‘Europa per Gerusalemme e per Gaza’, l’intervista.

Atene, 23 giugno.

Di Angela Lano.

Lunedì 22 giugno, ad Atene, si è svolta la Conferenza “Gerusalemme, la capitale della cultura araba 2009. Europa per Gerusalemme e per Gaza”, organizzata dalla Hellenic Palestinian Friendship, dallo Hellenic-Palestinian Parliamentarian Commitee e dall'European Campaign to end the siege on Gaza.

Erano presenti duecento persone e numerosi relatori, provenienti da Europa e mondo arabo-islamico, tra cui Apolostolos Kaklamanis, presidente dell'Hellenic-palestinian Parliamentarian Commitee; Abd Alrahman Abo Al Heja, vice-presidente del Movimento islamico palestinese nei Territori del '48; Sofia Sakorafa, parlamentare greca; Giannis Mpanias, parlamentare greco; l'ex senatore Fernando Rossi, capo-convoglio 'Hope'; Monia Benini, presidente Pbc; Mohammad Hannoun, vice-presidente della European Campaign to end the siege on Gaza; Nadir Al Abadla, presidente della Hellenic Palestinian Friendship; diversi sindaci di municipalità greche gemellate con Gaza.

L'obiettivo della Conferenza è stato quello di celebrare Gerusalemme come capitale della Cultura araba e sensibilizzare la comunità araba, greca ed europea in generale, sulla drammatica situazione in cui vive la popolazione della Striscia di Gaza. Un altro obiettivo era la “premiazione” della delegazione 'Hope' che ha visitato Gaza il mese scorso.

  Abbiamo chiesto al vice-presidente della European Campaign, Mohammad Hannoun, di rispondere ad alcune domande.

Quali sono le possibilità di esercitare pressioni per sollevare l'assedio?

“Prima di tutto, bisogna lavorare a livello politico. Le forze europee devono esercitare pressioni sui propri governi. In secondo luogo, attraverso il riconoscimento del governo legittimo di Gaza, eletto dal popolo palestinese nel gennaio del 2006. Inoltre, continuando a inviare a Gaza convogli, navi, delegazioni da tutto il mondo. Infine, invitando i politici palestinesi a parlare nei vari parlamenti europei per spiegare le conseguenze devastanti dell'embargo israeliano che l'Europa appoggia da tre anni a questa parte”.

Pensate di ricorrere ai tribunali internazionali per denunciare Israele sia per l'assedio sia per la guerra contro Gaza?

“Certamente. Poiché viviamo in società basate sul diritto e sulla legalità, dobbiamo portare davanti ai tribunali internazionali tutti coloro che assediano la Striscia di Gaza. E' altrettanto necessario perseguire penalmente il governo, i ministri e i comandanti dell'esercito di Israele per i crimini di guerra commessi durante l'operazione Piombo Fuso, compiuta tra dicembre e gennaio”.

Avete già avviato le pratiche legali?

“Siamo sulla strada giusta. Abbiamo raccolto molto materiale e molte organizzazioni stanno lavorando, a livello giuridico, per portare Israele di fronte ai tribunali internazionali. Inoltre, il governo di Gaza ha creato una commissione che ha il compito di raccogliere e trasmettere tutta la documentazione necessaria”.

Il 14 giugno scorso, il premier israeliano Benyamin Netanyahu ha tenuto l'ormai famoso discorso sull'ebraicità dello stato sionista e sulla creazione di uno stato palestinese (Netanyahu: la leadership palestinese riconosca l'ebraicità di Israele.). Cosa ne pensa?

“Netanyahu ha semplicemente confermato una politica inaugurata nel 1948, con la creazione di Israele, basata sull'eliminazione fisica dei palestinesi e sul non riconoscimento dei loro diritti. Egli ha espresso la volontà religiosa, razzista, del rifiuto dei diritti civili, umani, di una parte dei cittadini palestinesi che vivono in Israele. Si tratta di cittadini nati in Palestina prima ancora che Netanyahu vedesse la luce nell'Europa dell'Est. La sua intenzione è di scambiare gli arabi che vivono nei Territori del '48 con i 150 mila coloni ebrei che occupano la Cisgiordania. C'è una differenza sostanziale tra i due gruppi: i coloni sono illegali, mentre i palestinesi sono gli abitanti originari di quell'area. Le colonie vanno comunque restituite ai palestinesi, in quanto illegali, e non devono essere oggetto di ricatto o di scambio. Inoltre, lo stato palestinese che Netanyahu intende creare avrebbe una autonomia limitata, non avrebbe confini, e le varie città e villaggi all'interno non sarebbero collegati l'uno con l'altro, e tantomeno la Cisgiordania e Gaza. Di che stato si tratta allora? Di un insieme di bantustan che non rispetta alcuna risoluzione Onu. Uno stato che non risponde alla volontà e al diritto dei palestinesi”.

Non si tratta dunque di un discorso storico?

“Nient'affatto. Il suo è un pensiero storico razzista e colonialista basato su concetti religiosi estremisti”.

 

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