Cattura di Shalit: le testimonianze dei soldati israeliani, tra omissioni e debolezze.

Pal-Info. Un centro di studi e analisi sull’informazione giornalistica ha prodotto la traduzione di un interessante rapporto sulle testimonianze dei soldati sionisti che, nel 2006, presero parte all’operazione “Illusione dissoluta” in cui – il 25 giugno di quell’anno – le forze della resistenza palestinesi rapirono il soldato israeliano, Gilad Shalit.

Il testo delle testimonianze è stato pubblicato su una rivista militare in lingua ebraica.

Dal rapporto emergono errori e frustrazioni dei soldati israeliani per il modo in cui condussero quell’operazione.

Gran parte dei soldati erano all’inizio del servizio militare ed erano stati assegnati alle sale di monitoraggio chiamate “war room” nella zona di Kerem Shalom, a sud di Rafah (Gaza).

In quel punto si trovava con esattezza il carro armato israeliano da cui fu rapito Shalit.

Il soldato israeliano Omer Kartas racconta che l’operazione ebbe inizio alle 5.13, all’alba di quel giorno, quando partirono alcuni colpi di mortaio [della resistenza palestinese, ndr].

Quell’azione aveva l’obiettivo di sviare l’attenzione dei soldati, che così avrebbero inseguito la scia del fumo.

La recluta Kartas – in servizio sulla torre di controllo da due mesi e mezzo – ricorda: “Dopo qualche minuto, ricevemmo il segnale d’allarme che era stato raggiunto il recinto di frontiera e presto si sparse tra i soldati la notizia di una ‘possibile infiltrazione’”.

Insomma, i palestinesi erano riusciti nel passaggio della frontiera attraverso i tunnel.

Il racconto dei testimoni militari israeliani prosegue, e giunge al punto in cui, improvvisamente, una delle telecamere sulla torre di controllo sulla frontiera smette di funzionare.

Fu subito chiaro che era stata danneggiata da un colpo di mortaio RPG (rocket-propelled grenade).

Dopo diversi minuti, i soldati erano ancora convinti di un attacco sulla frontiera, ignorando che quei colpi erano stati sparati da una cellula palestinese che in quel momento già si trovava nel tunnel e che aveva preso con sé un soldato, fatto prigioniero.

La recluta Yom Tovian dichiara che nessuno avrebbe immaginato un’azione del genere e che Kartas era isolato, non riusciva a monitorare nulla ed era convinto che sul campo ci fossero scontri aperti.

Solo una camera restava attiva, ma era lontana dal luogo dell’attacco.

“In effetti, da quella telecamera erano apparsi tre individui che entravano nella Striscia di Gaza”, afferma la recluta.

Tra loro c’era Shalit.

Solo a quel punto il soldato nella “war room” realizzò che si trattava di una cattura.

Di fronte ad un’operazione così ben riuscita, il racconto ripercorso dalla rivista sarebbe stato ben prevedibile.

La novità sta nell’ammissione dei vertici militari sull’inefficienza delle comunicazioni, ad ogni livello.

Stesso rimprovero ed ammissione viene fatto all’inadeguato trasferimento d'informazioni tra Shin Bet (servizi segreti israeliani) ed esercito nelle indagini che partirono immediatamente dopo la cattura di Shalit.

Tra i primi gruppi palestinesi ad essere sospettati vi erano i beduini della Striscia di Gaza.

Ad oggi, la situazione è in stallo. Shalit è ancora detenuto dalla resistenza palestinese, mentre 7.000-8.000 prigionieri palestinesi si trovano nelle carceri dello Stato di Israele.

Intanto, dopo la disfatta del 2006, la “war room” e l’intera zona militare circostante sono state potenziate in termini di personale (leadership) e di nuovi e sofisticati sistemi di monitoraggio dotati anche di dispositivi simili a 'giocattoli da guerra' che mirano e sparano con una certa facilità seguendo dei punti neri che appaiono sui monitor.

Quei punti sono i cittadini palestinesi della Striscia di Gaza, come i contadini che si recano a lavorare sui propri terreni…

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