‘Gaza come Sarajevo’.

Riceviamo dal prof. M. Torri e pubblichiamo.
Cari amici,
    vi mando un mio breve articolo sulla situazione a Gaza, articolo che comparirà sul numero di dicembre del mensile svizzero "Galatea".
    Buona lettura.
    Michelguglielmo Torri 
 

Gaza come Sarajevo 

I media italiani, al pari di quelli occidentali, hanno dedicato un certo spazio ai gravi incidenti che si sono verificati a Gaza il 12 novembre, in occasione della celebrazione del terzo anniversario della scomparsa di Arafat. La ricorrenza è stata usata dai partigiani di Fatah, il partito dello scomparso presidente palestinese, per organizzare una manifestazione a cui hanno partecipato, si dice, 250.000 persone. Durante la manifestazione, membri armati di Hamas hanno aperto il fuoco sui manifestanti, uccidendone sette e ferendone circa 150 (di cui una decina in maniera grave).

Certamente la manifestazione e la sua repressione sono il sintomo di quella sorta di guerra civile a bassa intensità che, ormai da mesi, dilacera i palestinesi. Tuttavia, è una guerra civile che, in definitiva, è il risultato ultimo dell’occupazione israeliana. È quest’ultima a determinare una situazione talmente disperata che i palestinesi sfogano la loro rabbia impotente scontrandosi fra di loro (oltre che lanciando contro gli insediamenti israeliani al confine di Gaza una pioggia di razzi fatti in casa, non più micidiali dei fuochi artificiali che si usano a Napoli per la festa di Piedigrotta). Ma delle modalità dell’occupazione israeliana, i media occidentali non parlano. Forse, per rendersi conto della situazione, è bene parlarne, sia pure per sommi capi.

Le notizie in proposito non sono molte. Ma, a novembre, l’ONU ha reso pubblico un rapporto sulla situazione umanitaria a Gaza nel mese di ottobre. Inoltre, un’inchiesta condotta in loco è stata pubblicata dal giornale egiziano Al-Ahram (1-7 novembre).

Il primo elemento che colpisce nel rapporto ONU è il fatto che Gaza, al pari di Sarajevo ai tempi della guerra civile, è un territorio sotto assedio. Il principale varco attraverso cui entravano le merci, quello di Karni, è stato chiuso ininterrottamente dal 13 giugno. Il 28 ottobre è stato chiuso anche il varco di Sufa. L’unico rimasto aperto per il trasporto delle merci è quindi il varco di Kerem Shalom. Il problema è che Karni era in grado di far passare 750 carichi di autocarri al giorno; a ottobre Keren Shalom era in grado di farne passare 50, anche se le autorità israeliane avevano promesso di portarne la capacità a 100. Cioè, nella prospettiva più favorevole, a meno di un settimo della capacità di Karni. Come se non bastasse, l’imposizione di far transitare i carichi di merci in casse, invece che in container, ha determinato un aumento dei costi: il costo del transito a Karni era di 25 dollari USA a tonnellata; quello a Kerem Shalom è di 75 dollari USA a tonnellata.

Accanto al virtuale strangolamento del passaggio di merci, vi è stato il blocco del movimento di individui. «Ad eccezione di un limitato numero di casi medici, di commercianti e di membri di gruppi umanitari – dice il rapporto ONU – gli abitanti di Gaza non hanno avuto la possibilità di lasciare [la Striscia] nei precedenti quattro mesi».

Infine, Israele ha limitato in maniera drastica la quantità di rifornimenti del combustibile necessario a produrre energia elettrica.

Il blocco sta comportando effetti devastanti sia sull’economia sia sulla situazione sanitaria. Il rapporto ONU valuta le perdite del settore privato nei quattro mesi che si sono conclusi a ottobre come dell’ordine di 60 milioni di dollari. L’industria non funziona più, perché non arrivano più materie prime. Non un sacco di cemento è arrivato negli ultimi mesi a Gaza. Ma assai più grave è la drastica limitazione nell’afflusso di medicine e di materiale medico: soprattutto i malati di cuore e i malati di cancro sono a rischio.

Come se non bastasse, le incursioni militari israeliane a Gaza sono continuate, prendendo la forma non solo di attacchi aerei, ma di operazioni terrestri, condotte da carri armati e bulldozer. Degli attacchi aerei sono state vittime anche due scuole (a Beit Hanoun). Buldozer e carri armati hanno invece raso al suolo una serie di abitazioni civili. Sempre nel mese di ottobre, i soldati israeliani hanno sequestrato trenta persone. E solo quindici sono state rimesse in libertà. Il lancio di razzi da parte dei palestinesi di Gaza contro gli insediamenti israeliani confinanti con la Striscia è continuato, facendo pochi danni fisici e nessun morto. Invece, sempre secondo il rapporto ONU, le incursioni militari israeliane hanno lasciato sul terreno 28 morti e 70 feriti palestinesi. Fra i morti ci sono stati due bambini e un disabile. Fra i feriti due bambini di meno di tre anni. 

Ma di tutto questo, ovviamente, i media occidentali non hanno parlato.

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