Dedicata a Hussein, nonno di Ahmad Dawabsheh

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Di Suhair El Qarra-GPI. Per Hussein, nonno di Ahmad

Un bacio in fronte, una carezza e una manciata di affetto sono gli unici doni che l’ormai anziano Hussein può ancora offrire al suo nipotino di cinque anni, Ahmad Dawabsheh. Sono le cose più preziose che gli sono rimaste da quando, la vita, gli ha portato via tutto.

Sono passati cinque lunghi mesi ma il ricordo della tragedia è ancora vivo: Quei suoi maturi occhi color ghiaccio hanno visto morire carbonizzati nel fuoco la figlia Reham, il genero ed un nipotino di 18 mesi, in un terribile incendio doloso appiccato dai coloni israeliani nella loro casa di famiglia a Duma, vicino a Nablus, nei terrori occupati.

Indescrivibile il dolore di una madre palestinese che, prima di morire, ha visto i suoi cuccioli dimenarsi tra le fiamme ardenti di un odio che ustiona i cuori, anche quelli più misericordiosi. Assistere all’istinto primordiale di due genitori che hanno perso la vita nel tentativo di salvare quella dei loro piccoli. L’impotenza di un padre inerme e distrutto, cosciente di tutto, fino al suo ultimo faticoso respiro. L’angoscia causata da un’ ingiustizia che non si può ricompensare.

Tre funerali in un solo mese e ora non ha più nulla, nonno Hussein; eccetto un bimbo indifeso da accudire, Ahmad, orfano e sfigurato. La sua mamma non ci sarà quando gli cadrà il suo primo dentino da latte. Il suo papà non lo potrà accompagnare in classe il primo giorno di scuola. Ahmad è ancora troppo piccolo per capire il perché di tutto ciò, ma grande abbastanza per rendersi conto di aver perso tutto in un soffio; la mamma, il papà ed il fratellino ancora in fasce. Da mesi è in cura in un ospedale, non cammina e presenta ustioni gravi su tutto il corpo.

Nonno Hussain ha fatto dell’ ospedale la sua casa: luogo di ricordi dolorosi e di speranza. Un rifugio dal cancro dell’occupazione israeliana. Il riparo temporaneo dall’odio dei coloni che, sospesi tra illegalità e violenza, hanno distrutto la loro esistenza. I criminali sono rimasti impuniti, eppure non sono mai riusciti a ledere la dignità di questo saggio uomo palestinese pieno di amore per la sua terra e i suoi frutti. Gli hanno ammazzato la figlia e ora vive per dare speranza e affetto al nipote superstite.

Forse è proprio l’amore per la figlia morta che lo tiene in vita. Un amore vivo che sfugge al trapasso. Linfa vitale che sostenta l’energia da dedicare al piccolo Ahmad, la forza necessaria per resistere. E, al tempo stesso, è proprio questo amore a spezzarlo in due, ogni giorno. Nonno Hussain guarda amorevolmente il piccolo sebbene i suoi occhi siano cristallizzati dal dolore.

Un sorriso, un abbraccio e una manciata di tenerezza sono gli unici doni che il piccolo Ahmad può per ora offrire a suo nonno. Sono le cose più preziose che gli sono rimaste.

I medici dicono che Ahmad sta migliorando di giorno in giorno. Forse fra un po’ lo vedremo camminare.
Nonno Hussein, invece, non guarirà mai. Perché, purtroppo, la morte dei nostri figli non è una malattia da cui si può guarire.

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