Covid-19, tra vaccini genici e vaccini proteici: informazione e biosicurezza – Parte XI

A cura di Lorenzo Poli. Covid-19, tra vaccini genici e vaccini proteici: informazione e biosicurezza – Parte XI.

“Complottisti”, “catastrofisti ambientali”, “negazionisti”, “adoratori acritici della scienza”, “no-vax” e un lungo elenco di etichette patacche, insieme al dilagare del trollismo da stadio sui social, hanno reso particolarmente difficile in Italia parlare di vaccini in modo serio, schiacciati da un lato dall’informazione mainstream, dall’altro dalle baggianate che girano in rete e da un altro ancora dal rischio che qualunque opinione critica politica venga delegittimata in nome di quest’ultima.

Detto questo è necessario fare un’operazione di controinformazione con senso critico sul tema.

A fare una critica radicale e ben strutturata è Silvia Ribeiro, ecofemminista e biologa che vive in Messico e dirige la sezione latinoamericana di ETC Group, un gruppo di ricercatori indipendenti che ha sedi in tutto il Nordamerica e da un quarto di secolo monitora l’impatto delle tecnologie emergenti e delle strategie delle corporation sulla biodiversità, l’agricoltura e i diritti umani, mettendoci in guardia sui rischi che comporta una ricerca sottoposta in modo così violento alla competizione e all’accelerazione dei tempi, sia dalle ragioni del business che da quelle geopolitiche.

Fu lei, con un articolo, a segnalarci come i media ci raccontano “una specie di surreale corsa dei cavalli tra gli Stati per arrivare primi al traguardo sospirato con relativo sventolio di bandiere e orgoglio nazionale”. Di contro, con molta meno enfasi, ogni tanto qualcuno ricorda che la ricerca scientifica sta ancora cercando un vaccino per l’AIDS, che dal 1981 ha provocato almeno 25 milioni di morti nel pianeta”.

Ribeiro, ad ottobre 2020, ci segnalava che “il pericolo di valutare solo reazioni a breve termine è reale e rilevante” e che si “stanno sviluppando a un ritmo accelerato vaccini altamente sperimentali, per la maggior parte transgenici, con meccanismi d’azione nel nostro corpo sui quali ci sono grandi incertezze e molti rischi”. Sempre secondo la biologa, “Per le multinazionali impegnate nella sfrenata competizione è naturalmente un’insolita fortuna poter sperimentare in modo massiccio, con copertura e denaro pubblico, tecnologie simili alle terapie geniche nell’uomo, la cui ricerca era stata limitata in via precauzionale dopo aver causato inizialmente gravi danni e persino alcuni casi di morte”.

“Il persistere della pandemia di Covid-19 ha scatenato una corsa sfrenata per arrivare a un vaccino, cioè l’approccio più ristretto. Le epidemie sono sempre un momento di crescita per la vorace industria farmaceutica, iper-concentrata in 20 grandi multinazionali che controllano la maggior parte del mercato globale e che non sono interessate alla salute, ma ai loro profitti”.

Queste imprese colgono l’opportunità dovuta al fatto che i governi, sollecitati a trovare una rapida via d’uscita dallo stato di crisi pandemica e di stanchezza della popolazione, sono disposti a conferire loro enormi risorse pubbliche – denaro, conoscenze e strutture pubbliche – e ad allentare le norme e la valutazione della sicurezza dei vaccini, come per altro è successo con la Pfizer.

Si stanno sviluppando ad un ritmo accelerato vaccini altamente sperimentali, per la maggior parte transgenici, con meccanismi d’azione nel nostro corpo sui quali ci sono grandi incertezze soprattutto perché sono vaccini che in questi anni sono stati sperimentati per cure anti-cancro e non per cure anti-virali. Per le multinazionali, è una fortuna poter sperimentare in modo massiccio, con copertura e denaro pubblici, tecnologie simili alle terapie geniche nell’uomo, la cui ricerca è stata limitata dopo aver causato inizialmente gravi danni e persino casi di morte. Clamoroso fu infatti il caso, che coinvolse la comunità scientifica a livello bioetico, della morte di Jesse Gelsinger, il 17 settembre 1999, la prima persona a morire in uno studio clinico di terapia genica.

Silvia Ribeiro spiegava che, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, al 9 settembre 2020 c’erano 35 vaccini anti-Covid a livello di studi clinici (in fase da 1 a 3 di sperimentazione sull’uomo) e 145 a livello di studi pre-clinici. Dei primi 35, 17 si basano su tecnica genica non testata in precedenza sugli esseri umani.

Questi vaccini genici hanno adottato per lo più tre approcci contro il Covid-19:

1 – utilizzo di un plasmide (piccola molecola circolare di DNA) come vettore per introdurre DNA nelle nostre cellule. La codifica del plasmide del DNA per la proteina Spike è fornita per elettroporazione.

2- introduzione di RNA messaggero (mRNA), direttamente nelle cellule, necessario a far produrre la proteina “spike” di Sars-Cov-2. mRNA che codifica o la proteina Spike o l’antigene del SARS-CoV-2 è incapsulato in una nanoparticella lipidica.

3- introduzione di DNA per mezzo di un virus, che a sua volta è stato neutralizzato in modo che non possa replicarsi. Si chiama “vaccino a vettore virale non replicante” che consiste nell’utilizzo di un virus reso innocuo contenente al suo interno una sequenza di Dna utile a fare produrre la proteina “spike” e generare la conseguente risposta immunitaria.

Quindi i vaccini genici, ovvero con tecnica genica, introducono DNA o RNA estraneo nel nostro organismo, dove essi codificano per creare una proteina simile a quelle del SARS-CoV2, utilizzando le nostre risorse cellulari, ad esempio, per creare una proteina S o spike (le spine che formano una corona nel virus). Se la cosa funzionasse, questa proteina verrebbe riconosciuta come estranea dal nostro sistema immunitario, che produrrebbe anticorpi per prevenire future infezioni.

Al primo gruppo appartengono i vaccini di Inovio Pharmaceuticals, Genexine Inc, di AnGes, Inc., della Japan Agency for Medical Research and Development e di Cadila Healthcare Ltd.

Al secondo gruppo appartengono i vaccini di Pfizer, di Moderna, di Curevac, del Imperial College London, di Arcturus Therapeutics, Inc., di Walvax (Cina)

Al terzo gruppo appartengono il vaccino ChAdOx1 nCoV-2019 di AstraZeneca (alla cui produzione di massa stanno partecipando l’Argentina e il Messico, finanziati in parte dalla Fondazione Carlos Slim), quelli di Johnson&Johnson (Stati Uniti), CanSino Biologics (Cina) e Sputnik V (Russia). A quest’ultime tre imprese il Messico si è impegnato a fornire volontari per la sperimentazione umana in fase 3.

I vaccini proteici, ovvero quelli tradizionali e convenzionali, invece, si basano sull’inserimento di un virus morto o attenuato, il quale provoca una reazione del sistema immunologico che in tal modo impara a riconoscere quel tipo di virus e previene future infezioni. Vaccini proteici anti-Covid sono in via di sviluppo da parte di Sanofi Pasteur e GlaxoSmithKline, basato sull’introduzione di piccoli frammenti (subunità) di proteine.

La differenza sostanziale tra vaccini genici e proteici è che la modalità d’azione dei primi è una terapia genetica per creare il presunto nemico da attaccare, mentre i secondi iniettano una proteina estranea alla quale il nostro sistema immunitario reagisce.

Ribeiro scriveva: “Come segnalano esperti di vaccini e biologi molecolari, ci sono seri rischi con questi prodotti transgenici. Per esempio, una volta introdotto il DNA o l’RNA nelle nostre cellule per creare la proteina S, non è chiaro come si arresterà la produzione di quell’antigene o quale effetto avrà sulle cellule la presenza continua del DNA/RNA sintetico, che per di più, nel caso delle cellule in cui si inserisce DNA, viene introdotto con un promotore genico molto attivo. Inoltre non è chiaro quali cellule saranno colpite, ben oltre le cellule bersaglio, se le proteine o il DNA introdotti entrano nel sistema circolatorio e raggiungono altri organi. I recettori ACE2, che sono quelli che permettono alle proteine S di entrare nelle cellule, esistono nei reni, nei polmoni e nei testicoli, il che potrebbe provocare gravi risposte infiammatorie, reazioni autoimmuni o altri effetti sconosciuti.

In esperimenti sugli animali, vaccini transgenici di questo tipo hanno prodotto gravi processi infiammatori e quella che viene chiamata risposta paradossale: l’organismo attacca altri virus presenti nel nostro corpo (tutti noi esseri viventi conviviamo in modo naturale con virus e batteri), producendo infiammazione e altri sintomi nocivi.

I tempi di valutazione dei vaccini che si stanno elaborando non prevedono che si prenda in considerazione qualcosa di più dei rischi a breve termine, ma le reazioni avverse possono insorgere più avanti nel tempo, per cui i processi di approvazione dei vaccini richiedono diversi anni, cosa che ora non viene presa in considerazione.”

I vaccini genici, come ha affermato anche la professoressa Maria Rita Gismondo, implicano una ipotesi di effetti collaterali a lunga scadenza. Ci sono due pubblicazioni del FDA, uno del 2010 e uno del novembre 2020, che affermano che, mentre con i vaccini proteici avevamo sotto controllo anche gli effetti indesiderati a breve termine, l’FDA afferma che i vaccini con tecnica genica dovrebbero essere monitorati per 20 anni. Essendo i vaccini genici di recente produzione, mai testati ed avendo avuto fasi di sperimentazione e una rolling review accelerate, per una questione di biosicurezza si potrebbero aspettare i vaccini proteici che arriveranno. È la stessa Gismondo ad averlo affermato qualche tempo fa ad una trasmissione TV.

Nello stesso tempo, non vengono intraprese le azioni necessarie per intervenire sulle cause delle pandemie – dal sistema alimentare industriale alla distruzione della biodiversità anche se ci sono molteplici segnali d’allarme di altre pandemie in vista. Sembra che si tratti del più grande esperimento transgenico di massa sugli esseri umani, e chi ci guadagnerà sono le transnazionali farmaceutiche, che traggono profitto dalle cause e dalla continuazione delle pandemie.

Fonte: “Covid y vacunas transgénicas”, in La Jornada, 12/09/2020.
Traduzione a cura di Camminardomandando.

https://comune-info.net/il-covid-e-i-vaccini-dellingegneria-genetica/

 

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