Dirigente della IHH turca: 'La Freedom Flotilla è stata un punto di svolta'.

Di Angela Lano, da Istanbul.

Venerdì 16 luglio, durante una conferenza stampa indetta dai Legali della Freedom Flotilla e dalla IHH, abbiamo intervistato Huseyin Oruç, dirigente dell’associazione benefica turca, che, insieme alla European Campaign to end the siege on Gaza e a altre realtà internazionali, organizzò la Freedom Flotilla diretta a Gaza e assaltata dalle forze israeliane il 31 maggio scorso, in un atto di pirateria senza precedenti. 

Signor Oruç, ci spiega cos’è la IHH? 

“È una fondazione per i diritti umani e la libertà, dedita alla beneficienza umanitaria. È nata nel 1992, per portare aiuti alla Bosnia. Si tratta della prima Ong turca a a scopo umanitario.

Attualmente lavoriamo in centinaia di Paesi e in vari ambiti – salute, costruzione, sostegno agli orfani, ecc.

Sono tre gli ambiti in cui operiamo: luoghi di guerra, per l’assistenza e il soccorso alle vittime; disastri naturali; povertà.

In Turchia abbiamo molti progetti, in tutti i settori: emergenza, distribuzione pasti, educazione, infratture, formazione professionale, e altro ancora”.

Chi vi finanzia?

“La gente. Prepariamo progetti e li presentiamo, e la popolazione turca – ci sostiene economicamente. Soltanto una piccola parte viene dall’estero”.

Tra i vostri progetti c’è anche la solidarietà al popolo palestinese. Ce ne vuole parlare?

“La Palestina è uno dei nostri settori di intervento principali. Noi vediamo la Palestina come un’entità unica, non ci concentriamo solo su una regione: abbiamo progetti in Cisgiordania, Striscia di Gaza, territori del ’48. Oltreché tra i profughi di Libano, Giordania, Siria, Yemen e dovunque altro vivano. Inoltre, lavoriamo anche sulla sensibilizzazione popolare alla situazione palestinese”.

Siete legati a movimenti o partiti politici turchi?

“No, non abbiamo legami politici. Riteniamo che la politica sia importante, perché anche la povertà è una questione politica, tuttavia la nostra missione è soltanto sociale, umanitaria. Non siamo sottomessi né a partiti né a governi, perché altrimenti saremmo soggetti a ordini. Siamo indipendenti, ma abbiamo buoni rapporti sia con il nostro governo sia con i partiti di sinistra”.

Gli Stati Uniti stanno studiando se inserirvi nella loro lista delle organizzazioni terroristiche, mentre Israele lo ha già fatto. Questo vi ostacola in qualche modo?

“Gli Usa devono mostrare le prove che noi siamo implicati in atti di terrorismo o siamo contigui al terrorismo. Se non ne hanno, allora vuol dire che la loro è solo propaganda.

Se vogliono metterci fuorilegge a causa del nostro coinvolgimento nella Freedom Flotilla I, significa che stanno usando la politica contro le organizzazioni umanitarie.

“Comunque, per noi non cambierebbe nulla essere nella black-list statunitense. Tutti sanno che noi lavoriamo al servizio dell’umanità e continueremo su questa strada. Siamo una Ong turca, dunque non soggetta alle leggi americane. Per fortuna, gli Stati Uniti non controllano tutto il mondo.

Nel 2008, Israele ci ha inseriti nella sua lista nera, ma abbiamo continuato a operare anche nei territori del ’48, oltreché in Cisgiordania. Inoltre, ci siamo appellati alla Corte suprema israeliana e il nostro caso è ancora sotto esame. Faremo la stessa cosa negli Usa: lì ci sono giudici con un forte senso della giustizia”.

Parteciperate nuovamente nell’organizzazione di altre Flottille per Gaza?

“No. Stiamo aspettando gli sviluppi politici e diplomatici della FFI. Abbiamo pagato un prezzo alto: molte persone sono state uccise, e tante altre ferite, imprigionate, torturate.

“Se l’assedio non finirà, allora continueremo con le flottiglie, ma vogliamo dare tempo alla politica affinché agisca e apporti cambiamenti alla linea israeliana di assedio alla Striscia”.

Membri della IHH sono stati torturati?

“Sì, oltre a quelli ammazzati, altri sono stati selvaggiamente picchiati e torturati sia sulla nave (la Mavi Marmara, ndr) sia nel tendone di Ashdod (quello allestito da Israele per accogliere i passeggeri della flotta umanitaria, ndr) sia poi in aeroporto, al momento della deportazione. Nonostante tutta la violenza scatenata contro una missione umanitaria, Israele continua a sostenere di essersi difesa. Difesa da chi? Da volontari e giornalisti?”.

Come valutate l’esito della prima Freedom Flotilla?

“Molto positivo. È vero che non siamo andati a Gaza e che abbiamo fallito nel tentativo di portare aiuti umanitari, tuttavia, il successo della missione è stato enorme, sia a livello mediatico sia politico e internazionale. Tutto il mondo ha saputo dell’assedio che affama Gaza e della brutalità di Israele. È stato un punto di svolta importante”.

 

 

 

 

 

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