Ebrei ‘contro’: ‘Noi non celebreremo l’anniversario di Israele’.

Da Al-Awda-Italia

Qui di seguito riportiamo la traduzione di un lettera-appello di un
gruppo di ebrei inglesi, pubblicata sul quotidiano The Guardian il 30
aprile scorso, dove si elencano le ragioni che non permettono a
queste persone – né dovrebbero permetterlo ad alcuno – di festeggiare
il 60° anno dalla fondazione dello Stato di Israele.

Si tratta di argomentazioni già note e storicamente accertate.

Come abbiamo avuto modo di osservare, la politica della durezza è
stata ritenuta l’unico modo adatto ad affrontare il dilemma della
legittimità di Israele in relazione ai suoi vicini, e la violenza
sistematica è stata essenziale per consolidare lo Stato israeliano
nel periodo 1947-1948, nonché per sostenerlo nei periodi di crisi
successivi.

Secondo lo storico israeliano Ilan Pappe, intervistato dall’Unità il
1°maggio, "il sistema di valori su cui si fonda lo Stato di Israele"
è stato strutturato "attorno a una ideologia etnocentrica che pone
come prioritaria la necessità di avere uno Stato ebraico con una
solida maggioranza ebraica che controlli larga parte dei Territori
palestinesi. Nel creare il proprio Stato-nazione, il movimento
sionista non condusse una guerra che ‘tragicamente, ma
inevitabilmente’ portò all’espulsione di parte della popolazione
nativa, ma fu l’opposto:
l’obiettivo principale era la pulizia etnica
di tutta la Palestina,
che il movimento ambiva per il suo nuovo
Stato. Questa visione non è cambiata affatto dal 1948 ad oggi. Il
valore di uno Stato a base etnica è ancora al di sopra di qualunque
diritto umano o civile".

E allora, come celebrare oggi i 60 anni di Israele senza nel contempo
ricordare che la nascita di questo Stato coincide con la Nakba
palestinese?

E, soprattutto, come festeggiare uno Stato che mantiene un’intera
popolazione di un milione e mezzo di Palestinesi sotto assedio e in
condizioni pietose, con scarsi rifornimenti di cibo e altri beni, con
poca elettricità, con un sistema di trattamento di rifiuti devastato,
con una sanità in condizioni definite miserevoli; in una parola, uno
Stato che pone in atto una gigantesca punizione collettiva, un
crimine contro l’umanità che è una vergogna tanto per Israele quanto
per gli Stati che la consentono.

Come festeggiare uno Stato le cui truppe massacrano quotidianamente
la popolazione civile inerme ed innocente, ivi inclusi i bambini di
pochi mesi, utilizzando armamenti il cui uso in aree densamente
popolate è proibito dal diritto umanitario.

Come festeggiare uno Stato che, mentre a parole sostiene di volere
la "pace", nei fatti continua ad operare nel senso esattamente
opposto, espandendo i propri insediamenti colonici illegali,
rifiutando di affrontare il problema dei profughi palestinesi persino
nel senso di ammettere la propria responsabilità, proponendo all’Anp
piani di "pace" che, come ancora qualche giorno fa riportava il
quotidiano Yedioth Ahronoth, prevedono che Israele mantenga il
controllo dei blocchi di insediamenti, della Valle del Giordano, di
Gerusalemme?

No, non c’è assolutamente motivo di festeggiare alcunché se la festa
di alcuni coincide con la rovina, la distruzione e la morte dei
nostri fratelli, e spiace che anche il nostro Presidente si presti a
fornire il proprio autorevole avallo ad una iniziativa che non unisce
ma divide profondamente, sia in Italia che nel resto del mondo.

Noi non celebriamo l’anniversario di Israele.

Da The Guardian, mercoledì 30 aprile 2008

A maggio, le organizzazioni ebraiche celebreranno il 60° anniversario
della fondazione dello stato di Israele. Ciò è comprensibile nel
contesto di secoli di persecuzione culminati nell’Olocausto.
Tuttavia, noi siamo Ebrei che non celebreranno. Sicuramente ora è
tempo di riconoscere la storia degli altri, il prezzo pagato da un
altro popolo per l’antisemitismo europeo e le politiche di genocidio
di Hitler. Come ha messo in evidenza Edward Said, ciò che l’Olocausto
è per gli Ebrei, lo è la Nakba per i Palestinesi.

Nell’aprile 1948, lo stesso mese dell’infame massacro di Deir Yassin
e dell’attacco di mortai contro i civili palestinesi nella piazza del
mercato di Haifa, il Piano Dalet entrò in funzione. Ciò autorizzò la
distruzione di villaggi palestinesi e l’espulsione della popolazione
indigena dai confini dello Stato. Non non celebreremo.

Nel luglio 1948, 70.000 Palestinesi furono cacciati dalle loro case a
Lydda e a Ramleh nel periodo più caldo dell’estate senza cibo né
acqua. Morirono a centinaia. E’ nota come la Marcia della Morte. Noi
non celebreremo.

In tutto, 750.000 Palestinesi divennero rifugiati. Circa 400 villaggi
vennero cancellati dalle mappe. La pulizia etnica non terminò lì.
Migliaia di Palestinesi (cittadini israeliani) furono espulsi dalla
Galilea nel 1956. Molte migliaia in più quando Israele occupò la
Cisgiordania e Gaza. Secondo il diritto internazionale e sulla base
della risoluzione Onu 194, i rifugiati di guerra hanno il diritto al
ritorno o alla compensazione. Israele non ha mai riconosciuto tale
diritto. Noi non celebreremo.

Noi non possiamo celebrare l’anniversario della nascita di uno Stato
fondato sul terrorismo, sui massacri e sulla spoliazione della terra
di un altro popolo. Non possiamo celebrare l’anniversario della
nascita di uno Stato che ancora adesso è impegnato nella pulizia
etnica, che viola il diritto internazionale, che infligge una
mostruosa punizione collettiva alla popolazione civile di Gaza e che
continua a negare ai Palestinesi i diritti umani e le aspirazioni
nazionali.

Noi celebreremo quando Arabi ed Ebrei vivranno da eguali in un
pacifico Medio Oriente.

Seymour Alexander
Ruth Appleton
Steve Arloff
(seguono altre 102 firme)

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