Il pazzo della campana. Di Samira Azzam.

Il pazzo della campana

(tratto da Palestinese! E altri racconti, di Samira Azzam, a cura di Wasim Dahmash, Roma, Edizioni Q, 2003, pp. 33-37)

 

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Abu Masùd. Corremmo in piazza per capire che cosa stesse succedendo. I rintocchi vigorosi di un ventenne avevano sosti­tuito quelli gravi del vecchio Abu Masùd.

Così Padre Yaqùb l’aveva fatto. Ci aveva dimostrato che non parlava invano, che quando voleva fare qualcosa, la faceva, non per capriccio o caparbietà, ma per il timore che il richiamo arrivasse soffocato, che i deboli rintocchi non fossero udibili da tutti. Abu Masùd invece, col tremore delle mani, pareva avesse perso anche la percezione del ritmo, che cominciava a venir meno, a rompersi, a confondersi. A volte il tocco della sera lo suonava al mattino. Raccontavano che qualcuno, prima di sposarsi in chiesa, avesse raccomandato ad Abu Masùd di stare attento a come suonava le campane, non a morto, ma per annunciare le nozze!

Bisognava capire. Era diventato un po’ sordo. I rintocchi adesso erano confusi, e prima invece sembrava che ci fosse nato appeso alla corda della campana. La tirava al mattino svegliando il villaggio addormentato per annunciare la fine della notte. La tirava di sera per annunciare la fine della giornata. La campana e Masùd, nel nostro villaggio, erano una cosa sola. Per quaran­t’anni i suoi rintocchi avevano segnato nascite e matrimoni. Non si era stancato mai, non era mai mancato, nemmeno quando si ammalava.

Lui non poteva prevedere, e nemmeno noi, che a sessant’anni gli sarebbe arrivato quel tremore alle mani. La continuità è la nostra consuetudine, è una legge, seppure non scritta. Padre Yaqùb invece, che aveva la barba ancora nera, volle dare alla chiesa un tocco di giovinezza, a cominciare dalla campana e dal campanaro. Appena finita la sua prima messa nella nostra chiesa, aveva chiamato Abu Masùd e gli aveva chiesto da quanti anni faceva il campanaro. Abu Masùd aveva disteso il sorriso più largo di cui la sua bocca sdentata era capace, e aveva risposto:

– Quarant’anni. Quarant’anni, Padre.

Certo non si aspettava che il sacerdote rispondesse:

– Non credi che sia arrivato il momento che ti riposi?

 

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Nel nostro paese non eravamo abituati a decisioni così rapide. Era stata grande la sorpresa quella mattina quando corremmo in piazza richiamati da quei rintocchi vivaci e sal­tellanti. Anche Abu Masùd era accorso, e nel vedere che alla corda della campana c’erano altre mani, si fece rosso in viso e negli occhi, i baffi gli si arruffarono e stava per mettere le mani su quel ragazzo e prenderlo per il collo. Qualcuno l’aveva trat­tenuto e l’aveva pregato di non cedere alla rabbia proprio davanti alla chiesa, mentre si celebrava la messa. Dopo, il sacer­dote l’aveva chiamato e gli aveva spiegato, molto sinceramente, che ormai le sue mani erano troppo deboli per tirare le corde e suonare le campane in modo che il loro suono arrivasse alle valli vicine.

Da quella domenica, l’unica occupazione di Abu Masùd era quella di bussare alle nostre porte e di cercare di metterci contro il prete. Prendeva in giro quel ragazzo che, a sentir lui, aveva trasformato la campana in un gioco per bambini. Giurava che non sarebbe mai ritornato in chiesa finché il suo parroco fosse rimasto quel prete. Apriva la mano per mostrare il palmo:

– Guardate! La corda ha consumato la pelle di queste mani. E quello là pretende di insegnarmi come si suona una campana!

Chiudeva la mano, nervoso, e lanciava insulti alla barba del prete. Noi ascoltavamo e cercavamo di rabbonirlo. Qualche volta ci scherzavamo:

– Ma quando muori tu, hai qualcun altro che suoni la campana al tuo funerale?

Si arrabbiava di nuovo:

– Preferisco morire da miscredente e maledetto piuttosto che avere la benedizione di questo prete al mio funerale o il rintocco della campana di quel figlio di…

Una volta era scomparso per alcuni giorni dal villaggio. Subito erano nate diverse storie. Qualcuno diceva che era morto di crepacuore; qualcun altro che aveva abbandonato il villag­gio e non sarebbe mai più ritornato. Tra l’altro si diceva che era andato in giro per i paesi vicini alla ricerca di una chiesa

 

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dove suonare le campane. Quando era ritornato, aveva smesso di sostare tutto il giorno in piazza davanti al campanile, ma stava sempre sulla soglia di casa con le braccia alzate come per tirare una corda, e mormorava: don, don, don.
Una notte un suono di campana senza ritmo aveva squar­ciato il silenzio della notte. Tutti si erano svegliati spaventati. Trovammo l’uomo appeso alla corda, quasi volava al movi­mento della campana. Aveva i capelli e i baffi arruffati, le dite contratte, le unghie conficcate nella corda.

Abu Masùd era morto. Nel villaggio era nato un nuovo per­sonaggio che poteva aver vissuto senza nome. Nessuno cono­sceva più il nome del ‘pazzo della campana’.

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