Gaza, la speranza e l’assedio.

HOPE

Di Joe Fallisi

Infopal – Gaza. E’ così. Non mi sembra vero eppure sono proprio a Gaza. Un sogno della mia vita si è avverato. Quando, verso le
6 e mezza di mattina di mercoledì 29 ottobre, giunti al confine delle acque "internazionali" – a 20 miglia dal suolo palestinese – abbiamo visto profilarsi due vedette israeliane che sembravano venire verso di noi, una da destra e
una da sinistra, l’intrepida Huwaida era già pronta col megafono e
tutti noi in attesa (il 28 il ministero della Marina di Tel Aviv aveva
rilasciato una dichiarazione secondo la quale ci avrebbero fermati e
arrestati). Intanto Dignity correva veloce verso la sua meta. Poi non
si è capito bene… andavano avanti e indietro, giravano in su e in
giù… alla fine sono scomparse nel nulla. Vista dall’alto la scena
doveva avere l’aspetto di una danza sui generis. Si erano formati, più
ci inoltravamo, due cerchi attorno a noi: uno esterno, dei sionisti, e
da quel punto sino a riva, uno interno delle navicelle palestinesi.
Così abbiamo attraccato al povero porto di Gaza col nostro corteo di
pescatori e ragazzini in festa, Vittorio Arrigoni, radioso, issato
sull’albero della barca più vicina. Ecco l’elenco dei nuovi venuti:

Denis Healey, capitano, GB
George Klontzas, equipaggio, Grecia
Nikoals Bolos, equipaggio, Irlanda
Derek Graham, equipaggio, Irlanda
Ali Al Jabar, Al Jazeera, Qatar
Ghazi Abourashad, Olanda
Dott. Mohammed Alshubashi, Germania
Huwaida Arraf, avvocato, Usa
Dott. Mustafa Barghouti, Palestina
Audrey Bomse avvocato, Usa
Renee Bowyer, Australia
Caoimhe Butterly, Irlanda
Rod Cox, GB
Joe Fallisi, Italia
Marco Giusti, Italia
Dott. Ibrahim Hamami, GB
Ramzi Kysia, Usa
Alan Lonergan, Irlanda
Mairead Maguire, Irlanda
Lubna Masarwa, Israele
Vilma Mazza, Italia
Theresa McDermott, GB
Amir Siddiq, Al Jazeera, Sudan
Gideon Spiro, Israele
Dott. Jock McDougall, GB

I baci, gli abbracci, la gioia, la commozione sui volti di chi ci
aspettava e di noi stessi, ancora increduli, è stata la miglior cura
dopo le prove del viaggio. Ma subito… eccoci nella Gaza vera, che può
permettersi pochi sorrisi. In questo viaggio la nostra nave ha portato molti più medicinali della volta scorsa e, giustamente, la prima visita è
all’Ospedale Shifa, il più grande, non solo qui, ma di tutta la
Palestina. Husein Ashour, medico che si è laureato in Germania, lo
dirige con la massima competenza e abnegazione. Giriamo insieme con lui
e i suoi collaboratori per i vari reparti ed è come se visitassimo
l’anticamera della morte. Molti dei malati, vecchi e giovani, cui
stringo le mani, se tornassi nei prossimi giorni, non li troverei più.
Il motivo è uno solo: l’assedio e il blocco attuato dall’entità sionista come
punizione collettiva contro la società civile palestinese. Ci sono
dottori bravissimi e persino apparecchiature di prim’ordine (per
esempio un centro diagnostico-terapeutico anti-cancro che non ha
uguali, mi dicono, in tutto il Medio Oriente), ma l’impossibilità di
rifornirsi tanto delle medicine, quanto dei pezzi di ricambio e di
tutto ciò che consente l’uso normale e adeguato dei macchinari rende
questi ultimi inutilizzabili e, ogni giorno che passa, meno verosimili,
quasi spettrali. Vengono visitati a loro volta, di quando in quando, e
sembrano anch’essi malati senza speranza. In qualunque istante può
mancare la corrente elettrica e non è detto che il generatore abbia il
carburante necessario. Così, anche le apparecchiature per la dialisi
che ancora funzionano possono da un momento all’altro fermarsi,
causando guasti irreparabili ai pazienti. Ed è quel che succede spesso,
sempre più spesso. Quanto a lasciar uscire i malati dalla prigione per
andare a curarsi altrove, come si sa, lo sbirro con stella di Davide lo
proibisce tassativamente. Ormai sono quasi 260 i morti a causa di
questi divieti assassini e il numero, così continuando le cose,
aumenterà in modo tragico. Ci ha accolto, dando a ognuno di noi una
kefiah e una medaglia, il premier Ismail Haniyeh, uomo dignitoso, sicuramente non corrotto e amante del suo popolo, definendoci eroi. Ma gli eroi sono loro, i Palestinesi che resistono in tutti i sensi e che tengono la
schiena diritta nelle più tremende avversità. Noi abbiamo solo riaperto
una piccola strada alla speranza.

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