Economia palestinese: di male in peggio.

 

Economia palestinese: di male in peggio



di Ramzy Baroud*
Countercurrents.org, 29 settembre 2008

I dati sono pessimi sia in Cisgiordania che nella striscia di Gaza. L’economia palestinese sta vivendo un periodo cupissimo e questo disastro è per lo più, se non totalmente, provocato dalla volontà umana e quindi è reversibile.

La Banca Mondiale non ha nascosto il fatto che le restrizioni israeliane devono essere condannate in quanto responsabili degli alti tassi di povertà che nella striscia di Gaza hanno raggiunto il 79,4 per cento e in Cisgiordania il 45,7 per cento. Ha quindi concluso che  “con una popolazione crescente e un’economia che si contrae, il Pil reale pro capite è attualmente inferiore del 30 per cento rispetto ai dati del 1999” e ha aggiunto che “con il dovuto riguardo alle preoccupazioni di Israele in materia di sicurezza, tutti concordano sull’ effetto paralisi che gli ostacoli fisici hanno provocato all’ economia palestinese”.

Con un’economia in declino, una mancanza di progetti di sviluppo e le restrizioni israeliane, i palestinesi sono costretti a ricorrere sempre più spesso agli aiuti esteri, che sono in larga parte controllati da interessi politici. Per esempio, gli Stati Uniti si sono dimostrati insolitamente generosi nel sostenere il governo di Mahmoud Abbas (di Ramallah) visto che ha portato avanti un regime internazionale di sanzioni e embargo contro il governo di Hamas (di Gaza). Tali capitali vengono spesso negoziati con concetti poco chiari quali “dare un giro di vite all’infrastruttura terrorista” che viene giustamente inteso come il combattere contro coloro che sfidano Israele e la legge dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) in Cisgiordania.

Ciononostante, anche nel caso in cui l’Autorità palestinese fosse immune dalla corruzione e intendesse davvero investire nell’economia sostenibile, nessuna economia veramente libera e indipendente potrebbe fiorire sotto occupazione, la cui vera intenzione è il depotenziamento dei lavoratori, agricoltori e classe media palestinesi. Sono questi strati della società palestinese che da un lato hanno guidato la rivolta per mettere fine all’occupazione e dall’altro hanno resistito alla corruzione locale.

Infatti, le restrizioni israeliane non sono una coincidenza e sono difficilmente riconducibili esclusivamente al solito tema della sicurezza nazionale. “In realtà, queste restrizioni vanno oltre la terra e il cemento e  sfociano in un sistema di restrizioni fisiche, istituzionali e amministrative che formano una barriera impermeabile contro la realizzazione del potenziale economico palestinese” dichiara la Banca Mondiale. Per concludere, ulteriori aiuti non serviranno a ravvivare l’economia palestinese, a meno che le restrizioni appena citate vengano rimosse.

Ma queste restrizioni rappresentano la colonna portante della politica israeliana; rimuoverle significherebbe negare l’influenza politica del governo israeliano sul governo di Abbas. Pertanto, gli Stati Uniti non sarebbero invogliati a prestare aiuto ai palestinesi nello sviluppo di una base e un’infrastruttura economiche forti, tanto da risparmiare ai Palestinesi l’oltraggio di vivere solo grazie ai sussidi di donatori internazionali.

In Cisgiordania, le sventure economiche palestinesi si vanno a combinare con una tremenda crisi idrica, un incubo per gli agricoltori che stanno già lottando per impedire la continua sottrazione dell’acqua da parte di Israele e l’iniqua distribuzione idrica. Secondo un’indagine recente condotta da B’ tselem, centro israeliano per i diritti umani, una famiglia israeliana consuma in media una quantità d’ acqua maggiore di 3,5 volte rispetto a una famiglia palestinese. B’ tselem condanna Israele per la sua politica discriminatoria e per le rigide restrizioni che impediscono ai palestinesi di scavare nuovi pozzi. Non si riesce a capire come le preoccupazioni per “la sicurezza” di Israele possano giustificare il fatto che lo stesso Israele stia rubando l’ acqua dei Palestinesi usando gli acquiferi della Cisgiordania mentre numerose famiglie palestinesi si sono viste private dell’acqua già da aprile in città come Jenin.

Mentre molti agricoltori si sono visti privati dei loro mezzi di sussistenza, le persone qualunque devono spendere una larga fetta dei loro scarsi guadagni per comprare acqua. Un’inchiesta recente dell’Onu, citata dalle agenzie di stampa, stima che i palestinesi delle comunità maggiormente colpite spenderebbero dal 30 al 40 per cento dei loro guadagni per acquistare l’acqua consegnata dalle autocisterne.

Come si può aspirare a un’economia sostenibile con un livello di crescita sensibile in queste condizioni?

Se la situazione è difficile in Cisgiordania, a Gaza è addirittura impossibile. Un’indagine condotta a marzo e sponsorizzata da Amnesty International, Care International UK, Christian Aid, Oxfam e altri ancora, definiva la situazione nella striscia come la peggiore crisi umanitaria dall’inizio dell’occupazione israeliana nel 1967. La stessa inchiesta chiedeva a Israele di cambiare le sue politiche nei confronti di Gaza. A distanza di pochi mesi dalla pubblicazione dell’ indagine, Israele sembra irrigidire il suo controllo sulla striscia già indebolita, rendendo il milione e mezzo dei suoi sfortunati abitanti ogni giorno più povero.

Sempre secondo l’indagine, l’80 per cento della popolazione di Gaza confida negli aiuti alimentari. Circa 1,1 milioni di persone ricevono sussidi alimentari dalle agenzie Onu, che stanno a loro volta lottando per operare nonostante i tagli al carburante e il quasi totale isolamento di Gaza.

Al contrario della Cisgiordania, lo scopo di Gaza non è lo sviluppo economico, ma la mera sopravvivenza. L’affidamento di Gaza agli aiuti alimentari è aumentato di dieci volte dal 1999, secondo l’inchiesta. Allo stesso tempo, il 98 per cento delle industrie di Gaza non lavora più, lasciando disoccupati migliaia di operai e portando alla rovina numerose famiglie.

Violenza interna in Palestina, sanzioni internazionali guidate dagli Stati Uniti, assedio e  violenza israeliani stanno distruggendo l’intera struttura della società palestinese a Gaza e contemporaneamente stanno trasformando la Cisgiordania in una società fondata sull’elemosina, basata su sussidi forniti in gran parte come incentivi politici senza prospettive di lungo termine.

Altrettanto scoraggiante è il fatto che l’Autorità palestinese in Cisgiordania abbia avuto un ruolo attivo nella chiusura delle associazioni benefiche musulmane, asili, orfanotrofi e scuole nel continuo tira e molla tra i rivali Fatah e Hamas. È intollerabile che le ostilità da ambo le parti siano cresciute a tal punto da andare a colpire le fasce più deboli della società: orfani, vedove e invalidi fisici e mentali. Circa 82 bambini non sono tornati a scuola quest’ anno: sono rimasti uccisi l’ anno scorso. E oltre un milione di studenti dovranno oltrepassare circa seicento checkpoint militari israeliani. Con la chiusura delle scuole gestite da associazioni benefiche musulmane, centinaia di studenti perderanno il loro diritto all’ istruzione. Ma in questo caso, Israele non è l’unico colpevole.

Il sistema economico palestinese non può basarsi sui sussidi delle associazioni. I palestinesi necessitano, e meritano, uno sviluppo economico sostenibile, con prospettive di lungo termine, che possa rinnovare le economie della Cisgiordania e di Gaza e impieghi le preziose risorse umane disponibili. Israele farà di tutto per evitare questa possibilità, come ha fatto per decenni. Questa è la vera lotta che i palestinesi stanno subendo: tra la loro necessità di libertà e l’insistenza israeliana di continuare a esercitare il controllo. Senza canali propri per rafforzare la comunità e i singoli Palestinesi, i quali rimarranno economicamente svantaggiati e quindi handicappati politicamente. Questo scenario non sembra una soluzione per una pace giusta e duratura.

 
 

(Traduzione di Valeria Nanni per Osservatorio Iraq)

L’articolo in lingua originale

* autore ed editore di PalestineChronicle.com. Il suo lavoro è stato pubblicato in numerosi quotidiani e riviste in tutto il mondo. Il suo ultimo libro è “The Second Palestinian Intifada: A Chronicle of a People’s Struggle” (La Seconda Intifada Palestinese: Cronaca di una Battaglia Civile – In stampa, Pluto Press, Londra).

 

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