Gli accordi di Israele per il “trasferimento” dei Palestinesi sono soltanto una pulizia etnica malamente camuffata

MEMO. Pare che Israele non sia ancora soddisfatta dopo aver allontanato 750.000 Palestinesi dalle loro case e terre nel 1948, ed altri 400.000 nel 1967; né dopo aver commesso innumerevoli massacri di civili palestinesi. Infatti, sta lavorando per espellere ancora altri Palestinesi con l’obiettivo di svuotare i terreni dai suoi abitanti indigeni, pur sapendo da tempo che la Palestina non è mai stata “una terra senza un popolo per un popolo senza terra” come vorrebbe farci credere la propaganda sionista.

 Non sorprende, quindi, venire a conoscere che il governo di Golda Meir (1898-1978) abbia cercato di “incoraggiare” 60.000 Palestinesi della Striscia di Gaza a migrare in Paraguay, in Sudamerica, con incentivi che sarebbero costati milioni di dollari allo stato occupante. Secondo documenti segreti risalenti al 1969, diffusi recentemente dall’emittente pubblica israeliana KAN, che forniscono i dettagli del piano.

Si tratta di una coincidenza che questi documenti siano stati pubblicati proprio ora, sulla scia dell'”accordo del secolo” e della crescente normalizzazione araba con lo stato dell’occupazione? Inoltre, perché proprio il Paraguay?

Dopo 53 anni e con il senno di poi, possiamo dire che il fatto che il piano sia stato interrotto non significa che sia fuori dal tavolo definitivamente. Israele ha sempre cercato “patrie alternative” per i Palestinesi in modo che l’occupazione possa essere completata con quanta più Palestina e meno Palestinesi possibili che vi abitano.

La possibilità di “trasferire” i Palestinesi verso l’America Latina è un po’ un tema ricorrente. A parte il Paraguay, Israele ha compiuto molti tentativi cercando di incoraggiare i Palestinesi ad emigrare in Brasile ed in altri paesi latino-americani. Nel 2017, Israele ha rivelato le proposte discusse dai ministri dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967 che riguardavano i verbali delle riunioni del gabinetto di sicurezza tenute tra l’agosto e il dicembre 1967. Il primo ministro Levi Eshkol aveva avanzato ipotesi su come affrontare le centinaia di migliaia di Palestinesi che si venivano ora a trovare sotto controllo israeliano. “Se dipendesse da noi”, disse Eshkol, “manderemmo tutti gli arabi in Brasile”.

A quell’epoca Israele stava impegnandosi per rendere più facile l’emigrazione dei Palestinesi, non da ultimo attraverso missioni di lavoro organizzate. Un profugo palestinese che si trova in Brasile da più di 53 anni mi ha confermato che suo padre si è recato lì come parte di una missione di lavoro agricolo con l’aiuto del governo giordano.

Perché l’America Latina? Secondo l’esperto di politica israeliana Adnan Abu Amer, la regione ha dimensioni politiche e geografiche che la rendono attraente per gli Israeliani. “I paesi latino-americani sono molto lontani dal luogo del conflitto fisico, rendendo più difficile per i Palestinesi tornare nelle loro terre”, ha spiegato. “Questo aiuterà a voltare pagina su tutta la questione dei rifugiati palestinesi e del diritto al ritorno”. Inoltre, i rifugiati palestinesi sono divenuti automaticamente cittadini locali, nonostante le differenze di lingua e tradizioni tra Palestina e paesi dell’America Latina.

Nel maggio del 1969, quindi, i Ministri israeliani avevano discusso il piano segreto concordato tra il capo dell’agenzia di spionaggio israeliana Mossad, Zvi Zamir, ed il presidente del Paraguay Alfredo Stroessner. Le autorità paraguaiane avevano acconsentito ad accogliere 60.000 Palestinesi, circa il 10 percento di tutta la popolazione della Striscia di Gaza a quell’epoca.

 “Il governo paraguaiano era una dittatura e promuoveva l’immigrazione”, ha sottolineato Susan Mangana dell’Università Cattolica del Paraguay. “Il Paraguay è situato tra due enormi aree regionali – Argentina e Brasile – e la società paraguaiana ha una grande percentuale di indigeni, i Guaranì, così come dei discendenti dei coloni europei. Quindi è un paese abituato agli immigrati”. Inoltre, ha osservato il ricercatore in studi internazionali, il Paraguay è ben noto anche oggi per la sua corruzione ed i suoi confini colabrodo.

Secondo il piano israeliano del 1969, le spese di viaggio sostenute dai Palestinesi che si fossero trasferiti in Paraguay sarebbero state coperte e ogni persona avrebbe ricevuto 100$. Il governo di Asunción avrebbe ricevuto 33$ per ogni immigrato e una somma forfettaria iniziale di 350.000$. Il totale che Israele era pronto a pagare era quindi di 20-30 milioni di dollari.

“Presumibilmente Israele conosceva l’entusiasmo dei paraguaiani nel poter fare un sacco di soldi firmando questo tipo di accordo e quindi aveva sfruttato la situazione a proprio vantaggio”, ha detto Mangana. Il piano, però, fu un fallimento; solo 30 Palestinesi si trasferirono in Paraguay. Nel 1970, due di loro spararono e uccisero Edna Peer, una segretaria presso l’ambasciata israeliana nel paese. L’attacco mise bruscamente fine al piano israeliano.

Abu Amer ritiene che potrebbe esserci il desiderio, da parte degli israeliani, di riportare in vita tali proposte, anche soltanto spostando i Palestinesi nei paesi arabi vicini, e poi da lì altrove. “Sarebbero apportate modifiche adeguate al piano per soddisfare le attuali circostanze, come la normalizzazione araba”, ha detto, “ma il risultato finale, dal punto di vista di Israele, sarebbe lo stesso: il ‘trasferimento’ di decine di migliaia di Palestinesi”.

Susan Mangana pensa che oggi sarebbe impossibile riprendere in considerazione i paesi latino-americani. “Oggi non credo sarebbe attuabile un tale piano poiché le notizie viaggiano veloci e, anche se i paraguaiani potrebbero non essere troppo attivi quando si tratta di intervenire a favore della causa palestinese, dato che molte persone hanno comunque accesso alla realtà della situazione, sono più preparati a reagire nel caso in cui il loro governo cerchi di firmare un simile accordo con Israele”.

Come accadde 53 anni fa, quando solo 30 dei 60.000 Palestinesi a cui venne fatta la proposta abboccarono all’amo e si trasferirono in Paraguay, il popolo palestinese oggi rimane determinato a restare sulla sua terra e i rifugiati rimangono determinati ad esercitare il loro legittimo diritto al ritorno. Gli accordi di Israele per “trasferire” i Palestinesi sono semplicemente una pulizia etnica camuffata della popolazione indigena dalla loro patria. Se la parola giustizia dovesse ancora significare qualcosa nel mondo moderno, allora l’opinione globale semplicemente non permetterà che la Nakba del 1948 (Catastrofe) e la Naksa del 1967 (Battuta d’arresto) si possano ripetere.

 Traduzione per InfoPal di Aisha Tiziana Bravi

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