In Afghanistan la missione va

Da www.ilmanifesto.it del 28 marzo

In Afghanistan la missione va
Con 180 sì, 2 no e 132 astenuti il senato approva definitivamente il decreto sulle missioni all’estero. Il centrodestra si spacca, l’Udc vota con l’Unione ma non è determinante. Prodi esulta: «E’ una svolta». Sinistre in difficoltà
Matteo Bartocci
Roma
«Dove le avete messe le bandiere della pace? Ora che siete al governo non servono più?» chiede, urla, provocatoriamente il leghista Roberto Castelli guardando i banchi della sinistra nell’aula del senato. Non c’è senatore di Verdi, Prc e Pdci (più Franca Rame eletta con l’Italia dei valori) che non faccia capire il suo malessere quasi fisico al voto sulla missione Nato a Kabul. Ma è un malessere dettato anche dall’impotenza, da una giornata non certo radiosa per la sinistra italiana. Qualcuno, dentro Rifondazione, tira perfino un sospiro di sollievo: «Per un anno di Afghanistan non se ne parla più. Per ora abbiamo limitato il danno».
Pratica Afghanistan archiviata: 180 sì, 2 no (Turigliatto, ex Prc, e Rotondi, nuova Dc), 132 gli astenuti, 7 gli assenti dall’aula. Oltre a Marini (in quanto presidente del senato), assenze molto diverse tra loro: c’è la «dissidenza» a debita distanza di Bulgarelli (Verdi) e quella in aula di Rossi (Pdci), quella dei senatori a vita Andreotti, Cossiga e Pininfarina (gli stessi che avevano affossato Prodi il 21 febbraio sulla politica estera) e quelle, tra loro molto differenti, di un senatore del Mpa Giovanni Pistorio (quasi un voto in cerca di collocazione) e, caso unico al mondo, del presidente della commissione difesa, il primo ribaltonista della legislatura De Gregorio. La maggioranza richiesta era di 158. Per gli appassionati (il centrodestra già ulula sulla maggioranza dei senatori «eletti») hanno votato sì 154 senatori dell’Unione, 1 indipendente (el senador Pallaro), 1 forzista (Jannuzzi), 4 senatori a vita (Colombo, Levi Montalcini, Ciampi e Scalfaro) e i 20 eletti nell’Udc. Dai centristi dunque un voto politicamente assai significativo ma non determinante per la tenuta della maggioranza, come riconosce a Ballarò lo stesso Casini. Se non bastasse, lo dimostra la votazione sull’ordine del giorno strumentale presentato da Renato Schifani (Fi) respinto con 160 voti contro i 155 del centrodestra a ranghi completi.
Nel centrodestra a pezzi emerge la resa dei conti. «Vedremo se chiedere un incontro al capo dello stato per sollecitare le dimissioni del governo Prodi – dice a Ballarò il leader dell’Udc – ma forse dal guaio di oggi può nascere un chiarimento serio nel centrodestra, Fini mi spieghi perché si lascia ‘leghizzare’, solo in Italia il centrodestra vota contro i propri soldati. Berlusconi si è assunto la responsabilità di aver cambiato un voto tradizionale. Forza Italia una settimana fa ha votato sì alla missione in commissione; cosa sia cambiato non lo so». A stretto giro di agenzie la risposta del Cavaliere: «Usa e Gb sanno benissimo che si tratta di un problema che riguarda l’opposizione e il governo del nostro paese e sono al corrente delle ragioni del nostro comportamento. La Cdl, tranne l’Udc, è compatta e non c’è stato – conclude – nessun diktat della Lega». E quando gli chiedono se si può recuperare l’Udc è perentorio: «La prossima domanda?». Gianfranco Fini si accoda malvolentieri alle giravolte del Cavaliere: «Questo governo sopravvive solo grazie ai senatori a vita ma per il soccorso dell’Udc stasera canta vittoria e si sente politicamente più forte. La teoria delle due opposizioni aiuta solo Prodi».
Ulivo e governo difendono e quasi facilitano fin dal mattino la svolta «centrista» assumendo in aula (a prezzo di molta confusione) le richieste dell’Udc bloccate in sede di capigruppo dal resto del centrodestra. Anche Rifondazione ha fatto da sponda al vice ulivista Luigi Zanda difendendo davanti a Marini la possibilità di riaprire i termini per gli ordini del giorno. Ipotesi bocciata anche per i timori del presidente di riaprire un vaso di Pandora che era meglio lasciare chiuso.
Di Libano e Balcani, il grosso del nostro impegno all’estero, non si parla nelle quattro ore di dibattito in senato.
Perché giocoforza, anche se l’Italia è coinvolta in 22 missioni internazionali in 18 paesi del mondo, con oltre 8mila soldati che costano poco più di 1 miliardo di euro all’anno, croce e delizia delle scelte internazionali del nostro paese era e resta un Afghanistan sempre più «irachizzato», come ha ammesso a inizio del mese la presidente della commissione difesa alla camera Pinotti (Ds). Quasi inosservato , infine, che in pochi giorni tutte le posizioni politiche assunte dal segretario del primo partito di maggioranza, Piero Fassino, siano state seppellite dallo stesso gruppo dell’Ulivo: quella sui talebani prima, sulle regole di ingaggio poi.
Se non è ancora un’entrata di Casini nell’orbita della maggioranza certo non è più un governo «Prodinotti». Dal Brasile, Romano Prodi può esultare: «Questo voto è una svolta politica. La maggioranza è compatta, l’opposizione è spaccata». Il prezzo, per la sinistra, è assai salato.

 
Gli irriducibili del no alla guerra manifestano davanti al Senato
«Unione, vergogna» Sit-in di un centinaio di persone mentre nell’aula si approva la missione: «Questo voto è la vergogna dell’Unione». E si condanna «l’inciucio»
Ci. Gu.
Roma
C’erano anche loro, al Senato. Ma fuori. Quelli del «no alla guerra senza se e senza ma», che da ieri si condisce di un nuovo italico motto: «No all’inciucio». Rdb, Cobas, partito dell’Alternativa comunista, partito comunista dei lavoratori, partito umanista, più le sigle come Bastaguerre, o Mondo senza guerre. In tutto un centinaio di persone, «ma i sit-in non hanno mai entusiasmato nessuno», commenta il portavoce dei Cobas Piero Bernocchi, che la sua rivincita l’ha già avuta con il corteo del 17 marzo, che ha portato in piazza sotto le stesse parole d’ordine di ieri diverse migliaia di persone. E’ lui a sottolineare la cosa «sconcertante», e cioè «quel parlottare dentro quelle stanze come tra amici, tra centrodestra e centrosinistra, io ti voto l’ordine del giorno, io ti voto il decreto… non c’è niente da fare, sono una combriccola, in perfetta continuità con il governo Berlusconi». Chi sapeva già come sarebbe andata a finire è il leader del partito dei lavoratori, Marco Ferrando. Anche lui – se non fosse stato per quella storia di Nassyria – avrebbe potuto sedere tra i banchi della maggioranza a Montecitorio. Ma ci tiene a sottolineare che «comunque non avrei votato la fiducia a questo governo». Altre acrobazie dell’Unione che la storia non ha concesso. Tiene banco, ci mancherebbe, la questione dei fischi all’università contro il presidente della Camera Fausto Bertinotti. «Legittimi», dice Ferrando, mentre per Bernocchi è inaccettabile «l’accusa di violenza e di antipolitica». Lanciata da colui che tra i sorrisetti viene definito «il monarca» contro chi non capisce che la politica «non è un pranzo di gala». Più o meno quello che, ieri, il senatore del Prc Fosco Giannini ha cercato di spiegare a Ferrando, durante un rapido saluto tra ex compagni di partito: «La politica è complicata…». Ma c’è ancora chi, come la portavoce dell’associazione Mondosenzaguerre, Federica Frattini (e certamente non solo lei) si indigna per «le menzogne che continuano ad essere raccontate sulla reale situazione in Afghanistan, dove siamo complici di aver istituito un governo di criminali». Tra i partecipanti al sit-in si notano anche diversi esponenti di sinistra critica, la corrente di Rifondazione a cui fa riferimento Franco Turigliatto, il senatore «dissidente». Hanno portato il loro adesivo: «Incompatibili con le guerre e il neoliberismo». Tra di loro, l’ex coordinatore dei Giovani comunisti di Roma, Giulio Calella, dimessosi dall’incarico dopo un’accesa polemica «interna» perché aveva espresso la sua solidarietà al «compagno» Turigliatto sospeso dal partito. Una delle tante «onde anomale» del terremoto scatenato da quella vicenda. «Il dato è che Rifondazione vota con l’Udc la guerra in Afghanistan – commenta – E’ una botta pesante per la sinistra alternativa a cui il Prc ha creduto, e in cui noi ancora crediamo e cercheremo di ricostruire su alcuni punti imprescindibili». Uno dei quali è, ovviamente, il no alla guerra.

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