Covid-19 e l’Apartheid: come Israele manipola la sofferenza dei Palestinesi

MEMO. Di Ramzy Baroud. La decisione israeliana di escludere i Palestinesi dalla campagna di vaccinazione del Covid-19 potrebbe aver sorpreso molti. Nonostante gli standard umanitari israeliani siano molto bassi, impedire l’accesso a medicinali salvavita per i Palestinesi appare estremamente cinico.

Amnesty International, tra le tante organizzazioni, ha condannato la decisione del governo israeliano di impedire ai Palestinesi di ricevere il vaccino. L’organizzazione per i diritti umani ha descritto l’azione di Israele come una delle tante prove della “discriminazione istituzionalizzata che caratterizza la politica del governo israeliano nei confronti dei Palestinesi”.

L’Autorità Palestinese non si aspettava certo che Israele fornisse gli ospedali palestinesi con milioni di vaccini, anche perché spera di ricevere due milioni di dosi del vaccino di Oxford Astra-Zeneca, a febbraio. Infatti, la richiesta avanzata ad Israele dal funzionario dell’Autorità Palestinese Hussein al-Sheikh, Coordinatore degli affari palestinesi con Israele, era per solo 10.000 dosi per aiutare a proteggere i lavoratori palestinesi impegnati in prima linea. Nonostante questa misera quantità, il ministero della Salute israeliano ha respinto la richiesta.

Secondo l’agenzia di stampa palestinese WAFA, alla data del 4 gennaio sono 1.629 i Palestinesi deceduti, mentre un totale di 160.043 sono stati contagiati dall’epidemia letale del Covid-19. Anche se numeri così preoccupanti si possono riscontrare in molte altre parti del globo, la crisi del coronavirus palestinese è aggravata dal fatto che i Palestinesi vivono sotto l’occupazione militare israeliana, lo stato di apartheid e, come nel caso di Gaza, subiscono un assedio senza tregua.

Cosa ancora più grave, all’inizio dello scorso anno l’esercito israeliano ha condotto svariate operazioni in diverse zone dei territori occupati per reprimere le iniziative palestinesi atte a fornire test Covid-19 gratuiti. Secondo l’associazione palestinese per i diritti Al Haq, all’inizio di marzo 2020 molte cliniche sul campo sono state chiuse e attrezzature mediche confiscate nella città palestinese di Khirbet Ibziq, nella Valle del Giordano, Cisgiordania occupata. Nei mesi successivi, gli stessi episodi si sono ripetuti a Gerusalemme Est, Hebron e anche altrove.

Non esiste nessuna giustificazione legale o morale per le azioni di Israele. La Quarta Convenzione di Ginevra del 1949 dichiara che una Potenza Occupante ha il “dovere di assicurare e mantenere… le strutture ed i servizi medici e ospedalieri” con “particolare riferimento” all’adozione delle “misure preventive necessarie per contrastare la diffusione di malattie contagiose ed epidemiche”.

Anche gli Accordi di Oslo, nonostante il loro fallimento nell’affrontare molti temi cruciali relativi alla libertà del popolo palestinese, obbligano entrambe le parti “a cooperare nella lotta contro le epidemie e ad assistersi a vicenda nei momenti di emergenza”, come riportato anche dal New York Times.

Non tutti i funzionari israeliani negano il fatto che Israele sia legalmente obbligato a fornire ai Palestinesi l’aiuto necessario per contenere la rapida diffusione della pandemia. Questa ammissione, tuttavia, è subordinata a delle condizioni. L’ex-ambasciatore israeliano Alan Baker ha dichiarato al New York Times che, mentre il diritto internazionale “impone ad Israele l’obbligo di aiutare i Palestinesi nella fornitura dei vaccini, i Palestinesi devono prima rilasciare diversi soldati israeliani che sono stati catturati a Gaza durante e dopo la guerra del 2014”.

L’ironia nella logica di Baker è che Israele detiene oltre 5.000 prigionieri Palestinesi, comprese donne e bambini, centinaia dei quali sono incarcerati senza accuse o processi.

I prigionieri israeliani vengono tenuti a Gaza per essere usati come merce di scambio per allentare il durissimo blocco di Israele sulla densamente popolata Striscia. Una delle principali richieste dei Palestinesi per il rilascio dei militari è che Israele permetta il trasferimento di attrezzature mediche e di medicinali salvavita ai due milioni di persone della Striscia di Gaza. I gruppi internazionali e palestinesi per i diritti umani hanno a lungo denunciato le molte morti inutili tra i Palestinesi di Gaza perché Israele impedisce deliberatamente agli ospedali della Striscia di acquistare farmaci per la cura del cancro.

Molto tempo prima dell’insorgenza del Coronavirus, Israele ha usato la medicina come arma, ed il settore sanitario fatiscente di Gaza è una testimonianza permanente di questa ingiustizia.

Forse le carceri sovraffollate israeliane restano la testimonianza lampante della cattiva gestione dell’epidemia di Covid-19 da parte di Israele. Nonostante le ripetute richieste delle Nazioni Unite e, in particolare dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, perché gli stati adottino misure immediate per contribuire ad alleviare la crisi nei loro sistemi carcerari, Israele ha fatto ben poco per i prigionieri palestinesi. Al Haq ha denunciato che Israele “non ha preso alcuna misura adeguata per migliorare la fornitura di assistenza sanitaria e igiene ai prigionieri palestinesi” in linea con la guida dell’OMS “per prevenire l’epidemia di Covid-19 nelle carceri”. Le conseguenze sono state drammatiche, poiché la diffusione del Covid tra i prigionieri palestinesi continua a contare nuove vittime, con percentuali molto più elevate rispetto ai prigionieri israeliani.

L’intenzione di Israele di ostacolare gli sforzi palestinesi per combattere il Covid è coerente con una politica di razzismo, nella quale i Palestinesi colonizzati vengono sfruttati per la loro terra, acqua e manodopera a basso costo, senza mai considerarli come priorità nelle agende di Israele, anche durante un periodo di pandemia mortale. Israele è un occupante che rifiuta di riconoscere o rispettare i suoi obblighi fondamentali come potenza occupante, ai sensi del diritto internazionale.

Il tentativo israeliano di manipolare la sofferenza palestinese a seguito della pandemia dovrebbe anche mettere in discussione la nostra visione del rapporto fondamentale tra Israele e i Palestinesi. Molte volte parliamo dell’apartheid israeliana in Palestina, spesso spiegando quest’affermazione con riferimento alle mura altissime, alle recinzioni e ai posti di blocco militari che ingabbiano le comunità palestinesi e le separano l’una dall’altra.

Tuttavia, questa è semplicemente la manifestazione fisica del colonialismo e dell’apartheid israeliani. In Israele l’apartheid è molto più profonda poiché raggiunge quasi ogni aspetto della società in cui gli ebrei israeliani, compresi i coloni, sono trattati come superiori, mentre agli arabi palestinesi, siano essi cristiani o musulmani, vengono negati i diritti più elementari, compresi quelli garantiti dal diritto internazionale.

Se da un lato il comportamento di Israele non è del tutto sorprendente, essendo coerente con la sordida realtà dell’occupazione militare e del razzismo istituzionale, dall’altro è anche controproducente. Nonostante l’evidente squilibrio nel rapporto tra Israele e Palestinesi, sono pur sempre in costante e diretto contatto, non come uguali ma come occupanti e occupati. Poiché il coronavirus non rispetta i sistemi di controllo israeliani in Palestina, e attraverserà quindi tutte le barriere fisiche che Israele ha creato per garantire l’oppressione permanente sui Palestinesi. Di conseguenza, non ci potrà essere alcun contenimento del Covid-19 in Israele se continuerà a diffondersi tra i Palestinesi.

Anche dopo che la pandemia sarà stata vinta, la tragedia della Palestina occupata purtroppo continuerà senza alcun ostacolo, fino al giorno in cui Israele sarà costretto a porre fine alla sua occupazione militare della Palestina e dei Palestinesi.

Traduzione per InfoPal di Aisha T. Bravi

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