Il padre della piccola Hadil, uccisa da un missile israeliano: "Io di qui non me ne vado".

Da Maan News.

In una camera buia, i feriti sono distesi non lontani l’uno dall’altro, ma non potendo stare nella stessa, si dividono tra l’ospedale vicino, e un’altra stanza di una casa in rovina.

E’ un’altra famiglia colpita da un assalto israeliano che rifiuta di abbandonare la propria casa. Un famiglia sorpresa da un missile di artiglieria che ha percorso il tratto tra il passaggio di Karni, a est di Gaza, e il paesino Beit Lahia, nel nord della Striscia, e che ha colpito la piccola Hadil Ghaben, di 8 anni, e il resto della sua famiglia, ferita sotto il tetto crollato, con i cavi elettrici che sfioravano i corpi.

La casa, nuova, non è stata ancora completata: si trova in un quartiere affollato, in via Ghaben, al "blocco 2". Che significa: un campo profughi.

L’abitazione è quella dove il tetto è crollato a causa della bomba.

E’ crollato su chi c’era di sotto: la madre, Safiya Ghaben, e i suoi figli -Tahrir, di 18 anni, Iman di 16, Bassam di 14, Ghassan, di 12, Munir di 10, Amina, di 9 anni, Rana, di 2 anni e mezzo, Rawan, abbracciata alla mamma, di un anno e tre mesi -, sono salvi. Il figlio Hussam, di 16, e il padre, non erano in casa al momento del bombardamento. 

 Mohamed Rabi, il papà, racconta: "Sono sorpreso di come il missile abbia potuto raggiungere la mia casa attraversando tutta Gaza e il campo di Jabalia".

I dettagli li racconta la figlia maggiore, Tahrir, che si è rifugiata, ferita, nella camera di sua sorella sposata, nella vicina casa dello zio. "Eravamo seduti fuori, davanti a casa. Abbiamo avuto paura dei bombardamenti dei carri armati e siamo rientrati in casa per proteggerci. All’improvviso è caduta una bomba: abbiamo visto il tetto abbattersi sopra di noi, incenerito. Abbiamo sentito le scosse dei fili elettrici sui nostri corpi, e visto le nostre ferite. Non so come abbia trovato la forza di rialzarmi da sotto le macerie…. Ho cominciato a chiamare mio cugino, mio zio, ma sono svenuta e non ho sentito più niente, non ho visto Hadil, quando è morta".

La madre, incinta, giace all’ospedale al-Awda con gravi ferite; il marito è afflitto dal dolore per l’accaduto. Lavora come autista, facendo i turni con altre tre persone con la stessa auto.

Nella casa dello zio ci sono Munir, il piccolo che ha gli occhi cuciti con i punti della sutura, Amina, che non può rispondere perché le gira la testa ed è sotto shock, Bassam, che cerca di tenersi su nonostante la ferita alla testa, Rana, che si è tranquillizzata un po’ dopo aver dormito ma che ha la testa fasciata, Rawan, la più fortunata, che ha qualche graffio perché è stata protetta dal corpo della mamma che le è caduto addosso.

Il cugino, che è il marito della sorella, ha cura di tutti i feriti: non riusciva a dire o far altro che indicare con la mano i presenti.

La storia si è conclusa al telefono: il sergente israeliano, responsabile del bombardamento,  ha chiesto scusa al padre di Hadil. Ma questi gli ha risposto: "A cosa servono le tue scuse? Ci sono ancora dei familiari vivi e qualche muro della casa ancora in piedi. Se vuoi, puoi finire di distruggere tutto, ma io di qui non me ne vado".

 

 

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