I checkpoint israeliani nei Territori Occupati.

I checkpoint israeliani nei Territori Occupati
MIFTAH, 28 Luglio 2007

Secondo un documento rilasciato dalla Banca Mondiale recentemente su "Restrizioni di accesso e movimento nella West Bank", l’ufficio ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari nei Territori occupati (OCHA) ha riferito che il numero degli impedimenti fisici nella West Bank è aumentato del 44% fino a raggiungere il numero di 450 nell’anno che è seguito agli Accordi sul Movimento e l’Accesso del Novembre 2005. A Marzo 2007, quel numero era ancora aumentato a 546.

Nei termini dell’Accordo sul Movimento e l’Accesso, Israele deve "faciliare il movimento della gente e delle merci all’interno della West Bank e minimizzare gli ostacoli alla vita dei Palestinesi". Questo è un dovere di Israele in quanto forza occupante. Comunque, questi checkpoint ci sono ancora, eccessivi, ingombranti ed onnipresenti, rendendo la vita estremamente difficoltosa per i residenti della West Bank

Cosa sono?

Questi "impedimenti fisici" sono stati operativi dalla vittoria di Israele sulle forze combinate arabe nel 1967. I checkpoint dovrebbero proteggere Israele, comunque, non sono solo stazionati sulla frontiera tra Israele e la West Bank, dato che la maggior parte di essi operano e sono sparsi per tutta la West Bank, separando le comunità palestinesi, e rendendo l’accesso a città e villaggi nella West Bank quasi inaccessibile.

I checkpoint (hawajez) non sono tutte postazioni militari permanenti gestite da soldati israeliani. Dei 528 checkpoint registrati nel Settembre 2006, 83 avevano personale armato israeliano, mentre 445 erano semplici posti di blocco per impedire il transito, consistenti in transenne di metallo, mucchi di terra o barricate di cemento. Ci sono anche "checkpoint volanti", che sono barriere temporanee erette a discrezione degli ufficiali israeliani al comando.

Il rapporto della Banca Mondiale stima che "i Palestinesi sono confinati in 41 sezioni di strade nella West Bank che coprono approssimativamente una lunghezza di 700 km".

Il processo

Quando i Palestinesi viaggiano per lavoro devono prendere in conto il tempo che ci vuole a passare attraverso i checkpoint. Il giornalista della Reuters, Mohammed Assadi, afferma che un viaggio di 60 miglia da Jenin, nel nord della West Bank, fino a Ramallah, può ora prendere anche cinque ore e deve passare per almeno quattro checkpoint.

Guidare attraverso i checkpoint senza una targa d’auto israeliana può diventare un gioco d’azzardo dato che può prendere una enorme quantità di tempo prima che il controllo dei documenti e la perquisizione del veicolo venga completata, col risultato solito di lunghe file. Pertanto la maggior parte dei Palestinesi scelgono di prendere un autobus per il checkpoint, attraversarlo a piedi e quindi prendere un altro autobus dall’altra parte.

Dato che i checkpoint sono diventati qualcosa di inevitabile e una routine nel tessuto della vita palestinese, forniscono ai venditori palestinesi delle posizioni che garantiscono che le loro merci verranno esposte alla vita di un’alta concentrazione di consumatori palestinesi. Migliaia di pendolari palestinesi sono costretti a fare un tragitto segnato dai checkpoint, e ciò apre un nuovo mercato per questi venditori. Qualsiasi cosa viene venduta su queste bancarelle, dalla frutta alla verdura, alle scarpe, ai giocattoli, alle bevande, e persino agli uccelli canterini.

La parte per i pedoni del checkpoint ha una copertura contro il sole ed offre qualche sollievo al pendolare palestinese, e questa è una buona cosa dato che non si sa quanto il pendolare dovrà attendere. I Palestinesi aspettano in fila fino a che vedono una luce verde, che dà loro il permesso di passare attraverso una porta girevole fino ad un metal detector. Una volta che sono passati attraverso il metal detector, devono rispondere ad alcune domande e presentare le loro specifiche carte di Identità (giordane, della West Bank, di Gerusalemme, un permesso di lavoro israeliano, o il passaporto [per gli stranieri]). Se i documenti di qualcuno non vengono giudicati sufficienti per i requisiti del loro viaggio, vengono scortati da un soldato israeliano fuori dal checkpoint.

In un checkpoint di importanza strategica, come Qalandia, che divide Ramallah da Gerusalemme Est, ci saranno fino a 26 soldati in servizio. Venti sono soldati al monitor che controllano il checkpoint mentre altri sei sono di leva.

Il quarto di milione di coloni della West Bank non devono passare attraverso i checkpoint. A essi viene consegnato un permesso stradale, esclusivo per loro, che collega la West Bank agli insediamenti in Israele.

Incidenti ai checkpoint

I checkpoint sparsi per tutta la West Bank influiscono negativamente sui Palestinesi e sul loro modo di vivere in diverse maniere. L’economia ne sta soffrendo, l’istruzione è in un pericoloso stato di declino, e le famiglie sono divise, ma questi problemi sono per il momento superati dalle lamentele assai più gravi sulle grandi ingiustizie ai checkpoint, cioè le violazioni dei diritti umani.

  • Human Rights Watch riferisce che nel Settembre 2000, tre lavoranti palestinesi hanno avuto bisogno di ricovero in ospedale dopo essere stati picchiati da soldati israeliani, secondo Ha’aretz. In risposta a questo evento, il soldato israeliano ha commentato, "non abbiamo fatto niente di speciale, tutti lo fanno".
  • Un padre palestinese è stato ammanettato e picchiato al checpoint di Hawara vicino a Nablus da un soldato israeliano mentre suo figlio si attaccava alle vesti del padre. Una coperta fu posta sulla testa del padre così che le sue grida non venissero sentite. Il sergente israeliano, a quanto si riferisce, avrebbe detto che l’uomo era stato picchiato così "capisce che nessuno si prende gioco di noi".
  • Prima del ritiro di Israele da Gaza nel 2005, una donna soldato israeliana ha costretto un palestinese a bere una bottiglia di detersivo sotto la minaccia delle armi.
  • Secondo il Centro Internazionale per i Media del Medio Oriente ci sono esempi di perquisizioni a nudo eseguite su donne e giovani ragazze.
  • B’Tselem, un’organizzazione israeliana sui diritti umani, ha riferito che solo dall’esplosione della seconda Intifada nel 2000, 38 persone sono morte come risultato dell’essere state fermate o ritardate ai checkpoint mentre venivano condotte in ospedale.
  • Palestine Monitor rivela che ci sono state 116 morti in totale come risultato di gente che, avendo bisogno di cure mediche, viene trattenuta o ritardata ai Checkpoint. Trentuno di queste morti risultano per donne incinte.
  • Lo stesso rapporto descrive come 19 donne e 29 neonati sono morti ai checkpoint tra il Settembre 2000 e il Docembre 2002.

Questa sorta di inumano trattamento della popolazione occupata è la completa antitesi di come una potenza occupante dovrebbe agire verso le persone sotto occupazione.

(Fonte: http://www.miftah.org/Display.cfm?DocId=14429&CategoryId=4) 

  • L’Articolo II del Codice di Condotta delle Nazioni Unite per gli ufficiali addetti a far ripettare la legge sottolinea che essi "rispettino e proteggano la dignità umana, mantengano e difendano i diritti umani di tutte le persone".
  • L’Articolo 55 della IV Convenzione di Ginevra: "Assicurare il cibo e le forniture mediche alla popolazione occupata".

Effetti sulle infrastrutture economiche e sociali palestinesi
 
I checkpoint hanno anche un effetto nefasto sull’economia, l’istruzione, le relazioni familiari e la salute generale della gente circondata da essi. Per via degli "alti livelli di all’erta" dalle fonti dell’intelligence israeliana, certi checkpoint vengono chiusi all’improvviso. B’Tselem ha riferito che nel 2006, ci sono stato 78 giorni di chiusura dei checkpoint. Circa 150.000 lavoratori entro i Territori Occupati erano impossibilitati ad andare al lavoro come risultato di queste chiusure. Anche a causa delle chiusure e dell’intensificazione dei controlli di sicurezza, pochi camion per le importazioni e le esportazioni da e per i Territori Occupati sono ammessi a passare e questi vengono controllati a fondo. Tutti i veicoli pubblici e commerciali richiedono permessi separati, e a un certo conducente il permesso può essere dato o no. In aggiunta, rapporti frequenti dall’Ufficio Statistico Palestinese rinforzano l’evidenza del declino e del deterioramento dell’economia palestinese. Il rapporto si focalizza sui proprietari e i manager dentro i Territori Occupati, ed analizza anche la produttività degli impiegati, l’acquisizione di risorse e problemi connessi al trasporto delle merci. Tutte aree per cui il rapporto mostra tendenze al ribasso.
I checkpoint non solo aumentano il tempo necessario perché i bambini arrivino a scuola ma li scoraggiano anche ad andare a scuola. Palestine Monitor riferisce che i bambini sono vittime di insulti, percosse e disprezzo da parte dei soldati israeliani. Come risultato di questa intimidazione sempre più bambini abbandonano la scuola o rimandano il completamento della loro istruzione.
Questi impedimenti fisici agiscono anche come strumenti piuttosto efficaci per impedire che i membri di una famiglia possano vedersi. Non c’è possibilità di transito tra West Bank e Striscia di Gaza. Se un individuo ha un documento di identità della West Bank, quell’individuo non sarà ammesso a Gerusalemme, e di conseguenza in Israele. I soldati israeliani si riservano anche il diritto di rifiutare l’accesso agli individui che essi non credono posseggano la giusta documentazione per entrare in certe città della West Bank. In alcuni checkpoint nella West Bank, bisogna avere una certa età per poter passare.
 
I checkpoint servono anche ad assicurare che questo elaborato sistema di uscite e rientri sia implementanto con la massima affidabilità ed efficienza.
Palestine Monitor riferisce che data l’emergenza dei checkpoint e la loro ben nota difficoltà di attraversamento per ottenere cure mediche, i Palestinesi ora ricevono in media pochi controlli, vaccinazioni, ed assistenza pre-natale, con il 14% delle donne in attesa che preferiscono partorire a casa (prima erano l’8,2%) piuttosto che rischiare di danneggiare sé stesse e i loro bambini cercando di passare attraverso i checkpoint, che possono causare sia aborti che la morte. Ora solo l’82,4% contro il 95,6% di prima ricevono assistenza post-natale.
Costi operativi
 
Questi strumenti altamente invasivi ed elaborati per controllare le abitudini di viaggio dei Palestinesi, distribuiti a centinaia per tutta la West Bank, hanno ovviamente i loro costi. L’efficienza di questi grandi ostacoli ha comunque un prezzo, ma dato che gli Israeliani credono che i checkpoint sono parte integrante della sicurezza del loro stato, sono pronti a non badare a spese nel farli operare in modo anche più affidabile e ad un livello ancora alto di controllo totale. Israele è più preoccupato a spendere denaro, tempo e risorse difendendo il loro quarto di milione di coloni nella West bank e i loro soldati in questi checkpoint, che a evacuarli progressivamente verso una funzionale soluzione a due stati. A dispetto delle promesse retoriche nella stampa, stanno piuttosto ulteriormente consolidando la posizione che iniziando movimenti di ritiro.
 
Il Presidente Bush crede evidentemente alla sua affermazione secondo cui "Israele ha diritto a difendere se stesso", dato che li sostiene. Israele è una voce prevista nel bilancio USA, che gli assegna circa tre miliardi di dollari l’anno in trasferimenti e prestiti. Israele, più di un anno fa, chiese ulteriori 450 milioni (circa il doppio di quello che gli USA hanno chiesto all’Autorità Palestinese per migliorare le sue infrestrutture, i servizi di sicurezza e l’aiuto umanitario tutto insieme) . Il denaro era per "migliorare" l’efficacia dei checkpoint attraverso l’installazione di tecnologici scanner a raggi x e speciali congegni per rilevare esplosivi. L’organizzazione israeliana Peace Now ha chiesto che il denaro americano sia chiesto solo per le postazioni sulla Green Line, dato che fornire questi sistemi oltre la barriera di separazione violerebbe la politica USA che si "oppone a spendere dollari a sostegno dell’attività di insediamento di Israele e della perpetuazione dell’occupazione di Israele nella West Bank".
All’inizio di quest’anno la Banca Mondiale stava contemplando di aiutare l’ammodernamento dei checkpoint israeliani. Sebbene la Banca Mondiale non può aiutare Israele per via del suo reddito pro-capite, sta comunque cercando di essere coninvolta nello sforzo di rendere più efficienti i checkpoint pe
r far si che i Palestinesi possano andare al lavoro e pertanto aiutare la loro economia.

Ci sono state persino voci che il mantenimento dei checkpoint dovrebbe ricadere sui Palestinesi, dato che essi esistono per il loro bene.
 
Diritto internazionale e diritti umani
 
L’articolo 33 della IV Convenzione di Ginevra dice che "un governo occupante non può usare la punizione collettiva o l’intimidazione contro la popolazione occupata".
 
In base ai diritti umani il governo occupante deve assicurare la libertà di movimento, un adeguato standard di vita e una vità per quanto possibile normale, per la popolazione.
In base al diritto internazionale l’occupazione della Palestina è illegale, come lo è stabilimento di insediamenti sul territorio occupato.
In completo contrasto con ciò Human Rights Watch nel 2005 ha dichiarato che i checkpoint costituivano un "sistema di punizione collettiva, anche in diretta violazione degli obblighi di Israele, in quanto potenza occupante, a garantire il benessere della popolazione sotto controllo". Palestine Monitor vede il sistema dei checkpoint come uno strumento per "giudaizzare e rendere irreversibile l’occupazione da parte di Israele" come anche per umiliare i Palestinesi con checkpoint che agiscono per ricordare costantemente l’occupazione.
 
 
Fonti:
 
World Bank paper on ‘Movement and Access Restrictions in the West Bank’, May 2007
International Crisis Group
Human Rights Watch
Relief Watch
www.righttoenter.ps
Reuters
Peace Now
Palestinian Bureau of Statistics
Palestine Monitor
IPCRI (Israeli / Palestine Center for Research and Information). 

Tradotto dall’inglese da Gianluca Bifolchi, un membro di  Tlaxcala  (www.tlaxcala.es), la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft per ogni uso non-commerciale : è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l’integrità e di menzionarne l’autore e la fonte.

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