Ingiustizia e segregazione: Pasqua sotto occupazione per i cristiani palestinesi

Palestina occupata – InfoPal. Di fianco alla colonizzazione della terra, Israele, la Potenza occupante, è impegnato a mutare la realtà demografica di Gerusalemme Est occupata, “ripulendo” la Città santa della sua popolazione cristiana e musulmana per mezzo delle più disparate misure amministrative: dalla revoca della residenza a tutta una serie di restrizioni che non risparmiano nemmeno la libertà di culto.

I cristiani palestinesi, insieme ai loro connazionali di fede musulmana, sono vittime della politica di de-arabizzazione attuata da Israele nella Gerusalemme Est occupata, politica che minaccia non solo la soluzione dei due Stati, ma la stessa natura della Città santa.
Tale politica è tanto più evidente in occasione della Pasqua cristiana.

Mentre i cristiani nel mondo potranno prendere parte alle cerimonie per la Pasqua a Gerusalemme, Israele impone il divieto di culto ai cristiani palestinesi; coloro che a Gerusalemme sono nati e i più vicini ‘per natura ontologica’ alla Città santa.

Le restrizioni imposte da Israele stanno svuotando la Terra Santa dei cristiani palestinesi

Nel 1945, vivevano in Palestina 117.450 cristiani palestinesi. Tra il 1947 e il 1949, l’esercito israeliano e le milizie espulsero circa 90mila di cristiani, corrispondenti ai 2/3 della popolazione della Palestina storica, insieme a centinaia di migliaia di altri connazionali.
Da allora, l’emigrazione cristiana è stata una costante, arrecando pesanti perdite  alla Terra santa.

In uno studio condotto nel 2008, i cristiani palestinesi giustificavano il fenomeno dell’emigrazione tra la comunità fornendo le seguenti motivazioni:

  • 32,6%: mancanza di libertà e di sicurezza
  • 26,4% deterioramento della condizione economica
  • 19,7%: instabilità politica
  • 12,6%: motivi di studio all’estero
  • 0,8%: ricongiungimento familiare, Muro d’Apartheid, impedimenti israeliani ed estremismi religiosi.

Al fine di mascherare gli effetti devastanti sulle vite dei cristiani palestinesi, la diplomazia israeliana è ricorsa spesso a campagne propagandistiche dirette a creare tensioni tra cristiani e musulmani.

Di recente, l’ambasciatore israeliano negli Usa ha pubblicato un articolo sul Wall Street Journal sostenendo che Israele è una società tollerante e aperta. L’ambasciatore Michael Oren  ha addossato falsamente la colpa per l’emigrazione dei cristiani palestinesi a ipotetici estremismi. Simili dichiarazioni hanno prodotto l’indignazione di cristiani, ebrei e musulmani nel mondo, soprattutto della comunità di cristiani palestinesi, in rappresentanza dei quali, in modo audace, Michael Oren ha creduto di poter scrivere. Così hanno risposto ad Oren 80 leader cristiani palestinesi.

Il suo tentativo di  addossare la responsabilitià per le difficili condizioni dei cristiani palestinesi sui nostri fratelli musulmani palestinesi è una vergognosa manipolazione atta ad occultare al mondo ciò che Israele fa nei nostri confronti e contro tutta la comunità. Dobbiamo sopportare l’oltraggio del suo governo ai danni dei nostri diritti naturali e fondamentali, come quello alla libertà di culto, e dobbiamo subire la politica israeliana delle espulsioni e della divisione della nostra comunità…Porre fine all’occupazione israeliana è l’unico modo perché i palestinesi – cristiani e musulmani – possano vivere in prosperità e progresso. La fine dell’occupazione israeliana della Palestina garantirà la nostra presenza cristiana su questa nostra Terra Santa.

 

Restrizioni al Diritto di Culto

Si legge nel Patto internazionale sui diritti civili e politici, tra l’altro, firmato e ratificato da Israele: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione. Tale diritto include la libertà di avere o di adottare una religione o un credo di sua scelta, nonché la libertà di manifestare, individualmente o in comune con altri, e sia in pubblico sia in privato, la propria religione o il proprio credo nel culto e nell’osservanza dei riti, nelle pratiche e nell’insegnamento”. (ICCPR atr. 18, comma1).

In seguito a una visita nei Territori palestinesi occupati, nel 2009, il Relatore Speciale Onu per la libertà di culto, Asma Jahangir, confermò che Israele non stesse rispettando gli obblighi derivanti da quel Patto, né altre leggi internazionali per i Diritti Umani o umanitarie.

Lo status di città occupata di Gerusalemme Est è internazionalmente riconosciuto, in quanto essa è parte integrante del Territorio palestinese occupato.

Israele pone restrizioni punitive alla circolazione e all’accesso dei palestinesi a Gerusalemme per pregare, fare visita ai parenti o per affari. Queste pratiche colpiscono in particolar modo i cristiani in occasione della Pasqua dal momento che Gerusalemme svolge un ruolo centrale ai fini delle funzioni religiose della festività.

Tali restrizioni sono state istituzionalizzate per mezzo di un regime arbitario e silente fatto di “permessi” con cui si impone ai palestinesi dei Territori palestinesi occupati non residenti a Gerusalemme di fare richiesta a Israele di un permesso di sicurezza per entrare in città e poter accedere ai suoi luoghi di preghiera.
Il regime dei permessi è un’altra misura illegale adottata da Israele per consolidare la sua annessione unilaterale e illegittima di Gerusalemme Est.

Nel resoconto 2012 della missione dell’Unione Europea (Ue) su Gerusalemme, si legge: “Nel corso dell’anno, il (governo di Israele) ha applicato in modo selettivo restrizioni di natura legale e politica alle libertà religiose e all’accesso ai fedeli cristiani e musulmani ai rispettivi luoghi di preghiera nella città vecchia di Gerusalemme.

L’emigrazione dei cristiani palestinesi è stata una costante, tuttavia ha subito un’accelerazione a partire dal 2001, riducendo il numero di cristiani a Gerusalemme e nel resto dei Territori palestinesi occupati, erodendo la presenza e il carattere cristiano della Città santa. Tra le ragioni del crescente fenomeno emigratorio della comunità cristiana palestinese, i leader spirituali cristiani citano: le restrizioni (israeliane) derivanti dalla legge sul divieto al ricongiungimento familiare, i limiti imposti alla possibilità di espandersi nell’area di Gerusalemme a causa delle confische di proprietà delle chiese e di altre restrizioni edilizie, problemi fiscali e difficoltà di ottenere permessi di residenza per il clero cristiano.

Israele – al fine di migliorare la propria immagine internazionale, – contratta un numero di permessi ai cristiani palestinesi che chiedono di accedere a Gerusalemme Est per la Pasqua. Sostiene di farlo in gesto di cooperazione, sebbene continui a negare l’accesso alla maggioranza dei palestinesi.

Ad esempio, ad aprile 2011, 15mila cristiani fecero richiesta del permesso di entrare a Gerusalemme Est, ma Israele ne rilasciò appena 2.500.
La scelta inoltre, avviene a in modo casuale, spesso il permesso viene rilasciato a uno o a due membri di un nucleo familiare i quali, si presume che preferiscano trascorrere il giorno di Pasqua nell’unità familiare. Così, pur di non separarsi, molti sono costretti a restare a casa.

I palestinesi con un documento d’identità che ottengono tali permessi dall’occupante possono accedere a Gerusalemme attraversando dai 3 ai 14 checkpoint militari che assediano la Città santa. Questi posti di blocco sono diventati invalicabili per i pedoni (soprattutto sui valichi del Muro d’Apartheid) con lunghi ed estenuanti ritardi. Una volta che i palestinesi dotati di permesso raggiungono il luogo di preghiera, una massiccia presenza militare israeliana farà svanire l’atmosfera di pace e quella delle celebrazioni stesse, producendo, invece, ansia e tensione.

Separare Gerusalemme da Betlemme


Le colonie illegali israeliane intorno a Gerusalemme Est hanno un impatto negativo su tutti palestinesi, soprattutto per i cristiani della provincia di Betlemme:

  • La maggioranza dei palestinesi di fede cristiana dei Territori palestinesi occupati vive nella provincia di Betlemme (2007).
  • Attualmente sorgono 22 colonie illegali sulla terra di Betlemme che, insieme al Muro d’Apartheid, hanno prodotto un confinamento dei palestinesi su circa il 13% dell’estensione territoriale originaria della provincia.
  • Colonie e Muro di Israele impediscono ai palestinesi la libertà di circolazione e quella di culto tra i due luoghi principali della cristianità, soffocando il turismo, tra i contributi principali all’economia palestinese.

Il contesto

Gerusalemme è il nucleo della Palestina, politico, amministrativo e spirituale, ed è anche la sede dei luoghi di preghiera più rilevanti al mondo per le tre fedi monoteistiche che qui, nei secoli, hanno scalfito l’identità della Palestina e della sua popolazione.

Alcune settimane dopo l’occupazione israeliana dei Territori palestinesi, nel 1967, Israele iniziò – unilateralmente e illegalmente – ad alterare lo status di Gerusalemme Est, e immediatamente seguirono la condanna internazionale e l’adozione di diverse risoluzioni del Consiglio di Sicurezza Onu.

Dall’annessione israeliana di Gerusalemme Est, nel 1980, per mezzo della promulgazione di uno pseudo documento costituzionale, il Consiglio di sicurezza Onu adottò una risoluzione nella quale si affermava che “tutte le misure legislative e amministrative adottate da Israele, la Potenza occupante, atte a produrre un’alterazione o che siano un pretesto per alterare il carattere e lo status della Città santa di Gerusalemme, in particolare per mezzo dell’ultimo ‘documento costituzionale’ su Gerusalemme, saranno considerate nulle a invalide e dovranno essere revocate quanto prima”.

Ad oggi, Israele continua a sfidare quelle risoluzioni, come fa con tutte quelle successive adottate dall’Onu, espande sempre più il suo regime coloniale, Muro d’Apartheid compreso, sui Territori palestinesi occupati, soprattutto a Gerusalemme Est, e lo fa in flagrante violazione della legge internazionale sui Diritti Umani e di quella umanitaria.

 

 

 

 

 

 

 

La presenza, per oltre 150 anni, di 13 scuole del Patriarcato latino in Cisgiordania e Gaza, è una testimonianza viva della coesistenza tra cristiani e musulmani palestinesi….gli impedimenti israeliani e le pratiche dell’occupante non distinguono tra cristiani e musulmani, ma sono imposte a un’intera nazione….Il fatto che Israele non faccia distinzioni, non può che rafforzare il legame tra cristiani e musulmani palestinesi”.

Faysal Hijazeen, direttore generale delle scuole del Patriarcato latino in Palestina.

Fonte del dossier: “Fact sheet, March 2012. Palestine Liberation Organization. Negotiations Affairs Department” (Dipartimento per gli Affari dei negoziati dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina).

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