Cisgiordania chiusa per il 60° della fondazione di Israele.

 

Da Ramallah

Irene Ghidinelli Panighetti 

 

Ormai è prassi: quando Israele festeggia (che si tratti di festa religiosa o politica poco importa), i Territori Occupati soffrono ancora di più, e non solo sul piano simbolico. La chiusura implica infatti, tra l’altro, l’impossibilità di andare al lavoro per molti palestinesi, e, di conseguenza, un aumento dei prezzi dei beni di prima necessità, oltre all’impossibilità di ricevere cure mediche e di comunicare. Ma al governo israeliano ovviamente non interessa, e ancora una volta oggi il ministro della difesa Ehud Barak ha ordinato la chiusura totale, a partire dalla sera di martedì 13, dei Territori Occupati in occasione delle celebrazioni per il 60° anniversario della fondazione dello stato di Israele, che culmineranno nella tre giorni dal 13 al 15 maggio. Per Gaza, ovviamente, le restrizioni non valgono, poiché da mesi ormai la Striscia è sotto embargo completo e costante.

 

Le ragioni addotte per queste misure sono sempre le stesse: sicurezza. Ma è statisticamente provato che normalmente durante i festeggiamenti israeliani non c’è affatto una crescita delle azioni della resistenza palestinese. Durante questi giorni i palestinesi non solo non potranno uscire dalla Cisgiordania, ma avranno serie difficoltà anche negli spostamenti interni, a causa dei check point che hanno frammentato il territorio dell’Anp (Autorità nazionale palestinese) in tante enclaves più o meno estese circondate da colonie sioniste. Divieto di  passaggio anche per i mezzi medici, e per chi si vuole recare alla moschea di Al-Aqsa, a Gerusalemme.

 

Il 13 maggio Israele celebra il giorno del ricordo, in onore dei 1.634 israeliani (in larga maggioranza militari) morti durante azioni della resistenza palestinese dal 1948. Nessun cenno ovviamente ai 13.000 Palestinesi morti durante la guerra del 1948, dei 29.300 assassinati nei campi profughi in Libano, dei 15.000 uccisi durante la guerra del 1967, e degli oltre tremila che hanno perso la vita negli anni della repressione della prima e della seconda Intifada.

 

Il 13 maggio una sirena suonerà in Israele alle 20, mentre la cerimonia principale sarà al “muro del pianto”. Il 14 maggio, chiamato “giorno dell’indipendenza”, cioè la data esatta della fondazione dello stato secondo il calendario cristiano, un’altra sirena suonerà alle 11 della mattina e ci saranno cerimonie ai monumenti militari. Oltre al presidente degli Stati Uniti George W. Bush e numerosi capi di stato e di governo mondiali, quel giorno sono attesi alle celebrazioni a migliaia di israeliani.

 

Nonostante le chiusure e la repressione i palestinesi non rinunciano a far sentire la loro voce, che si leverà durante le molte iniziative organizzate e che culmineranno il 15 maggio, giorno in cui tutti i Palestinesi, ma anche tutte le persone al mondo solidali alla lotta palestinese, sono inviatati a vestirsi di nero e a liberare in aria un palloncino nero.

 

 

 

 

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