Gerusalemme al centro della lotta palestinese

Di Sarah Colborne

The Guardian. Gerusalemme è una città che incarna il patrimonio di tre religioni: islam, cristianesimo ed ebraismo. Ma ancora oggi, i palestinesi – cristiani e musulmani -  da essa vengono allontanati. Uno degli esempi di pulizia etnica è Silwan, dove mille residenti palestinesi affrontano l’imminente espulsione perché “le loro case devono fare spazio al Parco turistico Re David”.

Di fronte all’urgenza dettata dalla realtà, un’alleanza internazionale si sta facendo promotrice di proteste pacifiste in tutto il mondo per il 30 marzo prossimo, al fine di dire “fermare la pulizia etnica dei palestinesi a Gerusalemme”.

Gerusalemme è il tradizionale centro della vita sociale, religiosa ed economica palestinese. Essa viene progressivamente isolata e sottoposta alle politiche restrittive di Israele. L’organizzazione israeliana per i diritti umani, B’Tselem ha scritto: “Dall’occupazione illegale israeliana di Gerualemme Est del 1967, violazione alla legge internazionale, lo scopo primario per il governo di Israele è sempre stato la creazione di una realtà demografica e geografica tale da impedire qualunque futuro tentativo di sfidare la sua sovranità sulla città”. Circa 200mila coloni israeliani oggi vivono tra insediamenti e quartieri illegali a Geruaalemme Est.

Ma le preoccupazioni intorno a queste politiche non riguardano solo gli attivisti per la Palestina o i gruppi israeliani per i diritti umani. Il rapporto di una missione guida dell’Unione Europea (Ue) aveva evidenziato, un anno fa, la continua espansione delle illegali colonie israeliane, l’espulsione e le demolizioni di case di palestinesi con le restrizioni alle libertà legali e religiose. I palestinesi che per generazioni hanno vissuto a Gerusalemme Est, possono perdere i diritti di residenza se lasciano la città; per essi si crea, cioè, una situazione kafkiana, nella quale il centro delle loro vite non è più Gerusalemme, mentre i cittadini israeliani godono della piena garanzia sui diritti di cittadinanza. Sin dall’occupazione israeliana di Gerusalemme Est, oltre 14mila palestinesi hanno perso i diritti di residenza. I 270mila palestinesi che vi abitano oggi sono alle prese con ordini di demolizioni delle proprie case o la perdita del lavoro, quando non sono costretti ad assistere allo scempio dei coloni israeliani che si impossessano delle loro case. Si stima che 20mila case palestinesi siano state demolite per mezzo di ordini di demolizione.

La IV Convenzione di Ginevra dispone la protezione della popolazione che vive sotto un regime di occupazione. Nonostante ciò, i governi hanno fallito nel fermare le violazioni israeliane alla legge internazionale, la stessa che forma la base dell’azione della società civile internazionale.

La Marcia per Gerusalemme (Global March to Jerusalem) ha messo insieme un’impressionante coalizione di voci e organizzazioni palestinesi, sostenute in decine di paesi nel mondo, che viaggeranno verso Gerusalemme e sulle frontiere per dare vita ad azioni pacifiste o per indire proteste a Londra e in altre città ovunque.

Tra i sostenitori vi sono anche due premi Nobel: l’arcivescovo Desmond Tutu e Mairead Maguire. Altri membri del comitato sono Mustafa Barghouti, il rabbino Lynn Gottlieb, autore e attivista del movimento Rinnovamento Ebraico (Jewish Renewal), e Ronnie Kasrils, leader sudafricano di Liberazione nazionale ed ex ministro.

La lotta per libertà, pace e giustizia per i palestinesi è una questione cruciale per coloro che perseguono l’uguaglianza e i diritti umani. Sono cresciuta nell’era dell’Apartheid in Sudafrica e ho visto il nostro potenziale per vincere l’ingiustizia. Questo è anche il motivo per cui decisi di salire sulla Mavi Marmara nella Flotilla I con a bordo persone da oltre 40 paesi, nel tentativo di rompere l’assedio su Gaza.

La lotta per i diritti dei palestinesi è il nucleo del movimento globale per la giustizia economica e sociale, per la liberazione, l’uguaglianza e contro il razzismo.

La Marcia per Gerusalemme continua questa tradizione, ed è una risposta non-violenta alle violazioni israeliane alla legge internazionale.

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