Gerusalemme è l’ultimo capitolo di un secolo di colonialismo

The Guardian. Di Karma Nabulsi (*). L’intervento di Donald Trump non è una mera aberrazione, è parte della storia di ingiustizie continue in Palestina.

Un secolo fa, l’11 dicembre 1917, l’esercito britannico occupò Gerusalemme. Mentre le truppe del generale Allenby attraversavano Bab al-Khalil, dando inizio a un secolo di insediamenti coloniali in Palestina, il primo ministro David Lloyd George annunciò che la presa della città costituiva «un regalo di Natale per il popolo britannico».
Tra pochi mesi avremo un altro anniversario collegato a questo: i 70 anni dalla Nakba palestinese del 1948, la distruzione catastrofica del sistema di governo palestinese; il violento esproprio che la maggior parte dei suoi abitanti dovette subire, divenendo profughi senza diritti civili; l’occupazione coloniale, l’annessione e il controllo del territorio; l’imposizione della legge marziale su coloro che riuscirono a rimanere.

L’attuale riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele da parte del presidente degli Stati Uniti segna un secolo di eventi simili: dalla dichiarazione Balfour del novembre 1917 al piano di divisione del 1947; dalla Nakba del 1948 alla Naksa del 1967 – con l’annessione di Gerusalemme, l’occupazione del resto della Palestina, ulteriori espulsioni di massa di palestinesi, anche da Gerusalemme est e ovest, e le razzie degli invasori negli antichi quartieri della città.

La dichiarazione di Donald Trump può facilmente essere letta come un ulteriore oltraggio nella sua crescente collezione di politiche distruttive, questa forse ideata per distrarre dai suoi più prosaici problemi personali con la legge. Essa viene vista come l’atto di una superpotenza volatile che cerca senza fortuna di appoggiare conquiste militari illegali e di consolidare «l’acquisizione del territorio con la forza» (pratica proibita e respinta dalle Nazioni Unite e dai principi cardine del diritto internazionale). Ed essa si situa accanto a un lungo elenco di gaffe nazionali e internazionali.
Ad ogni modo, questa analisi mette in ombra ciò che succede quotidianamente in Palestina, e nasconde ciò che sicuramente succederà – a meno che i governi, i parlamenti, le istituzioni, i sindacati e, soprattutto, i cittadini, non si organizzino per resistervi attivamente.

I leader in tutto il mondo sembrano incapaci di definire ciò che sta accadendo in Palestina, e la loro saggezza sulle cause e la natura del conflitto – e la soluzione del consenso che offrono – risulta inutile. Questo secolo difatti, invece, dovrebbe essere visto come un continuum che dà vita a un processo attivo non ancora esauritosi. I palestinesi lo capiscono: noi lo sentiamo in mille modi, quotidianamente. Come appare questa struttura a chi deve resistervi un giorno dopo l’altro?

Il ricercatore scomparso Patrick Wolfe ha tracciato la storia dei progetti coloniali nei diversi continenti, mostrandoci come i fatti palestinesi dell’ultimo secolo sono un’intensificazione del colonialismo degli insediamenti, anziché un punto di partenza. Egli ha poi fissato la doppia natura del colonialismo, definendo il fenomeno – partendo dagli Inca e i Maya fino ai nativi africani, americani e mediorientali – nelle sue dimensioni negative e positive. In senso negativo, il colonialismo si batte per la dissoluzione delle società native; in senso positivo, esso erige una nuova società coloniale sui terreni espropriati: «I coloni vengono per rimanere, l’invasione è una struttura, non un evento».

Dopo l’ingresso dei Britannici a Gerusalemme del 1917, e la dichiarazione della legge marziale, essi trasformarono la Palestina in un’Amministrazione del territorio nemico occupato (Oeta). Dichiarando la legge marziale sulla città, Allenby promise che «ogni edificio sacro, monumento, santuario, sito tradizionale, patrimonio, donazione religiosa o luogo abituale di preghiera di qualsiasi forma delle tre religioni sarà mantenuto e protetto». Ma egli cosa disse del popolo? Allenby divise il paese in quattro distretti: Gerusalemme, Giaffa, Majdal e Beersheba, ciascuno sotto un governatore militare, e il processo coloniale accelerato ebbe inizio.

Al tempo della presa di potere militare la Palestina era per il 90% cristiana e musulmana, e contava il 7-10% di ebrei arabi palestinesi e altri recenti coloni europei. Quando l’esercito britannico lasciò la Palestina il 14 maggio 1948, l’espulsione e la pulizia etnica del popolo palestinese erano già iniziati. Durante il loro governo, durato 30 anni, l’esercito e la polizia britannici attuarono un cambiamento radicale nella popolazione, con l’inserimento di coloni europei, contro il volere espresso dal popolo locale. Essi soppressero inoltre la grande rivolta palestinese del 1936-’39, annientando ogni possibilità di resistenza. 
Quando ogni singolo episodio sarà compreso in quanto parte di una struttura coloniale continua, gli sfratti quotidiani, fino a quel momento invisibili, di palestinesi dalle loro case, assumeranno il loro devastante significato.
Altrettanto invisibile è stata la forza che ha guidato l’espansione degli insediamenti illegali su terreno palestinese. Senza la cornice degli insediamenti coloniali, la nozione del fondatore del sionismo, Theodor Herzl di «far sparire» gli arabi nativi «gradualmente e prudentemente» ha poco senso. A Gerusalemme è così che oggi viene attuata la pulizia etnica. 

La nuova politica Usa su Gerusalemme non riguarda l’occupazione o l’annessione; la supremazia di una religione su un’altra così da poter ristabilire un equilibrio; la soluzione a due stati o il fallimento degli accordi di Oslo; l’insediamento di un’ambasciata o la divisione di Gerusalemme.
Né riguarda la cospirazione da soap opera alla quale i palestinesi sono stati abbandonati, in cui al genero del presidente statunitense, che ha attivamente finanziato il movimento di destra dei coloni in Israele, viene garantito completo potere di creazione di un «processo di pace» assieme a un principe che ha appena arrestato i suoi parenti.

In questa visione miope la cittadina di Abu Dis, fuori Gerusalemme, è proposta quale capitale di un futuro «stato»palestinese frammentato – mai creato in quanto la sua eventuale comparsa sarà completamente dipendente dal permesso di Israele. Ciò viene chiamato, nel linguaggio del «processo di pace», soluzione accordata «dalle parti stesse» tramite un «insediamento negoziato da ambo le parti».


Al colonialismo si accompagna sempre la resistenza anti-coloniale. Contro il progetto in atto di far scomparire il popolo indigeno, prendere la sua terra, disperderlo ed espropriarlo, in modo che non si possa riunire e resistere, gli obiettivi del popolo palestinese sono quelli di tutti i popoli colonizzati della storia. Molto semplicemente, riunirsi per cercare di liberare la loro terra e restituirla al suo popolo, e per ristabilire i diritti umani inalienabili presi con la forza – principi sanciti in secoli di trattati internazionali, atti costitutivi e risoluzioni, e in naturale giustizia.
Gli Usa hanno bloccato per anni i tentativi dei palestinesi di raggiungere quest’unità nazionale, vietando ai partiti palestinesi la possibilità di avere un ruolo legittimo di rappresentanza. Il diritto democratico palestinese di determinare il proprio futuro permetterebbe alla nostra più giovane generazione – dispersa in lungo e in largo, nei campi profughi e nelle carceri in Palestina – di avere un suo ruolo nella battaglia nazionale per la libertà. Gli Stati Uniti assistono il colonizzatore e ci legano le mani.
Le ex potenze europee, compresa la Gran Bretagna, ora dicono di essere consapevoli dei loro legami coloniali, e condannano i secoli di schiavitù e di sfruttamento selvaggio di Africa e Asia. Così, i leader europei dovrebbero innanzi tutto riconoscere l’inesorabile processo che hanno avviato nel nostro paese, e stare dalla nostra parte per aiutarci a sconfiggerlo.

(*) Assistente in Politica alla St. Edmund Hall, e docente all’Università di Oxford.

Traduzione di Stefano Di Felice

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