Facciamo sentire la nostra voce! Una campagna per la verità.

Cari amici,
    invio qui di seguito un "appello agli intellettuali" steso da Angelo d’Orsi, che esorta ad una "campagna per la verità" su quanto sta avvenendo in Libano e in Palestina. Chi desiderasse aderire all’appello dovrebbe scrivere direttamente ad Angelo d’Orsi, angelo.dorsi@unito.it.
Fra i firmatari, oltre a chi vi scrive, vi sono già  Diana Carminati, Gastone e Amedeo Cottino, Gianni Vattimo, Franca Balsamo, Alfio Mastropaolo, Beppe Sergi, Claudio Cancelli, Andreina De Clementi, Marco Aime, Paolo Favilli, Guido Liguori, Antonio Prete, Simonetta Soldani, Domenico Losurdo, Riccardo Bellofiore, Gianfranco Borrelli, Claudio Venza e alcuni colleghi di università straniere.
    Cordialmente.
    Michelguglielmo Torri
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Facciamo sentire la nostra voce! Una campagna per la verità

(20 agosto 2006)

 

 

Gli appelli degli intellettuali sono un rito. E ormai rischiano di passare inosservati, specie quando esprimano punti di vista estranei all’opinione prevalente. Eppure mai come oggi, noi sottoscritti, docenti di varie sedi universitarie, donne e uomini impegnati nel “mestiere” di intellettuali, riteniamo sia un nostro dovere, prima che un diritto, dire la nostra, invitando tutti coloro che esercitano la nostra stessa professione, e che dovrebbero essere i primi “sacerdoti della verità”, ossia  promuovere il dubbio e segnalare la complessità e la problematicità degli eventi, contro la disinformazione e la menzogna, a ridestarsi dal letargo, o a gridare sui tetti le parole che, molti, a mezza voce dicono tra di loro. Ci riferiamo a quella che pudicamente, e ipocritamente, è stata chiamata “la guerra in Libano” e che invece va definita con il nome che le compete: l’aggressione israeliana al Libano.

Le motivazioni che i governanti e i militari dello Stato d’Israele forniscono, accettate acriticamente dai media e politici europei, sono che la guerra sia una risposta all’attacco degli Hezbollah: ma una incursione militare con la cattura di due soldati (tuttavia i dubbi sulla natura vera, “preventiva”, dell’attacco israeliano, si fanno ogni ora più corposi, sulla base di rivelazioni e documenti inquietanti), può, sul piano del diritto prima ancora che su quello etico, dare luogo a una risposta in termini di guerra totale? L’azione svolta per oltre un mese – le armi tacciono da pochi giorni, ma non del tutto, e non siamo affatto sicuri che il loro silenzio perdurerà – dalle truppe di Tel Aviv, ha provocato oltre un migliaio di morti, la gran parte civili, di cui moltissimi bambini, ha devastato un Paese, al quale da tempo immemorabile gli israeliani recano danni e lutti, distruggendone infrastrutture, edifici civili, strade, fabbriche, ospedali, preziose testimonianze storiche e artistiche. Si è trattata di una vera e propria guerra di aggressione: guerra totale, ai civili, al territorio, all’ambiente, nella quale le forze armate israeliane hanno dispiegato una potenza terribile, facendo ricorso ad armi illegali, stando a numerose testimonianze, contro un Paese, multietnico e multireligioso, quale il Libano, che non ha neppure la possibilità materiale di difendersi.  

Le stesse parole usate dai rappresentanti del potere israeliano – tra le quali spicca la parola “rappresaglia”, e la recente frase del capo del governo Olmert, “non chiederemo scusa a nessuno” – confermano il carattere punitivo, “esemplare” di questa guerra non dichiarata, che si aggiunge a innumerevoli atti compiuti dai governanti di Tel Aviv in spregio a reiterate risoluzioni dell’Onu, e alle norme del diritto internazionale. Questa guerra insomma è il più recente, ma temiamo non l’ultimo, atto di una politica fondata sull’arroganza di un esercito potentissimo, spalleggiato dalle amministrazioni e dalla quasi totalità della finanza e dei media statunitensi, e di gran parte dei Paesi occidentali.

Davanti a tale scempio della legalità, della giustizia, e della morale, le voci di dissenso nella comunità intellettuale sono state poche e sommesse. Perché? Perché su di noi – che ci dichiariamo democratici, antirazzisti, amici del dialogo tra i popoli, le religioni, le culture, come le nostre biografie intellettuali e politiche dimostrano – grava il peso di un ricatto: chi critica Israele, ci si dice, ne vuole la distruzione, chi condanna la sua politica è marchiato come antisemita. Ebbene, noi che ci siamo battuti contro fascismo, militarismo, razzismo (in specie l’antisemitismo), e ogni forma di ingiustizia e di illegalità, contro le disuguaglianze, contro la prepotenza dei forti e dalla parte dei deboli, oggi diciamo basta. Oggi dobbiamo avere il coraggio di essere impopolari, dichiarando a tutte lettere che la politica israeliana, e alle sue spalle quella statunitense (con il sostegno permanente dell’alleato-subordinato britannico e l’afasia complice della quasi totalità dei governanti europei), costituiscono una fonte permanente di guerra, un rischio per la pace mondiale: non il solo, certo, ma uno dei principali che, accanto a tutte quelle formazioni fondamentaliste che inventandosi un “dovere religioso”, seminano terrore, odio e morte, giocano solo a favore della politica statunitense e israeliana. La paura degli uni genera odio, l’odio suscita paura, in una spirale mostruosa, a cui l’esportazione della democrazia con i bombardamenti e l’imposizione di regimi fantoccio, serve a far scorrere altro sangue, in una precarietà istituzionale che si rivela in tutta la sua fragilità, come gli inferni iracheno ed afgano dimostrano.

Ma non possiamo dimenticare che la politica israeliana si fonda da decenni sulla pulizia etnica e sull’apartheid di fatto nei confronti dei Palestinesi, del resto per decenni dimenticati dagli stessi cosiddetti “regimi arabi moderati”. La costruzione di un muro invalicabile nell’esiguo territorio concesso ai Palestinesi, la deliberata destrutturazione della già misera economia dei Territori, le azioni "mirate" volte a uccidere – o a catturare, contro ogni legge –  i loro leader politici, anche quelli democraticamente eletti e legittimamente in carica, e la totale noncuranza della possibilità di sopravvivenza di un intero popolo, fanno di quella che ci viene instancabilmente presentata come "la sola democrazia del Medio Oriente", una potenza imperialista, che è pronta a rischiare, in nome della sua "sicurezza nazionale", lo scatenamento di un terzo conflitto mondiale.

Come non rendersi conto che tale politica, accompagnata da una campagna diffamatoria e di odio contro il mondo arabo e musulmano, rappresentato ormai, nel coro di molti politici, intellettuali e giornali occidentali, come “islamo-fascista” (un’autentica bestialità sul piano storico e politologico), scatena modalità sempre più aspre di conflitto, eccita le forme più atroci di terrorismo dall’altra parte, suscitando un risentimento non solo antiebraico, e antiamericano, ma antioccidentale, di cui tutti siamo e saremo soggetti a pagare conseguenze pesantissime?

Noi affermiamo che essere dalla parte della verità e della giustizia, significa innanzi tutto essere dalla parte dello Stato di diritto all’interno, e della legalità su quello internazionale. Israele, nella sua politica, in cui la democrazia vacilla e il peso degli apparati militari diventa ogni giorno più forte, non deve più contare sul nostro silenzio. Noi chiediamo a tutti i nostri colleghi di esprimersi, di levare le loro voci, e di avviare una campagna di informazione autentica verso i loro allievi, verso il pubblico che legge i loro scritti o ascolta le loro conferenze e lezioni.

Posto che per noi non è in discussione l’esistenza dello Stato d’Israele, che va accettata e riconosciuta dai suoi confinanti e dagli altri Paesi circumvicini, i principali punti di questa campagna dovranno essere cinque:

 

         Primo: Spiegare che Israele deve accettare tutte le risoluzioni dell’Onu, ritirarsi entro i confini del 1967, in particolare rinunciando alla pretesa di fare di Gerusalemme la sua “capitale unica, eterna e indivisibile”, e consentendo a quella città plurimillenaria di ritornare ad essere un luogo d’incontro e di convivenza di popoli, culture e religioni.

         Secondo: Denunciare l’accordo di collaborazione militare tra Italia e Israele (legge 94/2005) che rende complice lo Stato italiano di crimini di guerra.  

         Terzo: Chiedere con forza in ogni sede che ai Palestinesi sia data la possibilità immediata di costruire un proprio Stato, indipendente e libero, con confini certi, ed esterni allo Stato israeliano, internazionalmente riconosciuto.

         Quarto: Chiedere con altrettanta forza che il Libano eserciti pienamente la sovranità sul proprio territorio, contro le pretese di ingombranti tutele di Paesi confinanti, in particolare tutelando il confine con Israele.

         Quinto: Invitare, e ove possibile, fornire strumenti di studio per far conoscere meglio la vicenda storica di quella regione, la sua fisionomia geografica ed economica, le sue componenti etniche e religiose, fuori da ogni pregiudizio o di “conoscenza” per sentito dire.

 

 

Tale campagna dovrà essere incessante, dovrà continuare anche se questa ultima guerra davvero si fermasse definitivamente; non possiamo aspettare la prossima, per agire. E del resto la Palestina è ormai da sempre sotto le fiamme della guerra. Dobbiamo continuare a far sentire la nostra voce, in nome non solo del dovere professionale e morale di tutti noi,  ma anche, e soprattutto, dell’universale e ormai irrinunciabile bisogno di pace sulla Terra.

 

 

Angelo d’Orsi, professore di Storia del pensiero politico, Fac. di Scienze Politiche, Università  di Torino

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