Dopo i falafel e l’hummus, gli Israeliani si stanno appropriando anche dello za’atar

Rasha Hilwi. Raseef22. (Da InvictaPalestina.org). Non è un caso che, rispetto ad altre spezie o all’hummus, lo za’atar abbia un simbolismo totalmente diverso: tale simbolismo è la conseguenza del furto e dell’appropriazione dello stesso da parte dell’entità coloniale.

Molti anni fa, quando ero ancora una studentessa all’Università di Haifa, un canale televisivo arabo organizzò un dibattito tra studenti palestinesi e israeliani per discutere di questioni politiche. L’evento si svolse nell’abbandonato Wadi Salib di Haifa, un quartiere che ancora oggi anela ogni giorno ai suoi monumenti perduti.

Al dibattito partecipò anche uno dei miei amici palestinesi. Nel bel mezzo del dibattito politico, la conversazione passò dalle questioni cruciali del giorno alla componente più importante dell’identità palestinese: il cibo. A quel punto la discussione  iniziò a scaldarsi, perché oltre ai i tentativi di Israele di cancellare gli elementi costitutivi dell’identità araba e palestinese , ovvero sia i suoi siti geografici che i suoi abitanti, c’è un tentativo parallelo di rubare anche questo tratto distintivo dell’identità palestinese. Conseguentemente , falafel, hummus, tabouleh e altri  cibi della cucina palestinese e levantina sono commercializzati in tutto il mondo come “cibo israeliano”.

Ma questa discussione è ormai datata e senza fine, quindi torniamo al dibattito televisivo del mio amico: mentre la disputa politica tra le due parti  aveva raggiunto il suo apice, il mio amico Sayed si alzò in piedi e  chiese a una delle sue controparti israeliane: “Dimmi, tua nonna sa come fare il falafel?”

 Mentre la disputa politica tra le due parti  aveva raggiunto il suo apice, il mio amico Sayed si alzò in piedi e chiese a una delle sue controparti israeliane: “Dimmi, tua nonna sa come fare il falafel?”

Calò il silenzio. E fino ad oggi, non abbiamo ancora smesso di ridere dell’episodio. Perché la domanda posta dal mio amico è il punto cruciale della “disputa” quotidiana che circonda l’identità dei falafel o delle spezie che dovresti spargere sopra al tuo hummus. Mangiamo i falafel dalle nostre nonne, perché loro sanno come fare il miglior falafel del mondo.

Questa domanda colpisce il fulcro della divisione tra coloro che appartengono alla cucina dei falafel o della ta’miya (la versione egiziana) e quelli che vi sono arrivati come suoi colonizzatori. E così naturalmente, in linea di principio, gli Ebrei di Aleppo e di Alessandria “possiedono” il falafel e la ta’miya tanto quanto mia nonna, che questo piaccia o meno al colonialismo.

Mi sono ricordata questa storia dopo aver letto un articolo in inglese intitolato “Cos’è lo Za’atar? La spezia israeliana che vorresti spargere su tutto”. L’articolo parla di quanto sia diffuso “l’incredibile”  za’atar in Israele, dove puoi trovarlo su pane, pesce, insalata;  quali miscele di spezie puoi trovare (a volte con il sesamo e talvolta con il sommacco), e così via. Puoi leggere tutto l’articolo, se vuoi continuare a  stare male.

Ma in ogni caso, parlare della spudorata audacia di Israele è una notizia vecchia: un argomento  trito e secolare. In effetti, il concetto stesso di “battaglia culturale”, alle sue radici, significa che Israele sa perfettamente che la cultura è lo stendardo principale attorno al quale si radunano le persone. È l’identità collettiva che fa sentire le persone a casa e dà loro un senso di appartenenza, che si tratti di un luogo, di una persona o di una cosa. La lingua, come il cibo, sono entrambi spazi sicuri.

Israele non è stato in grado di cancellare la lingua araba dalle vite dei Palestinesi di Israele. Cioè, i Palestinesi di Israele conoscono l’ebraico come seconda lingua; indipendentemente dal loro rapporto con esso, è una lingua di cui hanno bisogno per sopravvivere , una lingua in cui sono competenti, tanto che a volte usano parole ebraiche anche quando parlano arabo. Ma nonostante tutto ciò, la loro conoscenza dell’ebraico non ha cancellato l’uso dell’arabo nelle loro conversazioni quotidiane, nelle loro espressioni dialettali, nelle loro canzoni ai matrimoni, nelle loro parolacce.

Forse  l’aspetto più importante sono proprio  i termini usati per le parolacce, vale a dire, gli Israeliani stessi imprecano in arabo, quindi come puoi esprimere il più alto sentimento di rabbia in qualsiasi altra lingua, considerando quello che l’arabo offre in ricchezza linguistica e nell’assortimento infinito di parole tra cui scegliere?

 Quando Israele non riuscì a cancellare la lingua araba nonostante tutti i suoi continui tentativi, che ultimamente  hanno incluso la “Legge  dello Stato Nazione”, che ha  designato l’ebraico come l’unica lingua dello stato di Israele rimuovendo l’arabo dal suo status ufficiale precedente , cominciò a lanciarsi nella “guerra al cibo”.

Quando Israele non riuscì a cancellare la lingua araba nonostante tutti i suoi continui tentativi, che ultimamente  hanno incluso la “Legge  dello Stato Nazione”, che ha  designato l’ebraico come l’unica lingua dello stato di Israele rimuovendo l’arabo dal suo status ufficiale precedente ,  cominciò a lanciarsi nella “guerra al cibo”.

Questo è uno dei campi in cui ha investito maggiormente e in cui ha raccolto successi a livello mondiale, grazie all’ovvia importanza del cibo nella vita quotidiana e all’emergere del turismo gastronomico, che ha finito per occupare una propria nicchia nel turismo globale. Il cibo è una ragione sufficiente perché la propria casa venga colonizzata.

E così, lo za’atar è una linea rossa. Cioè, non abbiamo mai ceduto nella lotta contro il furto di falafel, hummus e tabbouleh , ma con il tempo abbiamo iniziato a scherzarci sopra. Ah ah, “tua nonna sa come preparare i Falafel?” E tutti ridono. Ma lo za’atar ?! Questa pianta che cresce spontaneamente nei campi e nella terra, tra le pietre dei villaggi abbandonati?

Lo sapevate che se veniamo scoperti a  cogliere za’atar da un dipendente del Keren Kayemet LeYisrael (KKL – Fondo nazionale ebraico) siamo multati per legge?

Il KKL è una delle prime istituzioni sioniste che, dalla sua fondazione nel 1901 fino alla Nakba del 1948, ha operato per acquistare terre palestinesi, gettando le basi per una continua espansione della colonizzazione. In un articolo pubblicato sulla rivista “Fus’ha -Palestinian Culture” intitolato “Perché Israele teme lo Za’atar e la Gundelia (cardo selvatico n.d.t.)?” Rabea Eghbariah scrive: “Nel contesto dell’uso del cibo e della natura come strumenti per controllare i Palestinesi, il divieto legale di raccogliere lo za’atar e la gundelia è uno strumento  aggiuntivo con cui il colonizzatore tenta da un lato di smantellare la relazione tra i Palestinesi e la loro terra e la loro identità, e dall’altro di conferire agli Israeliani l’autorità sulla terra e sulle sue risorse.”

Eghbariah riporta nella sua ricerca che la raccolta di za’atar selvatico fu bandita nel 1977 con un decreto firmato dall’allora Ministro dell’Agricoltura israeliano, Ariel Sharon. Il decreto modificò l’elenco delle “piante protette”  includendo lo za’atar.  Il pretesto offerto, secondo le parole di Eghbariah, era che “raccoglierlo causa danni ambientali … imponendo così punizioni e multe salate a chiunque avesse raccolto o posseduto una quantità qualsiasi di za’atar. Fino a quel momento, in Palestina  la natura era l’unica fonte per  avere lo za’atar, poiché all’epoca la sua coltivazione non era comune  “.

 Lo Za’atar è una linea rossa.

Di conseguenza, lo za’atar è diventato inestricabilmente legato alla storia della sopravvivenza dei Palestinesi in Israele , come nel caso delle olive prima di esso. Questo simbolismo è sancito dalla presenza dello za’atar nei dettagli della vita palestinese dove, insieme all’olio d’oliva, con il tempo si è trasformato,  diventando il dono più importante.

Quelli che come me e come altri sono nati in Palestina  e possono raggiungere la Galilea, Gerusalemme e altre città e villaggi, spesso  diventano dei  messaggeri postali o meglio, messaggeri di za’atar, portando borse di za’atar  in tutti i viaggi dalla Palestina verso qualche altra terra araba o europea, sperando di portare gioia agli amici a cui era stato proibito lo za’atar della Palestina, o che vivono fuori dai suoi confini e  hanno nostalgia del suo sapore.

Non è un caso che, rispetto ad altre spezie o all’hummus, lo za’atar abbia un simbolismo totalmente diverso: tale simbolismo è la conseguenza del furto e dell’appropriazione dello stesso da parte dell’entità coloniale. Perché lo za’atar  possiede un simbolismo direttamente legato alla terra e alla natura: camminare nel deserto e annusare il profumo della pianta, che potrebbe essere mangiata ancor prima di essere macinata con sesamo, sommacco e olio, per poi essere spalmata sul pane o sulla focaccia come nel levantino manakish.

 “Dimmi … tua nonna sa come raccogliere lo za’atar?”

La preparazione  di spezie è possibile in qualsiasi parte del mondo, ma lo za’atar ha il suo specifico habitat in cui può crescere e sopravvivere. L’etichettatura di za’atar come “spezia israeliana”, alla fine, ci porta a porre la domanda: “Dimmi … tua nonna sa come raccogliere lo za’atar?”.

Traduzione per InvictaPalestina di Grazia Parolari.

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