Essere bambini a Gaza: un vero incubo

Più del 50% dei pazienti dei centri per la riabilitazione palestinese sono minorenni.

Molti sono i casi di gravi depressioni con manie suicide, ansie, nevrosi, psicosi, fobie e paure, riscontrati negli ultimi dieci anni fra la popolazione infantile e giovanile a Gaza e nel resto dei Territori occupati.

Un problema piuttosto diffuso tra i più piccini è la perdita della capacità di controllare e trattenere le urine (enuresi notturne), che è scatenata da situazioni di forte shock, quali, ad esempio, l’irruzione, in piena notte e nelle loro case, di soldati israeliani che li travolgono (spesso i bimbi dormono su materassi distesi sul pavimento), li colpiscono con i fucili o con i calci, e si portano via i fratelli più grandi e il padre.

Per gli altri, il segno evidente di un profondo travaglio psicologico viene alla luce attraverso disegni impregnati di scene di violenza e di sangue, di colori tetri, di uomini grandi e cattivi che uccidono i loro familiari ed amici. Anche nei giochi emerge la rabbia e la violenza che alberga in loro: giocare al militare israeliano che insegue gli shabab è molto comune fra i bambini palestinesi, così come lo è il culto della forza fisica e dei “Rambo”, l’oppressione del più debole, il pessimismo, la vendetta, il machismo, la passività, il senso di impotenza, il rifiuto scolastico…

Le abitazioni, le famiglie, da sempre interiorizzate come luoghi protetti, sicuri, ora sono percepiti come pericolosi e infidi. Lì può arrivare il nemico e distruggere, uccidere il papà e demolire la casa.

I bambini sono stati in prima fila durante la prima Intifada, e lo sono ancora in questa seconda, l’Intifada di al-Aqsa.

Questa è una lunga relazione del dott. Eyad El-Serraj psichiatra e direttore del Gaza Community Mental Health Programme:

Molte famiglie hanno portato i loro bambini al Centro per la cura dei danni prodotti da traumi psicologici. Abbiamo condotto studi sul campo, attraverso indagini psicologiche, per capire meglio il loro ruolo, l’estensione dei traumi e i loro effetti.

Le parole "arrabbiato" e "atteggiamento di sfida" descrivono con precisione i bambini palestinesi, che sono anche tesi e vigili. Per molti di loro tirare pietre esprime la rabbia contro i soldati israeliani.

Sami, dodici anni, è stato portato in clinica da sua madre dopo aver tentato il suicidio, gettandosi nel fuoco. Le sue gambe sono state gravemente ustionate; egli appariva ostile, arrabbiato e depresso: "Volevo uccidermi perché mio padre non mi ha voluto comprare un nuovo paio di pantaloni per la festa. ha detto di non avere abbastanza soldi. Perché decide di avere figli se non ha un lavoro?".

Il fratello di Sami, handicappato, era morto un anno prima; la madre di Sami pensa che il figlio sia cambiato da allora. "Mio fratello Sameer è morto perché aveva freddo. Era bagnato quando l’abbiamo trovato morto. Ha piovuto tutta la notte e dal tetto rotto gocciolava acqua sul suo letto. non poteva muoversi perché era paralizzato".

Il linguaggio dell’occupazione.

Sami rappresenta perfettamente la situazione di molti bambini palestinesi ai quali le famiglie povere non sono in grado di assicurare cure e sicurezza. I bambini percepiscono facilmente le differenze tra le condizioni di vita dei loro miseri campi e quelle dei nuovi insediamenti israeliani. Queste differenze inducono loro a chiedersi perché i bambini israeliani che vivono negli insediamenti hanno a disposizione parchi gioco grandi e puliti e piscine, mentre nei campi profughi loro hanno fogne a cielo aperto e alti cumuli di immondizia ad ogni angolo di strada. Il linguaggio dell’occupazione invia il messaggio che la vita non vale la pena di essere vissuta e che i bambini nati negli insediamenti sono considerati una fortuna mentre i bambini palestinesi nati nei campi profughi o nei villaggi non valgono nulla. L’ambiente diffonde il messaggio che i palestinesi sono nati per essere gli spaccalegna e gli scavatori di pozzi per i coloni e per l’economia israeliana.

I bambini sono testimoni dell’umiliazione dei loro padri e dei loro fratelli maggiori quando questi fanno la fila al "mercato degli schiavi", sperando venga offerto loro uno dei pochi lavori disponibili: costruire un insediamento israeliano».

I ragazzini palestinesi hanno vissuto esperienze traumatiche che li hanno resi speciali e pericolosi allo stesso tempo. Nel 1991 un team di ricerca del GCMHP ha condotto uno studio su un campione di 2279 bambini: i risultati hanno mostrato i potenziali effetti sulla loro psiche. I ricercatori hanno riscontrato che il 92,5% dei bambini sono stati esposti a inalazioni di gas lacrimogeni e l’85% hanno avuto le loro case invase dalle soldati israeliani. Uno dei fattori più allarmanti concerne l’essere stati "testimoni del pestaggio del padre". Lo studio mostra che il 55% sono stati umiliati e il 42,5% sono stati testimoni del pestaggio del genitore.

Tali esperienze lasciano un segno sulla percezione di sé e del mondo.

"Se mio padre non è in grado di proteggere se stesso – si chiedono i bambini – come potrà proteggere me?". La reazione inevitabile è un misto di paura, frustrazione, debolezza, rabbia e, forse più tragicamente, ribellione nei confronti del padre. Talvolta i bambini si identificano con i soldati israeliani quali simboli di potere. Infine si sentono spinti all’esterno a cercare nuovi eroi da sostituire ai loro padri che hanno fallito la prova.

Un altro studio ha mostrato che l’esposizione a traumi porta i bambini a soffrire di sintomi quali la paura del buio, dato che la notte è spesso scenario di eventi spaventosi; soffrono inoltre di regressione che si manifesta facendo pipì a letto, e della preoccupazione verso eventi violenti che si riflette nel peggioramento dei risultati scolastici. In aggiunta soffrono degli effetti della violenza e della fatica.

Issa è un bambino di sette anni del campo profughi di Bureij. Sua madre dice che è completamente cambiato negli ultimi nove mesi. Lamenta mal di testa, fa la pipì a letto ogni notte, è aggressivo nei confronti delle sorelle. Dice che Issa ha difficoltà a dormire e che frequentemente si sveglia durante il sonno, tremando di paura. Issa era normale, fino a quando, una notte, i soldati sono penetrati in casa sua, hanno picchiato il padre e il fratello maggiore. Issa dice: "Ho sempre paura dei soldati. Hanno picchiato più volte i miei amici a scuola e anche gli insegnanti. Scappo quando li vedo. Li vorrei picchiare, ma sono molto forti e armati. Uccidono".

La costruzione di un eroe.

Le strade sono il luogo naturale di gioco dei bambini di Gaza. Essi vivono ad un ritmo di vita che li rende diversi dai bambini di tutti gli altri luoghi; sono ribelli e iperdinamici. Essere un bambino a Gaza significa essere affascinato dalla strada, incitato dai graffiti sui muri e irritato dai soldati israeliani che pattugliano il territorio a piedi o sulle jeep. Una folla di attivisti riuniti, che si preparano ad uno scontro con i soldati riempie l’aria di apprensione ed eccitazione.

Ora non è più un gioco. I giocattoli sono jeep vere e i nemici sono soldati veri. Adesso è possibile vendicare l’umiliazione di tuo padre. Questo è quello che puoi fare per sconfiggere la paura. Adesso puoi unirti agli eroi, magari diventando uno di loro.

In termini psicologici, lanciare sassi è una forma per riconoscere e identificare il problema, un passo cruciale nella formazione di un bambino dell’Intifada. È questo un modo per rigettare la definizione di sé imposta dall’occupante; è un processo di esternazione del complesso di schiavitù proiettato sui bambini, nel loro essere più profondo. Attraverso questi comportamenti i bambini decidono di affermare se stessi e di esercitare il loro diritto ad una vita più libera, miglior
e.

Tirare pietre diventa essenzialmente una forma di terapia non solamente per i bambini, ma per l’intera nazione palestinese. Anni di debolezza e frustrazione lasciano il passo alla resistenza attiva e alla difesa. Il senso collettivo di orgoglio offeso e di umiliazione si è trasformato, in una notte, in uno stato di rispetto di sé. Divisioni interne, recriminazioni e violenza comune sono state sostituite da solidarietà, unità e coesione. Tutto ciò si fonde di fronte a un nemico comune. Depressione e destino sfortunato spariscono e un senso di euforia e di eccitazione prevale. I bambini diventano eroi in prima linea; vengono poi dimenticati nel momento in cui i politici si affacciano per rivendicare i successi.

Per un raro momento nella storia del conflitto e con la partecipazione dei piccoli eroi, i palestinesi hanno assaporato la vittoria nel momento in cui hanno preso realmente in mano il controllo della propria vita, ribellandosi all’occupazione.

Traumi.
L’Intifada di al-Aqsa promette la salvezza per il futuro, ma infligge sofferenze nel presente. I palestinesi sperano che tali sofferenze si accompagnino alla nascita della libertà e di una vita dignitosa. Per ogni atto di ribellione e difesa, gli israeliani reagiscono con maggiore repressione e brutalità. I bambini sono particolarmente colpiti. Dalla politica dello "sparare per uccidere" e delle "ossa spezzate" fino ai raid e ai pestaggi notturni, i bambini sono obbligati a confrontarsi con le nuove sfide di questi giorni. Essi non possono permettersi il lusso dell’infanzia, mentre devono assumersi le preoccupazioni dell’età adulta.

Se sei un bambino a Gaza devi preoccuparti che puoi essere inseguito, arrestato, picchiato, ferito o ucciso dalle pallottole.

La vastità della loro esposizione a eventi traumatici è terribile, anche dal punto di vista statistico. In base alla ricerca del GCMHP, il 42% dei bambini è stato picchiato, il 4,5% ha avuto ossa spezzate o ferite gravi, il 19% è stato arrestato per un breve periodo.

Quando la battaglia si accende, i bambini con le loro pietre combattono per il loro diritto ad esistere; combattono il mostro demoniaco dei loro sogni. Quando la battaglia finisce si ritrovano a parlare della gioia di aver costretto il nemico a ritirarsi o del loro dolore per i compagni caduti. Ma la morte non può essere immaginata e deve essere conquistata; i morti diventano martiri, benedetti in cielo. I bambini sanno che là la vita è piena di gioia e nessun bambino soffre. Il martirio e la morte per la salvezza della propria terra diventano il grado più alto del coraggio, come se la vittoria sulla morte richiedesse il sacrificio della propria stessa vita.

Durante la notte il bambino si accuccia tra i suoi genitori, terrorizzato dai mostri che potrebbero improvvisamente saltare oltre il muro per catturare la preda. Nel suo sogno un mostro estrae la sua arma per sparare e il bambino cerca di sfuggirgli; la madre lo sveglia: ha fatto ancora pipì a letto.

Il dovere della pace.

Dopo la prima Intifada ci siamo chiesti quale sarebbe stato il destino dei ragazzi delle pietre e come sarebbero state le loro vite. C’è stato un periodo nel quale la gente si preparava alla pace. Ora i bambini, il cui futuro ci preoccupa, stanno sacrificando le loro vite in una dura sfida alla morte.
Molti, in tutto il mondo, si stanno chiedendo che cosa spinga questi bambini a sfidare il pericolo. Alcune domande nascondono il pensiero che le madri palestinesi stiano spingendo i loro figli verso il pericolo, senza curarsi delle conseguenze. Dovremmo invece chiederci perché i soldati israeliani uccidono i bambini. A volte è più semplice accusare la vittima. Si insinua che le madri palestinesi non abbiano sentimenti materni? Chi pensa questo pensa allora che i palestinesi non abbiano sentimenti umani?

Questa è l’essenza del pensiero razzista, che avvilisce il senso umanitario, perchè accusando la vittima prescelta si evita il senso di colpa.

Malgrado le sofferenze, le morti, le ferite, gli handicap permanenti dei bambini che hanno perso occhi, braccia o gambe, nonostante i traumi degli scontri e la partecipazione agli innumerevoli funerali, lo shock della propria vita in tv, i bambini restano bambini, in Palestina come in ogni altro luogo sulla Terra. Noi vogliamo pace e tranquillità nelle loro case, un padre capace e una madre in grado di curarli, la possibilità di giocare con i loro amici nei giardini e nei parchi di divertimento. Noi vogliamo che i bambini vivano il piacevole mondo dell’infanzia.

Le terribili circostanze hanno costretto i bambini palestinesi ad una precoce coscienza politica e identificazione nazionale, a prendersi responsabilità da adulti, addirittura superandoli sul campo di battaglia. Oggi questi bambini hanno bisogno delle nostre attenzioni e della fine immediata della spirale di violenza, in modo che le future generazioni non ne rimangano ostaggio.

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