Dal Manifesto del 19 aprile. Terrorismo, le ragioni dell'«ultima risorsa»

da www.ilmanistesto.it del 19 aprile

MEDIO ORIENTE
Terrorismo, le ragioni dell’«ultima risorsa»
Criminali sono soltanto gli sconfitti Allineata agli Usa, l’Unione europea impone al governo palestinese condizioni capestro per il riconoscimento. Ma tace sulle occupazioni e sulle guerre d’aggressione dei vincitori
DANILO ZOLO
La vittoria di Hamas nelle elezioni politiche in Palestina ha riproposto drammaticamente il problema del significato che il termine «terrorismo» ha assunto in Occidente, grazie all’uso unilaterale che ne fanno le grandi potenze. La stigmatizzazione di Hamas come «organizzazione terroristica» è stata sfruttata da Israele e dagli Stati Uniti per imporre al popolo palestinese, già stremato da decenni di occupazione militare, pesanti sanzioni economiche. E questa accusa è stata addirittura usata per screditare come non democratiche le elezioni stesse, nonostante la loro assoluta correttezza formale. Anche l’Europa, confermando ancora una volta la sua incapacità di operare come soggetto politico autonomo, si è allineata sulle posizioni degli Stati Uniti imponendo al nuovo governo palestinese condizioni inaccettabili per il suo riconoscimento politico e diplomatico.
E’ dunque il caso di discutere sulla legittimità che si può accordare alla qualificazione unilaterale di una organizzazione politica come «terroristica» e di domandarsi più in generale che cosa si debba intendere per «terrorismo». Manca infatti un consenso sulla nozione di terrorismo nell’ambito stesso del diritto internazionale. Per la dottrina prevalente nei paesi occidentali, un atto terroristico è caratterizzato dall’uso indiscriminato della violenza contro la popolazione civile, con l’intento di diffondere il panico e di coartare un’autorità politica nazionale o internazionale. Ma questa interpretazione è controversa, come è emerso clamorosamente al summit euromediterraneo di Barcellona del novembre 2005. Essa non tiene conto della condizione in cui si trovano i popoli oppressi dalla violenza di forze occupanti. I «combattenti per la libertà» o i partigiani in lotta per la liberazione del proprio paese – i sudafricani che lottavano contro l’apartheid, i palestinesi che combattono contro l’occupazione israeliana, i resistenti iracheni – non possono essere considerati dei terroristi. Anche lo spargimento del sangue di civili innocenti, per quanto vietato dalle Convenzioni di Ginevra, non dovrebbe essere qualificato come terrorismo.
Ma vi è un’altra riserva che si può sollevare nei confronti della nozione occidentale di «terrorismo». È l’idea secondo la quale soltanto i membri di organizzazioni private e clandestine possono essere considerati terroristi, non i militari inquadrati negli eserciti nazionali. Qualsiasi azione attribuibile ad apparati militari di uno Stato – anche la più distruttiva e sanguinaria – non è considerata terroristica. Una guerra di aggressione che produca, come la recente guerra scatenata contro l’Iraq, decine di migliaia di vittime fra la popolazione civile, non ha nulla a che vedere con il terrorismo. Sono comportamenti militari di fatto legittimi, poiché lo scempio di vite umane non è che un «effetto collaterale» di una guerra che si autolegittima grazie al soverchiante potere politico e militare di chi la conduce. Le istituzioni internazionali non hanno infatti il minimo potere di delegittimare le guerre di aggressione vittoriosamente condotte dalle grandi potenze. Solo le guerre degli sconfitti sono guerre criminali.
E’ in questo quadro che il popolo palestinese viene universalmente accusato di essere la culla del terrorismo islamico, in particolare di quello suicida. Nello stesso tempo gli atti di aggressione dell’esercito israeliano contro la popolazione palestinese sono al più qualificati come violazioni del diritto umanitario. E questo accade anche nel caso dei cosiddetti «omicidi mirati», che oltre ad essere illegali in se stessi, provocano la morte o la mutilazione di numerose persone innocenti. Per di più, queste violazioni restano del tutto impunite. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è paralizzato dal potere di veto degli Stati Uniti mentre la Corte penale internazionale è priva, oltre che delle risorse materiali necessarie, del coraggio di iniziare indagini e di avviare processi quando sono coinvolte le grandi potenze occidentali.
Ed è il caso di ricordare, infine, che la strage di centinaia di migliaia di persone innocenti causata nell’agosto 1945 dai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, voluti dal presidente Truman per affermare l’egemonia degli Stati Uniti nell’Asia del Pacifico, non è mai stata qualificata come un atto di terrorismo. E altrettanto vale per i bombardamenti decisi verso la fine del secondo conflitto mondiale dai governi della Gran Bretagna e degli Stati Uniti contro le popolazioni tedesca e nipponica: costarono oltre quattrocentomila morti e un milione di feriti e rasero al suolo intere città, fra le quali Dresda, Amburgo, Berlino e Tokyo. Queste stragi, che possono essere annoverate fra le più crudeli e sanguinarie nella storia dell’umanità, non sono mai state qualificate come «terroristiche». Di più, non solo sono rimaste impunite, ma sono state addirittura giustificate moralmente, in particolare da un teorico statunitense della guerra giusta come Michael Walzer. Del resto «Enola Gay», il Boeing B-29 che il 6 agosto 1945 ha sganciato la bomba atomica su Hiroshima, è stato di recente restaurato e trionfalmente collocato nel museo della US Air Force di Washington.
Chi sono dunque i terroristi? Chi ha il diritto di qualificarli tali? Il popolo palestinese è davvero un popolo terrorista?
L’analista statunitense Robert Pape, nel suo libro Dying to Win (New York, 2005) ha sostenuto che la variabile determinante nella genesi del fenomeno terroristico non è il fondamentalismo religioso: si tratta in realtà, nella grande maggioranza dei casi, di una risposta collettiva a ciò che viene percepito come uno stato di occupazione del proprio paese. E per «occupazione» si intende non tanto la conquista del territorio da parte di una potenza straniera, quanto la pressione ideologica che viene esercitata per trasformare in radice le strutture sociali, culturali e politiche del paese occupato. L’obiettivo delle organizzazioni terroristiche di matrice islamica è essenzialmente quello di liberare il mondo islamico dall’oppressione straniera. La presenza prolungata e massiccia degli eserciti occidentali nei paesi musulmani, sostiene Pape, aumenta giorno dopo giorno la probabilità di un secondo, altrettanto micidiale «11 settembre».
La tesi di Pape può sembrare esagerata, ma è suffragata da una serie rilevante di dati empirici, relativi in particolare al terrorismo suicida. A partire dal 1980, dei 315 attacchi complessivi, ben 301 sono stati il risultato di campagne organizzate collettivamente e più della metà è stata condotta da organizzazioni non religiose (ben 76 sono attribuibili alle Tigri del Tamil). E questo prova la natura politica, strategica e prevalentemente secolare della lotta terroristica. Il terrorismo non è che l’«ultima risorsa» a disposizione di attori estremamente deboli che operano in condizioni di totale asimmetria delle forze in campo. E’ un’«opzione realistica», come nel 1995 la definì al-Shaqaqi, il segretario generale di Jihad islamico.

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