I palestinesi d’Europa e il discorso di Netanyahu.


Londra – Palestinian Return Centre.

In un discorso chiave giunto in coda alle pressioni Usa a favore della pace in Medio Oriente, il diritto al ritorno, pilastro fondamentale per una pacificazione duratura del conflitto israelo-palestinese, viene gravemente minacciato dalla visione di un eventuale stato palestinese fornita dal primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu.

Accompagnate dalla sua prima storica accettazione dell’idea di uno stato indipendente palestinese, le sue aperture alla pace, accolte con calore dagli Stati Uniti, comportano numerose condizioni per la parte palestinese, e nessuna sostanziale concessione dalla parte israeliana.

Il “diritto al ritorno”, che Netanyahu ha molto agevolmente omesso dal proprio discorso, è per i profughi palestinesi un pilastro centrale per qualsiasi pace duratura, riconosciuta anche da diverse risoluzioni Onu e dalla legge internazionale. “Questi sono i diritti fondamentali dei palestinesi, sorretti dalla forza della comunità internazionale – ha dichiarato Majed Al Zeer, direttore del Centro palestinese per il diritto al ritorno -, e qualunque iniziativa esuli da questa formula fallirà miseramente”.

L’idea di stato palestinese enunciata dal primo ministro israeliano è un affronto per l’unica soluzione di pace applicabile. Il suo discorso rifiuta la pace con i palestinesi nello stesso momento in cui rifiuta il diritto al ritorno dei profughi, scampati alla brutalità israeliana o scacciati dalle loro case durante la guerra del 1948.

La definizione base del diritto al ritorno è inclusa nell’articolo 13 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che stabilisce che “chiunque ha il diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di farvi ritorno”.

Lo stesso concetto è contenuto in numerosi articoli e provvedimenti racchiusi nella Convenzione di Ginevra.

L’auto-determinazione palestinese e il diritto al ritorno sono entrambi diritti inviolabili, e l’uno non può essere concesso in cambio dell’altro. L’affettato riallineamento della politica di Netanyahu è una cortina di fumo che continua a negare i diritti dei palestinesi e a mantenere lo status quo, ma il diritto al ritorno è da considerarsi non-negoziabile, così come il diritto all’auto-determinazione palestinese.

“Risulta ovvio a qualsiasi serio osservatore che al centro delle richieste di Netanyahu vi è il rigetto del diritto al ritorno – ha sottolineato Al Zeer -. Ai palestinesi viene continuamente detto di abbandonare qualsiasi precondizione per la pace, ma Israele non cessa mai di stabilire ogni genere d’irragionevole precondizione a spese del popolo palestinese”.

Il fatto che il discorso di Netanyahu non sia in realtà indice di alcuna grande svolta nella politica israeliana si deduce dall’insistenza del primo ministro sulla necessità che i palestinesi “riconoscano Israele come uno stato per il popolo ebraico”. La prospettiva di pace rinvenibile tra le righe di una tale retorica è estremamente cupa, poiché s’insiste nel definire lo stato d’Israele su basi etniche, piuttosto che come uno stato democratico per tutti i suoi cittadini. In questo modo, non solo viene respinto il diritto di 4,7 milioni di rifugiati a ritornare nelle case dei loro antenati, ma viene anche minacciata la futura sicurezza dei 2 milioni di palestinesi che già vivono in Israele, oppressi da una serie di leggi discriminatorie.     

Israele sembrerebbe non aver ancora assunto un atteggiamento serio nei confronti della riconciliazione con i palestinesi: se lo facesse, non avanzerebbe richieste tanto irragionevoli. Il popolo palestinese soffre in maniera inimmaginabile da ben oltre sessant’anni, e il suo sogno di auto-governarsi in modo significativo viene defraudato per colpa delle aspirazioni idealistiche d’Israele, mentre la nozione di stato palestinese, nella mente di Netanyahu, è ridotta a nient’altro che un piccolo gruppo di cantoni. In aggiunta a una tale tragedia, lo stesso Netanyahu chiede ai palestinesi di fare ulteriori sacrifici rinunciando al loro diritto al ritorno, quando questo stesso diritto ha ormai raggiunto un’importanza sacrosanta nelle leggi internazionali.

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