I medici di Gaza hanno bisogno di miracoli per restare vivi

Gaza-Imemc. Nessuno a Gaza è esente dal poter divenire un obiettivo israeliano. Qui la fortuna è l’unica possibilità che può salvare qualcuno dall’essere ucciso. Il dottor Muhammad al-Judaili non ha avuto questa fortuna. Il 3 maggio stava prestando servizio durante la Grande Marcia del Ritorno – la protesta settimanale con la quale si chiede che i diritti dei rifugiati palestinesi vengano rispettati appieno. Si trovava accanto ad un’ambulanza parcheggiata a circa 100 metri dalla recinzione che separa Gaza da Israele quando ha visto che un bambino era stato colpito ad un braccio.

Muhammad si è precipitato verso il bambino con l’intenzione di fornirgli i primi soccorsi. Prima di riuscire a farlo, anche Muhammad è caduto a terra. Un cecchino israeliano lo aveva colpito al naso con un proiettile d’acciaio rivestito di gomma.

E’ stato quindi portato all’ospedale al-Quds nel sud di Gaza, dove aveva egli stesso lavorato in precedenza. Dopo tre settimane era stato dimesso in modo che potesse celebrare l’Eid con la sua famiglia nel campo rifugiati di al-Bureij.

Mentre si trovava nella sua abitazione, Muhammad ha perso conoscenza. E’ stato riportato in ospedale, dove il suo cuore ha smesso di battere per qualche minuto. Nonostante i medici siano riusciti a riattivarl0, è rimasto in coma. Il team di medici che lo seguiva era preoccupato che il suo cervello potesse essere rimasto danneggiato a causa della ferita che aveva riportato.

Il 4 giugno Muhammad è stato trasferito all’ospedale al-Ahli di Hebron, città della Cisgiordania. Sei giorni dopo è morto. Aveva 36 anni.

“Non mi sarei mai aspettata di restare vedova e di dover far crescere da sola quattro bambini”, ha dichiarato sua moglie Muna Shurrab. “Muhammad aveva un grande cuore e ci amava tutti”.

Adel, il figlio di Muhammad che ha 10 anni, ha raccontato di quando erano andati a fare spese insieme durante l’Eid.

“Eravamo molto felici”, ha detto Adel. “Pensavamo di essere tornati alla nostra vita normale di prima”.

“Dovere”.

Muhammad è stato il quarto medico di Gaza ad essere ucciso da quando è iniziata l’anno scorso la Grande Marcia del Ritorno.

Un’altra uccisione come questa – quella dell’infermiera Razan al-Najjar – aveva ricevuto una discreta copertura nei media internazionali.

Di solito la violenza inflitta da Israele ai medici è stata generalmente accolta con indifferenza dai governi occidentali.

Il ministero della Sanità di Gaza sostiene che l’uccisione di medici è intenzionale. Il portavoce del ministero, Ashraf al-Qidra, ha detto che Israele ha deliberatamente mirato alle vittime “direttamente alla testa o al petto”.

Ahmad Abu Foul ha assistito personalmente all’uccisione del suo collega Muhammad al-Judaili. I due avevano lavorato insieme in varie occasioni.

Quando Abu Foul rimase ferito durante l’operazione israeliana Piombo Fuso – un’aggressione devastante avvenuta tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009 – era stato Muhammad che gli aveva fornito i primi soccorsi.

Abu Foul stesso è stato ferito quattro volte da quando la Grande Marcia del Ritorno è iniziata lo scorso anno. Una settimana prima che Muhammad venisse ferito mortalmente, Abu Foul era stato colpito ad una gamba.

Nonostante tutti i pericoli che incontra, Abu Foul ha promesso che continuerà il suo lavoro. “E’ un dovere”, ha affermato. “Non merito di essere ucciso per quello che faccio”.

Egli ha fatto anche parte di una squadra medica che è stata colpita con un missile lanciato da un drone israeliano durante l’aggressione di Israele contro Gaza di cinque anni fa, durata 51 giorni. “E’ un miracolo se siamo sopravvissuti”, ha detto.

Coraggio.

Ali Saqir, negoziante, era un vicino di casa ed amico stretto di Muhammad al-Judaili. Ha ricordato il coraggio di Muhammad durante l’attacco israeliano del 2014.

Quando il campo di al-Bureij è stato attaccato, Saqir ha chiamato Muhammad perché lo aiutasse ad evacuare gli abitanti. Nonostante in quel momento Muhammad stesse lavorando in un’altra zona di Gaza e nonostante gli spostamenti lungo le strade fossero estremamente pericolosi, ha insistito per portare un’ambulanza ad al-Bureij in modo da poter aiutare i suoi vicini. 

Un altro giorno, sempre durante l’aggressione del 2014, Muhammad stava lavorando nella zona di Beit Hanoun, nel nord di Gaza. Israele aveva distrutto abitazioni nella zona e molte delle persone sfollate si erano raccolte disperate attorno ad un’ambulanza. 

Le forze israeliane ordinarono alle persone di allontanarsi dall’ambulanza. Ma Muhammad disobbedì e se ne andò in fretta, con l’ambulanza piena di gente. 

Mentre l’ambulanza se ne stava andando, le forze israeliane spararono un missile nella sua direzione. “Fortunatamente Muhammad riuscì ad evitarlo e a sopravvivere, assieme ai suoi passeggeri”, ha raccontato Saqir. 

“La prima volta che mi sono sentito impotente”.

Ai medici di Gaza il quinto anniversario dell’aggressione del 2014 riporta alla mente ricordi dolorosi.

In totale, 23 operatori sanitari palestinesi furono uccisi durante quell’offensiva, 16 dei quali mentre stavano compiendo il loro dovere. I medici sopravvissuti hanno, in molti casi, dovuto affrontare faticosamente i loro lutti.

Basem al-Batsh lavora per il dipartimento della protezione civile di Gaza. Nella tarda serata del 29 luglio 2014 ricevette una telefonata nella quale lo avvisavano che Israele stava bombardando il campo rifugiati di Jabaliya, il luogo dove egli viveva.

Basem partì quindi verso casa sua. Quando arrivò all’ingresso del suo quartiere, era impossibile continuare oltre.

Israele stava lanciando missili contro “qualsiasi cosa si muovesse”, racconta. “Vedevo la mia famiglia correre lungo le strade, fuggendo da casa”.

La famiglia allargata di al-Batsh viveva in un edificio a più piani. Mentre cercavano di fuggire, le forze israeliane li avevano attaccati.

Cinque componenti della famiglia furono uccisi. Tra loro vi era la madre di Basem, Halima. “Ho visto mia madre morire”, racconta. “In quel momento Israele ha ucciso anche me”.

Una volta sentitosi abbastanza al sicuro per potersi muovere, Basem prese il corpo di sua madre e lo caricò sull’ambulanza.

“Mi sono seduto nel sedile davanti e non riuscivo a guardare dietro verso il corpo di mia madre”, dice. “Era la prima volta che mi sono sentito impotente. Sono un paramedico ed un uomo della protezione civile che non è riuscito a salvare la vita di sua madre”.

Traduzione per InfoPal di Aisha T. Bravi

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