Hajja Fatima racconta i ricordi e i momenti dolorosi della Nakba

-1863436247Jenin – PIC. Sulla soglia di casa sua, in una stradina del campo profughi palestinese di Jenin, nel nord della Cisgiordania, l’ottantenne hajja Fahima Khalil Mostaf an-Nasri, circondata da vicini, nipoti e bambini del quartiere, racconta le quattro guerre che hanno colpito la Palestina, cominciando con quella della Nakba (la tragedia del 1948) e terminando con quella del campo di Jenin nel 2002.

Hadja Fahima aveva partorito il suo bambino Abdu al-Jabbar solamente tre giorni prima della Nakba, prima che il gruppo di terroristi sionista di Haganah attaccasse il villaggio di Zar’in. “Quando il mio bambino piangeva mio marito mi chiedeva di zittirlo per non farci sentire dai banditi. Tutti noi abitanti del villaggio fummo costretti a trascorrere un’intera notte nella moschea di Zar’in”, racconta l’ottuagenaria.

Fahima racconta al corrispondente di PIC come tutto sia ancora vivo in lei: il frastuono degli aerei, dei proiettili, dei missili, delle granate tirate con estrema intensità sugli abitanti del villaggio, sul cammino dell’esilio. Dopo molte ore avevano infine raggiunto il villaggio di Barqin nel quale sono rimasti per quattro giorni prima di disperdersi.

La sua famiglia si trasferiva da una località all’altra, spesso senza nemmeno una coperta, fino all’arrivo nel campo di Jenin, installato dall’UNRWA, dove ha avuto la sua abitazione.

Hajja Fahima si ricorda di suo marito Mostafa Abdu Al-Jabbar che ha perso tre giorni dopo la Nakba. Non fu l’unico: diverse famiglie palestinesi persero molti giovani.

Dieci anni dopo si venne a sapere che le forze d’occupazione sioniste li avevano condannati a morte nella vicina città di Nassira (Nazareth), senza nemmeno consegnare i corpi alle loro famiglie. 

La partenza di suo padre

Hajja Fahima non dimentica suo padre Khalil al-Ali che lottava contro l’occupazione britannica e che fu arrestato e assassinato. 

L’indimenticabile villaggio di Zar’in

L’ottantenne hajja Fahima ci racconta il periodo pre-Nakba. Gli abitanti del villaggio di Zar’in lavoravano nelle loro terre e piantavano il sesamo, il grano, l’orzo e la veccia. L’allevamento di montoni e mucche costituiva una delle loro risorse vitali.

Sessantanove anni dopo la Nakba la signora Fahima sopravvive con la figlia Amer. La vecchiaia, i problemi alle articolazioni e soprattutto la lontananza dalla patria la fanno soffrire.

Lontana dal suo villaggio d’origine sospira ed esprime il suo desiderio di ritornare nella casa dove è nata, nella sua terra, nel suo villaggio di Zar’in che considera il più bello. Secondo lei nessun villaggio potrà mai competere con Zar’in.

Traduzione di Giulia Cazzola

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