Il discutibile invito di mons. Stern ai cristiani di Palestina.

Pubblichiamo questa intervista effettuata da Terrasanta.net a mons. Stern, presidente della Missione pontificia per la Palestina, in quanto le sue parole ci appaiono molto allarmanti. Incoraggiare, più o meno velatamente, i cristiani a lasciare la Palestina ci sembra tutt’altro che comprensibile e un bel gesto di “buona volontà” verso Israele. La Chiesa cattolica dovrebbe consigliare i cristiani di Terrasanta a rimanere in Palestina, uniti al resto dei palestinesi che lottano per la patria e la libertà, e non ad andarsene.

Da www.http://www.terrasanta.net/terrasanta/att_det.jsp?wi_number=1406&wi_codseq

Stern: Apriamo le porte agli emigranti cristiani della Terra Santa

di Manuela Borraccino
Roma, 5 dicembre 2008

È giusto fare di tutto perché i cristiani del Medio Oriente «possano restare nei loro Paesi d’origine e prosperare» ma, date le «discriminazioni che caratterizzano la loro condizione di minoranza», nessuno può impedire l’esodo inarrestabile che nel giro di 15-20 anni potrebbe dimezzarne il numero in tutta la regione: «Occorre piuttosto favorire con adeguate politiche di accoglienza il loro inserimento nei Paesi occidentali». Una presa di posizione impopolare, quella di mons. Robert Strern, presidente della Missione pontificia per la Palestina e segretario generale della Catholic Near East Welfare Association (Cnewa), il braccio umanitario della Santa Sede per l’aiuto ai cristiani delle Chiese orientali. Invitato a parlare alla Consulta mondiale dell’Ordine equestre del Santo Sepolcro convocata ogni cinque anni per valutare la situazione dei cattolici di Terra Santa ed approvare gli aiuti umanitari, il sacerdote newyorchese che da quarant’anni viaggia nella regione ha analizzato le conseguenze delle tendenze demografiche in atto: «La nostra fede, a differenza dell’ebraismo e dell’islam, non dipende da luoghi fisici: se anche non restasse un solo cristiano in Terra Santa, il cristianesimo resterebbe vivo e diffuso» ha detto.

Lei viaggia da quarant’anni in Medio Oriente, nel Corno d’Africa, in India. Come vede il futuro dei cristiani?
Se tentiamo di tracciare uno scenario in modo asettico, ispirandoci alle statistiche demografiche come se fossimo dei sociologi, la tendenza inarrestabile che emerge dai dati è che l’esodo dei cristiani in atto da più di mille anni da tutto il Medio Oriente si sta accelerando nelle ultime generazioni. I cristiani di Terra Santa sono oggi la più piccola fra tutte le minoranze cristiane del Medio Oriente: in Israele, secondo le ultime statistiche dell’ottobre 2007, i cristiani rappresentano il 2 per cento della popolazione: circa 147mila su 7 milioni e 337mila abitanti, in gran parte arabi, ai quali vanno aggiunti almeno 300mila «non ebrei» giunti in Israele dall’Europa dell’Est e dalle Filippine negli ultimi anni. Nei Territori palestinesi sono circa l’1 per cento della popolazione, alcune decine di migliaia su 3 milioni e 800mila palestinesi circa. In Giordania sono il 4 per cento, circa 250mila su 5 milioni e 600mila abitanti. In Libano, un tempo a maggioranza cattolica, i cristiani sono scesi al 30 per cento: sono oggi 1 milione e 170mila su 3 milioni e 900mila abitanti. In Siria ed in Egitto sono circa il 10 per cento della popolazione: rispettivamente 1 milione e 850mila su quasi 19 milioni di siriani, e circa 9 milioni su 81 milioni di egiziani. In Iraq, per quanto se ne sappia, erano circa il 3 per cento della popolazione prima della guerra: oggi molti meno. Se guardiamo indietro nella storia, erano il 100 per cento! Ma, secondo le ultime proiezioni, i cristiani potrebbero ridursi a 6 milioni in tutta la regione nei prossimi 15-20 anni.

A parte l’instabilità cronica, quali sono le cause principali?
I cristiani del Medio Oriente sono stranieri in una terra inospitale, anche se sono nati lì. In Israele vivono in uno Stato e in un società ebraici, nei Paesi musulmani vivono immersi in una società islamica. Per quanto siano discendenti degli abitanti originari di quelle terre, viene fatto in modo che essi sentano di non essere più «adatti» a quelle terre, di non appartenervi più. E questo perché spesso i cristiani vengono identificati con l’Occidente, cosa che talvolta essi stessi incoraggiano con le loro parole e azioni. La loro stessa condizione di minoranza li espone alle discriminazioni: sono cittadini di serie B non solo nei Paesi musulmani, ma anche in un Paese democratico come Israele.

La Chiesa universale cerca da sempre di favorirne la presenza, eppure l’esodo continua. Che fare?
Io credo che, anziché contrastare questo movimento, dovremmo favorirlo. È giusto creare le condizioni di sicurezza, pacificazione e benessere affinché i cristiani che vogliono restare in Medio Oriente possano vivere e prosperare. Ma, date le circostanze, non possiamo impedire che cerchino un avvenire migliore per se stessi e per i loro figli e dovremmo piuttosto aiutarli, chiedendo ai nostri governanti di elaborare politiche che ne aiutino l’inserimento. Ci preoccupiamo che i grandi stormi di uccelli migratori possano viaggiare ogni anno dal Canada al Messico, che i salmoni possano risalire le correnti dei fiumi e andare al nord… perché dunque facciamo di tutto per impedire le migrazioni umane? Io penso che una delle grandi sfide del nostro tempo sia quella di facilitare le migrazioni, essere più generosi nell’accoglienza, favorire in particolare il processo di integrazione dei cristiani del Medio Oriente nei Paesi occidentali: questo è un tema politico di grande rilevanza.

Non c’è il rischio che i Luoghi santi diventino dei monumenti archeologici, svuotati delle loro comunità?
Non sto dicendo che sia uno scenario auspicabile: ovviamente vogliamo fare di tutto perché i cristiani restino ed è estremamente importante che nelle loro difficoltà avvertano il sostegno della Chiesa universale. Quel che intendo dire, però, è che la nostra fede non dipende da alcuni luoghi, come avviene nelle altre religioni abramitriche: pensiamo all’enorme importanza di Eretz Israel (la terra di Israele) nell’ebraismo, o ai santuari della Mecca, Medina o Gerusalemme per l’Islam… Invece il messaggio di Cristo è per ogni uomo, la natura intrinseca del cristianesimo non è vincolata a un luogo o ad un’etnia. Perciò la Terra Santa conserverà sempre un luogo speciale nei nostri cuori, nella nostra memoria, nelle nostre menti e nelle nostre vite ma, se anche non restasse un solo cristiano in Terra Santa, il cristianesimo resterebbe vivo e diffuso.

Che cosa si aspetta dalla presidenza di Barack Obama?
Gli Stati Uniti hanno storicamente un ruolo di primo piano in Medio Oriente e la mia speranza, specialmente come cittadino americano, è che il nuovo presidente apra nuove prospettive. Il fatto che sia figlio di una madre americana cristiana e di un padre africano musulmano, che sia nato alle Hawaii e abbia passato diversi anni in Indonesia, gli dà maggiori chances di capire le differenze. Almeno questo è quanto ci ha detto durante la campagna elettorale, quindi mi aspetto che porti una ventata di freschezza nella politica Usa verso il Medio Oriente. E che porti una forte leadership! Perché quello di cui si sente la mancanza in Israele e in Palestina è proprio la presenza di un leader, qualcuno che abbia la forza e la capacità di mettere insieme le persone ed imporre una soluzione al conflitto arabo-israeliano.

Che impatto potrà avere il viaggio del Papa di cui ormai si parla?
Penso che per i cristiani, e non solo per loro, sarà una grande iniezione di energia. Ero lì quando venne Giovanni Paolo II e tutti, ebrei cristiani e musulmani, passarono quelle giornate incollati alla tivù guardando quel piccolo uomo vestito di bianco che pregava, parlava, offriva Messe, visitava le persone… È stato un momento di pace, di calma in mezzo alla tempesta. Spero che per Papa Benedetto XVI possa essere lo stesso. Lui è Pontifex, «costruttore di ponti»… Io spero che quando sarà lì la sua presenza, le sue parole e la sua preghiera possano contribuire a sanare le terribili divisioni fra i popoli, fra le religioni e la politica.

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