Ijnisinya: natura pitturesca e storia antica

Nablus – PIC. Durante l’anno, tra verdi vallate e pendii, la città di Ijnisinya, a nord-ovest di Nablus, gode di favorevoli condizioni meteo. Il suo territorio raccoglie un’affascinante eredità e storia, circondata dalle città vecchie di Sebastia, Nus Ajbil, Bit Amrin e Naqoura. È a 10 minuti di distanza dal centro di Nablus e solo a qualche minuto dal villaggio di Asira al-Shamaliya.
 
Secondo il sindaco del paese, Mahmoud Asaad, la popolazione di Ijnisinya era di 800 persone alla fine dello scorso anno, e il villaggio è rinomato per la coltivazione delle olive e delle mandorle. Il villaggio ospita reperti archeologici molto antichi, come la vecchia moneta conosciuta come Dharkma. Vi è situata una montagna chiamata Salaa’ ed un’altra chiamata al-Sheikh Shala’.
 
Asaad puntualizza che il villaggio ha un’unica scuola mista per allievi dell’ottavo livello, che accoglie 130 studenti. Essi completano i loro studi nell’adiacente città di Sebastia, dopo aver frequentato questa scuola.
 
Un luogo storico.
 
Il nome Ijnisinya, secondo uno dei più importanti ricercatori, lo storico Basil Kiwan, deriva da una parola aramaica che indica le persone dello stesso gruppo, non estranee a questa regione. Si dice che la parola significhi anche lampone, a rappresentare la fertilità del villaggio.
 
Un’altra leggenda narra che il nome significa “giardino delle donne”, perché ha molte sorgenti acquifere. La regina Elena era solita arrivare da Sebastia con le sue ancelle per immergersi dentro queste sorgenti. La parola paradiso è dovuta all’abbondanza di alberi di mandorlo, ulivi e abbondanti sorgenti.
 
Le rovine del famoso villaggio di Deir Hameed, appartenente al territorio di Ijnisinya, risalgono al XIV secolo dopo Cristo, e presentano tracce del periodo fatimide.
 
Kiwan ha confermato che quattro famiglie hanno vissuto nel villaggio: Kiwan, Hajjah, Shaib e Kaid. Queste famiglie arrivarono qui durante l’Impero Ottomano che ebbe un impatto sull’architettura degli edifici.
 
L’eredità del villaggio.
 
Il santuario di Sheikh Shala era originariamente un tempio greco dove venivano praticati i rituali di adorazione di Zeus e Afrodite. Il luogo fu successivamente rinnovato durante l’epoca islamica, come confermato da Kiwan. Le fondamenta del santuario furono utilizzate dalle persone del posto per la ricostruzione, considerata la sua grandezza.
 
Il villaggio fu ricostruito in due fasi, fa notare Kiwan, autore del libro “Ijnisinya tra il passato ed il presente”: “La prima fase di ricostruzione avvenne durante l’epoca di Salah Eddin (Saladino), durante la sua guerra contro i crociati, perché il villaggio era vicino Sebastia e veniva utilizzato come fortezza militare per monitorare il movimento e la comunicazione e per raccogliere informazioni. Durante quel periodo, il fuoco era il mezzo di comunicazione da cui proviene il nome della montagna Sheikh Shala, che significa ‘torcia’.
 
“La seconda fase ebbe luogo sotto l’Impero Ottomano mentre si svolgeva la lotta per il controllo di Wadi al-Shaer tra Al-Hufat e Saif. Come risultato di questa contesa, gli Al-Hufat furono sconfitti e si installarono nel santuario, aggiungendo costruzioni fino ad arrivare alla forma corrente”.
 
Il territorio sul quale il santuario è situato è di proprietà della famiglia Kaid. Le terre che circondano il santuario appartengono alla famiglia Ghazal di Sebastia. Secondo il libro di Kiwan, i reperti ottomani furono ritrovati nel 1912, comprovando l’appartenenza dei terreni di Sheikh Shala alla famiglia Kaid.
Traduzione di Martina Di Febo

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