'Boicottare la fiera, ma per altre ragioni'.

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BOICOTTARE LA FIERA, MA PER ALTRE RAGIONI

(pubblicato su "Rinascita" del 20 febbraio 2008) 

Note critiche sul Salone del Libro di Torino, dedicato, quest’anno, ad Israele

La pubblicazione da parte di quattro quotidiani di una foto che ritrae una scritta contro Israele a firma di Progetto Torino su un muro del capoluogo piemontese è l’occasione per prendere, da torinese, una posizione sulla questione del boicottaggio della prossima edizione della Fiera del libro.

Ospite d’onore della manifestazione sarà lo stato di…Israele, che quest’anno compie sessant’anni (l’occupazione coloniale della Palestina veniva formalizzata, infatti, nel 1948). La decisione, difesa strenuamente dalle istituzioni locali, ha sollevato le proteste di chi ritiene quanto meno inopportuna la scelta fatta.

I contestatori si dividono in due categorie. Una prima categoria contesta la scelta senza sé e senza ma, ritenendo correttamente che la città non debba celebrare una occupazione militare imperialista che, nel tempo, ha prodotto uno stato che ha tutt’ora in vigore leggi razziali e segregazione, violando ripetutamente le risoluzioni ONU (organizzazione che proprio da tale atteggiamento di Israele è stata nel tempo delegittimata in ambito internazionale). I sostenitori di questa tesi invitano esplicitamente al boicottaggio della fiera, promettendo l’organizzazione di manifestazioni alternative che spieghino le ragioni della Resistenza palestinese nel tempo.

La seconda categoria di contestatori è quella che applica l’ipocrita formula dei "due popoli, due stati" (o, per dirla con D’Alema, dell’ "equivicinanza"). Essi ritengono che la formazione di uno stato palestinese, nelle zone ai margini di Israele, consenta il raggiungimento di una pace duratura, e magari anche dell’amicizia. Costoro ignorano, o fingono di ignorare, che l’accettazione, da parte dei Palestinesi, di una soluzione del genere, equivarrebbe a legittimare definitivamente il furto della loro terra avvenuto sessant’anni or sono. Tali contestatori, più miti, non parlano di boicottaggio, ma si accontenterebbero di vedere rappresentati alla fiera anche alcuni scrittori palestinesi. Insomma, due popoli, due fiere. O magari una fiera sola, con gli Israeliani che si muovono dove gli pare e i Palestinesi che invece possono stare solo in certi padiglioni, così il realismo diventerebbe totale.

La foto riportata dai giornali si riferisce ad una scritta comparsa nell’estate del 2006, quando Progetto Torino ha condotto una corposa campagna di controinformazione sull’aggressione militare israeliana al Libano. I giornalisti invece, con grande professionalità, l’hanno fatta passare per una scritta comparsa in queste notti, per protestare contro la Fiera del Libro.

Esaurite queste premesse, si può fare, da torinesi una valutazione di come porsi nei confronti della Fiera del libro che si terrà la prossima primavera. Occorre boicottarla, ma non perché il tema della fiera saranno i sessant’anni di Israele. É perfettamente coerente che il colonialismo sionista venga celebrato in Torino. Dove nel 2006 ci sono stati 1943 sfratti per morosità, e solo nel primo semestre del 2007 gli sfratti erano oltre 1200, ma il comune organizzava le olimpiadi e le universiadi. Dove il degrado avanza, inseguito da improbabili poliziotti a cavallo. Dove si dà la cittadinanza onoraria al Dalai Lama, ignorando che il Tibet, in mano ai monaci, diventerebbe un regime teocratico feudale e schiavista come lo era prima della presenza cinese, ma soprattutto ignorando che il Tibet indipendente dalla Cina significherebbe basi Nato al centro dell’Asia e missili americani puntati su Mosca.

La Fiera del libro va boicottata perché è un’ammucchiata di folla in una ex fabbrica riadattata, dove i libri costano al prezzo di copertina e non ci sono sconti fiera, in più si paga il biglietto di ingresso. Va boicottata perché l’allestimento non è meno volgare di quello di tanti programmi televisivi. Va boicottata perché è il bagno di folla autocelebrativo di dirigenti istituzionali il cui linguaggio comunemente usato denota che pochi di loro i libri li hanno nella loro vita aperti per vedere cosa c’era dentro.

Giovanni Di Martino

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