Dichiarazione Balfour: la GB ha infranto la debole promessa fatta ai Palestinesi

Palestinechronicle.com. Di Jonathan Cook. C’è più di una semplice ironia nella decisione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di partecipare a una cena per la celebrazione del centenario della Dichiarazione Balfour questa settimana (la settimana scorsa, ndr) a Londra con la sua controparte britannica, Theresa May.

Le obiezioni palestinesi al documento del 1917 sono ben note. Il signor Balfou,r britannico, non aveva il diritto di promuovere una “casa nazionale per il popolo ebraico” in Palestina, sulla terra di un altro popolo.

Ma agli israeliani è stata insegnata una storia diversa in cui loro sono stati traditi, non i palestinesi.

Nel 1939, la Gran Bretagna sembrava revocare il suo impegno, dichiarando “inequivocabilmente” che non avrebbe istituito uno stato ebraico in Palestina. Furono imposti limiti sull’immigrazione ebraica, in un periodo in cui gli ebrei europei fuggivano dall’Olocausto nazista.

Fu per questa ragione che quasi un quarto di secolo fa, nel suo libro “Un posto tra le nazioni”, Netanyahu accusava la Gran Bretagna di perfidia.

Oggi si può comprendere la riluttanza degli israeliani ad ammettere il ruolo fondamentale fornito dalla Gran Bretagna. La Dichiarazione Balfour è un promemoria imbarazzante del fatto che uno Stato ebraico sia il frutto di un progetto coloniale trasparente.

In effetti, la Gran Bretagna aiuta i sionisti nel miglior modo possibile, data la necessità di valutare gli interessi imperiali. Restrizioni all’immigrazione furono introdotte sotto la forte pressione di una rivolta armata di tre anni da parte dei palestinesi, determinati a impedire che il loro paese fosse dato via.

Lo storico Rashid Khalidi ha notato che la rivolta palestinese della fine degli anni ‘30 comprendeva forse lo sciopero generale anti-coloniale più lungo di sempre. Rappresentò una minaccia il fatto che la Gran Bretagna avesse impegnato migliaia di soldati supplementari per reprimere l’insurrezione, anche quando la guerra si profilava in Europa.

Quando la Gran Bretagna partì dalla Palestina nel 1948, aveva passato tre decenni in cui i sionisti avevano avuto il permesso di sviluppare forme di stato: un governo in attesa, l’Agenzia ebraica, un proto-esercito nell’Haganah e una divisione di territorio e di insediamento conosciuta come Fondo Nazionale Ebraico.

Al contrario, tutti i segni del nazionalismo palestinese, per non parlare della costruzione nazionale, furono schiacciati spietatamente. Alla fine della rivolta araba, meno di un decennio prima che i palestinesi dovessero affrontare una campagna di pulizia etnica da parte dei sionisti, la società palestinese si trovava in rovina.

Israele ha imparato due lezioni dalla Gran Bretagna che hanno guidato la sua lotta successiva per reprimere i tentativi palestinesi di liberazione.

In primo luogo, Israele ha continuato le misure draconiane delle norme coloniali britanniche. Nei primi anni ‘50 Menachem Begin, leader della milizia pre-statale Irgun e futuro ministro israeliano, chiamò notoriamente le normative di emergenza della Gran Bretagna “leggi naziste”.

Tuttavia, sono state incorporate negli ordini militari che Israele usa contro i palestinesi sotto assedio. Significativamente, i regolamenti sono ancora in vigore all’interno di Israele contro la grande minoranza dei cittadini palestinesi, un quinto della popolazione. Israele deve ancora porre fine allo stato di emergenza lungo 70 anni.

L’altra lezione deriva dal testo della dichiarazione Balfour. Ha fatto riferimento ai palestinesi nativi – allora il 90 per cento degli abitanti della Palestina – come “comunità non ebraiche esistenti”. Ha promesso solo di proteggere i loro “diritti civili e religiosi”, negando loro il riconoscimento come nazione a cui spetta il rispetto dei diritti politici e sociali.

Israele ha fatto altrettanto. I palestinesi in Israele sono contraddistinti come “minoranze”, o generici “arabi israeliani”, piuttosto che palestinesi. Le perverse leggi in materia di cittadinanza di Israele attribuiscono loro, in gran parte, classificazioni religiose come drusi, aramei (cristiani) e arabi (sempre più sinonimo di musulmani).

Nella Gerusalemme est occupata, ai palestinesi è negata tutta la rappresentanza nazionale e istituzionale. E in Cisgiordania, i poteri dell’Autorità palestinese – presumibilmente il governo nascente dei palestinesi – non si spingono oltre l’agire in materia di sicurezza per Israele e lo svolgere servizi comunali come la raccolta di rifiuti. In pratica, il potere fortemente circoscritto dell’Autorità palestinese è limitato a una piccola frazione della Cisgiordania.

Di conseguenza, le ambizioni nazionali dei palestinesi si sono ridotte precipitosamente: dalla lotta di Yasser Arafat per uno stato laico e democratico in tutta la Palestina, alle enclavi di oggi a Gaza e ai frammenti della Cisgiordania.

Israele ha costantemente rifiutato per i palestinesi la stessa autodeterminazione che una volta aveva chiesto agli inglesi.

Il governo di Netanyahu si prepara ad annullare ogni speranza persistente della sovranità palestinese con il passo più significativo verso l’annessione del territorio palestinese degli ultimi 40 anni, quando fu annesso Gerusalemme. Il piano è quello di ampliare notevolmente i confini di Gerusalemme per includere grandi insediamenti ebraici in Cisgiordania come Maale Adumim.

Inoltre, Netanyahu ha annunciato di aver promesso 230 milioni di dollari per costruire cinque autostrade nella Cisgiordania, aiutando lo spostamento tra Israele e gli insediamenti.

C’è un’opposizione? Avi Gabbay, nuovo leader dell’Unione sionista di centro-sinistra, non sembra diverso da quello di estrema destra. Il mese scorso ha dichiarato: “Credo che tutta la terra di Israele [la Palestina storica] sia nostra”. Nessun insediamento in Cisgiordania sarebbe stato evacuato, nemmeno per amore della pace, ha aggiunto.

La Gran Bretagna ha rispettato pienamente le promesse fatte ai sionisti, ma ha rotto anche il suo debole impegno nei confronti dei palestinesi per proteggere i propri diritti civili e religiosi. Una scusa da parte della Gran Bretagna è attesa da tempo, così come gli sforzi per riparare il danno che ha iniziato 100 anni fa.

(Una versione di questo articolo è apparsa per la prima volta nel National, Abu Dhabi.)

– Jonathan Cook ha vinto il Premio Speciale Martha Gellhorn per il giornalismo. I suoi ultimi libri sono “Israele e lo scontro delle civiltà: Iraq, Iran e il piano per rimaneggiare il Medio Oriente” (Pluto Press) e “Disperdere la Palestina: gli esperimenti di Israele nella disperazione umana” (Zed Books).

Traduzione di Daniela Caruso

 

 

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