questo è un ebreo’, né ‘se questo è un israeliano’. Non si hanno sentimenti di onesta ripulsa dell’orrore nazifascista se non ci si sente anche antifascisti, zingari, omosessuali, menomati, pacifisti.

Non sarò certo io a voler negare lo specifico antisemita del nazifascismo, ma far confluire questo aspetto nella israelizzazione esclusiva della Shoa, è un’operazione di propaganda e, per il futuro della memoria, è devastante.

Moni Ovadia, L’Unità 20 settembre 2008

Divieto di accesso: se Israele impedisce di andare nella propria terra…

L’ultimo Rapporto di B’TSELEM

 Per anni le autorità israeliane hanno impedito ai palestinesi di andare negli anelli di terra attorno agli insediamenti, senza far nulla per eliminare le azioni violente dei settlers nelle terre adiacenti alle colonie. Bloccare l’accesso è uno dei modi per… espandere gli insediamenti. Negli anni, nella totale impunità, Israele ha istituzionalizzato queste chiusure realizzando una vera annessione di altri territori.

L’organizzazione B’Tselem ha raccolto nel suo ultimo Rapporto del Settembre 2008, una serie di testimonianze straordinarie.

Per chi si scoraggia presto nella lettura in lingua inglese,

ALCUNI VIDEO sono proprio da non perdere:

 http://www.btselem.org:80/english/publications/summaries/200809_access_denied.asp 

  

Con i due articoli che seguono vogliamo contribuire a rilanciare la riflessione sulle due possibili soluzioni del conflitto: “stato unico” o “due stati per due popoli”.

Purtroppo ILAN PAPPE, che aveva personalmente dato la sua disponibilità, HA CANCELLATO LA CONFERENZA del 29 novembre.

                                                  Israele-Palestina: verso lo stato binazionale?

È ormai fallito il progetto dei due stati?

 A livello politico, l’attuale fase dei rapporti fra Israele e ANP (Autorità Nazionale Palestinese) è caratterizzata dalla trattativa inaugurata dalla conferenza di Annapolis dello scorso novembre. In quell’occasione, con la mediazione degli USA, Israele e l’ANP decisero di formare due delegazioni con il compito di raggiungere, entro la fine dell’anno in corso, un preaccordo sui maggiori problemi sul tappeto. Come in ogni precedente consimile occasione, però, la trattativa si è rivelata come il pretesto da parte di Israele per prendere tempo mentre, sul terreno, continua l’incessante processo di moltiplicazione e di espansione delle colonie israeliane in Cisgiordania. In questa situazione, il capo della delegazione palestinese, Ahmed Qureia, alias Abu Ala, ha dichiarato, il 10 agosto, che se il processo di pace dovesse continuare a segnare il passo, i palestinesi potrebbero abbandonare la richiesta della formazione di un loro stato, sciogliere l’ANP e domandare la creazione di un unico stato democratico bi-nazionale, che includa israeliani e palestinesi. La dichiarazione di Qureia è stata letta e, probabilmente, era stata presentata come una minaccia nei confronti della controparte israeliana. Come notato dallo stesso Ehud Olmert, la scomparsa dell’ANP e la creazione di uno stato bi-nazionale porrebbe Israele «di fronte ad una lotta di tipo sudafricano per l’ottenimento di uguali diritti di voto [da parte dei palestinesi], e, qualora questo accadesse lo stato di Israele sarebbe finito». Sarebbe finito, ovviamente, perché Israele si troverebbe di fronte a due alternative, entrambe inaccettabili: la prima sarebbe quella di rivelarsi come uno stato apertamente razzista, sul tipo del Sudafrica dell’apartheid, dove diritti e doveri sono distribuiti in maniera diseguale su base razziale; la seconda, nel caso che si creasse un sistema autenticamente democratico, sarebbe la prospettiva che i palestinesi, che nel giro di un paio di decenni saranno diventati più numerosi degli ebrei israeliani, conquistino il potere per via democratica. Si tratta di un dilemma che è ormai chiaramente percepito dalla dirigenza israeliana, indipendentemente dal suo colore politico. È per questo che anche un super falco come Ariel Sharon aveva incominciato a parlare, all’inizio di questo decennio, della necessità di costruire uno stato palestinese. Il problema – allora come ora – è l’indisponibilità da parte degli israeliani di concedere il minimo necessario per arrivare ad un accordo con i palestinesi. Questo minimo è la costituzione di uno stato palestinese realmente indipendente sui territori occupati da Israele nel 1967, con Gerusalemme Est come capitale.

La dichiarazione di Qureia sullo stato bi-nazionale può sembrare l’astuto espediente di uno sperimentato negoziatore per rilanciare una trattativa moribonda. Tuttavia, la proposta dello stato democratico bi-nazionale è tutt’altro che un’improvvisazione; da tempo, infatti, numerosi intellettuali palestinesi, fra cui Omar Barghouti, e qualche intellettuale israeliano, fra cui Ilan Pappé, sostengono la necessità di abbandonare il progetto dei due stati per puntare a quello dello stato democratico unitario per israeliani e palestinesi. Un’idea, quest’ultima, che era già stata proposta da Edward Said nei suoi ultimi anni di vita. In effetti, a sette giorni di distanza dalla dichiarazione di Qureia, il 17 agosto, un gruppo di intellettuali e di politici palestinesi, raccolti nel Palestine Strategy Study Group, finalizzava e metteva a disposizione sul web un rapporto in inglese e in arabo, intitolato Regaining the Initiative: Palestinian Strategic Options to End Israeli Occupation. L’idea centrale del rapporto è la necessità di proporre ad Israele l’accettazione in tempi predefiniti della creazione di uno stato palestinese indipendente sui territori occupati da Israele nel 1967, con Gerusalemme Est come capitale. Se, però, la proposta non fosse accettata nei tempi previsti, il passo successivo sarebbe lo scioglimento dell’ANP e la richiesta del diritto di cittadinanza da parte dei palestinesi. Questa seconda eventualità, sottolinea il rapporto, non rappresenta una minaccia, ma, in una situazione in cui è impossibile creare uno stato palestinese, la soluzione più equa, in effetti l’unica soluzione equa possibile, per entrambi i popoli.

 Michelguglielmo Torri. (Da InfoPal)

  

La soluzione “Un solo stato”

di Sari Nusseibeh 

Un recente rapporto dell’ong israeliana Peace Now rivelava che da quando il Presidente George Bush ha convocato la conferenza di pace ad Annapolis lo scorso ottobre, il numero degli appalti di costruzione concessi a Gerusalemme Est è aumentato a dismisura rispetto all’anno precedente. Dal 1967 Israele ha costruito quasi 13 nuovi insediamenti a Gerusalemme Est, che è ora abitata da più 250 mila israeliani, quasi lo stesso numero dei palestinesi cui è permesso di risiedere nella città. Se ci ricordiamo che la maggior parte dei piani per una soluzione “due stati” prevede Gerusalemme Est quale capitale di un futuro Stato palestinese (accanto alla capitale israeliana a Gerusalemme Ovest), allora è facile capire perché tanti palestinesi non credono più a questo progetto.

C’è anche un’altra ragione per cui la soluzione dei “Due Stati” sta perdendo consensi: l’atteggiamento di Washington.  Durante un viaggio recente a Ramallah, quando al Segretario di Stato americano Condoleza Rice è stato ricordato che i palestinesi avevano già dimostrato la disponibilità a cedere ad Israele il 78% di quello che loro considerano loro territorio di diritto, si riporta che abbia risposto seccamente : “Scordatevi il 78%. Quello che  viene  negoziato ora è il 22% rimanente”. Il messaggio era  chiaro: i palestinesi devono essere pronti a cedere altra terra. Gli israeliani hanno da lungo tempo descritto gli insediamenti nella West Bank come estensioni organiche della comunità israeliana. Ma le nuove costruzioni israeliane -sempre secondo Peace Now- sono cresciute del 50% nell’anno trascorso. Questa attività di costruzione, combinata con quella del muro di separazione, ormai quasi completata, e con i rapporti che indicano come Israele intenda mantenere il controllo della sicurezza lungo il bordo orientale della valle del Giordano, manda un altro messaggio: che Israele ha pianificato di tenersi quel territorio per sempre. Si aggiunga a tutto ciò il problema dei rifugiati non ancora preso in considerazione. Così non c’è da meravigliarsi che molti dei sostenitori della soluzione “Due Stati” stiano perdendo la speranza.

È importante ricordare che il movimento nazionale palestinese ha cominciato a sostenere l’idea della soluzione “Due Stati”, come compromesso pragmatico, soltanto 20 o 30 anni fa.

Avendo capito che Israele non andava da nessuna parte, i moderati decisero che la loro migliore speranza per avere uno Stato, era quella di averne uno accanto ad Israele, non uno che lo rimpiazzasse.  Tuttavia i 15 anni di trattative che ne sono conseguite hanno prodotto veramente poco, e perciò non è una sorpresa che la fiducia in questa opzione apparentemente pragmatica, si stia dissolvendo. A meno che non si riprenda la vecchia idea di uno Stato binazionale, laico e democratico, dove cittadini ebrei ed arabi possano vivere gli uni  a fianco degli altri in uguaglianza. Per alcuni, come gli intellettuali ed attivisti che costituiscono il Gruppo per una Strategia palestinese (che recentemente ha sostenuto questa tesi su giornali arabi), un dibattito su uno scenario “Uno Stato” dovrebbe mettere in guardia Israele sui pericoli delle sue politiche espansioniste. Questo Gruppo preferirebbe che emergesse una soluzione “Due Stati”. Altri invece stanno ritornando alla  visione di un solo Stato , esposta per la prima volta da Fatah alla fine degli anni ’60. Il primo gruppo crede  che una trattativa per una soluzione “Uno Stato” potrebbe aiutare ad inculcare un po’ di buon senso nella testa dei dirigenti israeliani. Il secondo preferisce una soluzione “Un solo Stato” perchè questo porterebbe ad un governo che, alla fine , essi potrebbero controllare come maggioranza demografica. Sebbene anche il Primo Ministro Ehud Olmert abbia recentemente riconosciuto il pericolo cui Israele va incontro, non è altrettanto chiaro che  altri dirigenti in Israele lo abbiano fatto. Essi potrebbero tentare di differire il problema con tattiche diversive, quali quella di dare alla Giordania il controllo dei centri di popolazione del West Bank, sotto la continua supervisione dell’ esercito israeliano. Tale soluzione, fu fatta affiorare la prima volta da Israele negli anni ‘70 . Secondo questo scenario, Gaza sarebbe lasciata all’Egitto. Ma anche se la Giordania e l’Egitto potessero essere persuase ad  accettare tale onere, tale tattica non porterebbe ad una durevole stabilità nella regione. Ed i proponenti più seri dello scenario “Un solo Stato” non sembrano capire quanta ulteriore sofferenza umana  sarebbe necessaria per ottenerlo. E per suonare un campanello d’allarme, ciò avrebbe potuto avere senso 25 anni fa, quando la costruzione degli insediamenti a Gerusalemme Est e nel West Bank stava appena cominciando. Oggi, con circa mezzo milione di Ebrei che vivono intorno alla linea di armistizio del 1949, è quasi impossibile invertire il processo. È perciò tempo di azioni, non di parole..In pratica, questo significa spingere nei prossimi mesi per un accordo giusto col quale entrambe le parti possano vivere. Molti palestinesi pensano che un singolo Stato sia l’ideale, perché questo significherebbe la sconfitta del progetto sionista ed  il suo rimpiazzo con un paese bi-nazionale che sarebbe alla fine governato dalla sua maggioranza araba. Ma molte navi sono già naufragate su quegli scogli. E lo Stato unico che emergerebbe da un conflitto di proporzioni catastrofiche non sarebbe affatto ideale.

Newsweek, 29 settembre 2008

Tutti a raccolta!

Ma a Nablus i coloni distruggono gli ulivi! 

Anche questa raccolta delle olive inizia nella violenza: nella zona di Nablus i coloni israeliani hanno dato fuoco a molte piante di ulivo. In due attacchi hanno bruciato approssimativamente 300 alberi del villaggio di Sarra e altri 30 del villaggio di Burin, Madema, Assira e Qibliya. Gli abitanti li hanno visti come attacchi coordinati.

I coloni hanno attaccato verso le 10.30 del mattino, provenienti dall’insediamento di Harvat Gilad. La perdita di "soli" 30 alberi nella zona di Burin è avvenuta solo grazie all’intervento di internazionali presenti sul posto che hanno domato gli incendi. Attacchi di questo tipo, distruggono il lavoro di un anno intero, spesso l’unica fonte di sostentamento per le famiglie di contadini. Diversi gruppi di internazionali organizzano campi di raccolta (come www.associazionezaatar.org che ha denunciato queste aggressioni a Nablus) e come gli italiani di Pax Christi di cui BoccheScucite anche quest’anno diffonderà i Report.

 

E se arriverà una donna Primo Ministro…

…niente di nuovo sotto il sole. 

“La data auspicata da George Bush, un accordo entro la fine dell’anno, potrebbe essere non realizzabile: non voglio che un limite prefissato ci spinga a correre troppo in fretta e a rinunciare ai nostri interessi. Stiamo facendo il possibile per raggiungere un’intesa.” (Tzipi Livni, Corriere della Sera, 10 agosto 2008). Se questo “assaggio” ci anticipa come sarà la nuova Primo Ministro d’Israele TZIPI LIVNI, non c’è da rallegrarsi… Altro che pace entro l’anno! È sempre meglio rimandare, anzi, il criterio permanente di Israele è di spostare sempre in avanti il momento in cui ammettere di aver distrutto ogni possibilità di uno Stato palestinese e continuare indisturbati la colonizzazione infinita. Già Rabin diceva: ”nessuna data è sacra”…, secondo gli Accordi di Oslo la pace si doveva fare entro il 1999 e secondo la Road Map entro il 2005… Importante è “non rinunciare ai nostri interessi e non correre troppo in fretta”, parola di Tzipi Livni.

 

La libertà di non uccidere è sotto processo

tre donne israeliane obiettrici di coscienza 

Tre giovani ragazze israeliane – Omer Goldman, Tamar Katz e Mia Tabarin – hanno espresso il 12 settembre il loro rifiuto ad arruolarsi nell’esercito israeliano. Tra le 3, Omer è stata condannata il giorno stesso a 21 giorni di prigione. Per le altre 2 ragazze la sentenza ha previsto 5 giorni di confino nella base militare, mentre saranno sottoposte ad un nuovo processo. Omer invece dovrebbe uscire di prigione il 10 ottobre.  

INVIA ANCHE TU una mail di solidarietà e sostegno a Omer, Tamar e Mia a:  shministim@gmail.com  . Inoltra la mail ai seguenti indirizzi per raggiugere diversi ministri:  sar@mod.gov.il  o pniot@mod.gov.il 

 ECCO UN TESTO COME MODELLO per le tua mail:

 Dear Sir/Madam,

It has come to my attention that Omer Goldman, Military ID 5398532, a conscientious objector, has been imprisoned for her refusal to perform military service, and is held in Military Prison No. 400.

The imprisonment of conscientious objectors such as Omer Goldman is a violation of international law, of basic human rights and of plain morals. I therefore call for the immediate and unconditional release from prison of Omer Goldman, without threat of further imprisonment in the future, and urge you and the system you are heading to respect the dignity and person of conscientious objectors, indeed of all human beings, in the future.

Sincerely,

© Agenzia stampa Infopal
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