Cos’ha fatto Israele a Emad Shahin?

Wearenotnumbers.org. Di Tareq Hajjaj. (Da InvictaPalestina.org).

Un lungo anno è passato da quando Emad Shahin, 17 anni,  fu colpito e catturato dalle forze armate israeliane dopo essere sgattaiolato sotto la barriera di confine con diversi altri manifestanti della Grande Marcia del Ritorno, a Gaza.

Emad è tornato dalla sua famiglia il 23 ottobre, in un sacco. Quello che è successo nel mezzo è un oscuro, tragico mistero.

Chi era Emad Shahin?

Emad era il più giovane di 9 figli. Suo padre guadagnava un piccolo ma dignitoso stipendio come bidello ed Emad è cresciuto amato e viziato. Era intelligente, in particolare nella lettura e nella matematica, dice sua sorella Munira. Le equazioni lo incuriosivano. Ma era anche un ragazzo molto testardo, che era restio a condividere le sue cose. Durante l’estate, frequentava i campi organizzati da Hamas, poiché i suoi genitori ne sono membri.

“Ma le attività erano solo  un divertimento e un modo per riempire il tempo libero dalla  scuola”, dice Munira, che è più vecchia di Emad di 13 anni e che lo considerava come un figlio.

Il mistero.

Munira racconta: quando il 30 marzo 2018 iniziò la Grande Marcia del Ritorno, tutta la sua famiglia vi partecipò. Tuttavia, mentre lei e gli altri ne rimasero lontani, Emad corse vicino al recinto di confine, bruciando pneumatici in modo che i cecchini israeliani non potessero vedere chiaramente i manifestanti mentre miravano. Non passò molto tempo prima che i cecchini sparassero a Emad, colpendolo ad un piede.

“Emad aveva una personalità di resistenza”, afferma Monira. “Guarì rapidamente e solo due settimane dopo tornò alla protesta usando le stampelle. Quando le sue foto furono ampiamente condivise sui social media, ne fu  orgoglioso. Si vedeva come un simbolo della protesta”.

Ventuno venerdì dopo, Emad fu colpito di nuovo, allo stesso piede. Ma nuovamente tornò alla Marcia. Quando gli  spararono una terza volta, nell’altro piede, i chirurghi furono costretti ad amputargli tre dita. “Nostra madre cercò di impedirgli di partecipare nuovamente alla Marcia. Tutta la famiglia gli disse che aveva fatto il suo dovere per il suo Paese e che ora avrebbe dovuto riposare. Ma lui ci disse di non aver paura della morte, che la morte era inevitabile e che preferiva morire per il suo Paese, resistendo all’occupazione, piuttosto che in qualche altro modo inutile”.

A Gaza pensare a una morte prematura come un avvenimento  inevitabile è molto comune. Ma per Emad era una convinzione. Suo fratello Ibrahim, più vecchio di appena un anno, era già morto. I due erano molto vicini, e avevano condiviso la stessa camera da letto. Quando Ibrahim era al suo ultimo anno di liceo (un  anno cruciale in quanto determina se un giovane può andare all’università), Emad rimaneva sveglio la notte per aiutarlo a studiare, cercando di rendere l’ambiente circostante il più tranquillo e confortevole possibile. Quando Ibrahim ottenne un punteggio elevato, Emad festeggiò per tre giorni, come se fosse stato anche il suo successo. Il quarto giorno, Ibrahim  fu ucciso in uno scontro, con un amico.

Emad era inconsolabile, volle che il letto di Ibrahim restasse sempre preparato e di notte parlava con lui, anche se sapeva che non poteva sentirlo. “Ogni volta che Emad mancava da casa, lo trovavamo sulla tomba di Ibrahim, a pregare per lui”, ricorda Munira.

Meglio morire resistendo, pensò Emad. E così, la sua partecipazione alle proteste divenne  ancora più audace.

Un martedì, Emad e due amici decisero di attraversare la recinzione tra Israele e la Striscia di Gaza, cercando di raggiungere una caserma vuota dell’esercito israeliano a quasi 300 metri all’interno della recinzione. L’obiettivo: sfidare l’assedio, riportando un “trofeo” come la cintura di munizioni di un soldato o una licenza di jeep. Ci riuscirono, ed Emad chiamò sua sorella dal cellulare, senza fiato, mentre si accingevano a tornare.

“Voleva condividere con me il suo momento di trionfo, ma io urlai, ordinandogli di  tornare immediatamente prima che fosse ucciso. Ero terrorizzata! ”Munira rabbrividisce. “Quando arrivò a casa, disse che avrebbe voluto bruciare l’edificio. Ma non era addestrato per tali missioni e mia madre, in lacrime, gli chiese di non provarci di nuovo.

Il sabato seguente, Emad si svegliò presto, dicendo a sua madre che dopo colazione aveva una piccola commissione da fare. In realtà, tornò nella caserma vuota con i suoi amici, portando della benzina. Riuscirono a spargere un po’ di benzina sul terreno e ad accendere un piccolo fuoco, ma poi fuggirono, dice uno degli amici, che ha chiesto di rimanere anonimo.

“Corremmo finché dietro l’altro lato della recinzione non trovammo un cumulo di sabbia dietro cui nasconderci, ma poi notammo che Emad non era con noi. Correva più lentamente perché aveva le stampelle “, ha spiegato. “Lo vedemmo per terra e lo chiamammo, dicendogli di strisciare. Ma poi arrivò un veicolo militare e un soldato gli sparò alla gamba destra. Subito arrivò un elicottero e lo portarono via”.

Munira racconta che la famiglia contattò la Croce Rossa e il Centro per i Diritti Umani Al-Mezan, cercando freneticamente notizie di  Emad.

La fine.

Mervat Nahal, un avvocato di Al-Mezan, riprende la storia: “Apprendemmo che Emad era stato portato al Soroka Medical Center nel Negev. Contattammo Physician for Human Rights, a cui l’ospedale riferì che Emad era morto e che il suo corpo era stato consegnato all’esercito israeliano. Richiedemmo la sua cartella clinica ma ci fu negata. L’esercito israeliano rifiutò anche di restituire il corpo”.

Nahal  racconta che Al-Mezan contattò quindi HaMoked, un’organizzazione israeliana per i diritti umani, che cercò di ottenere il corpo di Emad, senza ottenere alcuna risposta. Le tre ONG continuarono a provare fino a che, un anno dopo, ricevettero una lettera in cui si affermava che il corpo del ragazzo era stato rispedito a Gaza.

Dire che la famiglia di Emad rimase scioccata e devastata è un eufemismo. “Sapevamo che sarebbe stato imprigionato, ma non assassinato”, dice Munira. La famiglia aveva mantenuto una piccola speranza che Emad fosse ancora vivo. Dopotutto, dov’era il suo corpo?

Quando la Croce Rossa Internazionale chiamò dicendo che Emad era arrivato all’ospedale Al-Shifa a Gaza, la famiglia vi si precipitò. Secondo il dottor Emad Shihada, il medico che lo ricevette, il corpo del ragazzo era stato  tenuto per lungo tempo in azoto liquido a una temperatura estremamente bassa. Per eseguire un’autopsia sarebbero stato necessario lasciare il corpo al sole per 48 ore, per “scongelarlo”,  in quanto non vi erano le attrezzature adeguate. La famiglia preferì seppellirlo piuttosto che aspettare. La tradizione islamica richiede la sepoltura immediata dopo la morte; il rito sacro era già stato troppo a lungo ritardato.

Ciò che poteva essere visto senza aprire il corpo di Emad, tuttavia, era preoccupante per la famiglia. Segni di una sutura di 15 centimetri dalla metà del petto allo stomaco. Lo stesso tipo di cicatrici, lunghe 13 centimetri, si irradiavano dall’area del cuore a entrambi i lati del corpo. Munira afferma che la famiglia sospetta che i suoi organi siano stati espiantati per essere venduti, una pratica comune in Israele prima dell’approvazione di una legge del 2008, che la vieta. Tuttavia, il dott. Shihada afferma che è possibile che il corpo del ragazzo sia stato aperto dai medici nel tentativo di fermare un’emorragia interna. L’esame esterno ha mostrato che Emad era stato colpito tre volte alla gamba destra. Se uno o più proiettili avevano reciso l’arteria femorale, facendolo sanguinare per più di 15 minuti senza che nessuno intervenisse, già quello avrebbe potuto causare la sua morte.

“Emad era solo un ragazzo”, dice Munira. “Israele avrebbe potuto curarlo dopo  averlo rapito. Ma non l’hanno fatto. L’hanno ucciso”.

Invece di essere spaventata dalla Grande Marcia del Ritorno, Munira afferma che la sua famiglia non perde mai un venerdì.

“La resistenza è l’unico modo per liberare la nostra terra”, afferma. “E ora partecipiamo anche per onorare Emad. Ora l’intera famiglia è pronta a morire per sconfiggere l’occupante”.

Originariamente pubblicato in altra  forma da Middle East Eye.

Traduzione per Invictapalestina.org di Grazia Parolari.

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