Intervista all’ing. Jamal Al-Khudary, ministro delle telecomunicazione e tecnologia delle informazioni.

 

"Abbiamo serie intenzioni di collaborare con i paesi europei e imparare dalle loro esperienze nel ramo delle telecomunicazione".

Dal nostro corrispondente.

Jamal Naji Al-Khudary: nato a Gaza nel 1955, conosciuto come personalità del mondo accademico e uomo d’affari, laureato in ingegneria in Egitto, presidente del consiglio dell’università islamica a Gaza da quattordici anni. E’ membro di spicco nel sindacato in Palestina. Ha buoni rapporti con personalità diplomatiche e governative (palestines, islamiche e arabe). Da quest’anno ricopre il ruolo di ministro delle Telecomunicazioni e della Tecnologia delle informazioni nel nuovo governo palestinese.

 

Qual è il compito del ministero delle Telecomunicazioni e della Tecnologia delle informazioni?

Il nostro ruolo è importante per lo sviluppo del settore delle telecomunicazioni e delle tecnologie delle informazioni, e delle poste che fanno parte del ministero. Queste realtà giocano un ruolo importante nello sviluppo di un paese, perché sono strumenti importanti per migliorare la vita dei cittadini. Il ministero delinea le politiche, progetta, ricerca le condizioni adeguate per la loro  organizzazione e le leggi giuste, il tutto, a servizio dello sviluppo globale della Palestina. Il nostro ministero sta cercando di offrire ottimi servizi ai cittadini, con prezzi tali da permettere a tutti di godere di accedervi. Esso gestisce anche la Società di Telecomunicazione ed entro il 15 novembre terminerà il monopolio: tenteremo di liberalizzare il mondo delle telecomunicazioni e di aprire la porta alla concorrenza.

 

Quali sono i vostri piani futuri per lo sviluppo del ministero in questo clima di isolamento del governo palestinese?

Il ministero sta per mettere in pratica un piano di lavoro per attivare tutte le forze presenti sia nella Striscia di Gaza sia in Cisgiordania, per elevare il livello dei servizi messi a disposizione dei cittadini. Ci interessa, infatti, che possano beneficiare dello sviluppo di questo settore.  Noi ora viviamo un rivoluzione delle telecomunicazione e delle tecnologie delle informazioni e vogliamo migliorarne il livello in Palestina per essere al passo con gli altri paesi. Nel mondo sono in corso tre rivoluzion: industriale, dello spazio, e delle telecomunicazioni e della tecnologia delle informazione. Per le prime due, sarà difficile poter competere, ma per quest’ultima possiamo diminuire la distanza tra di noi e il resto del pianeta. Vogliamo fare delle cose particolari, per esempio il “governo elettronico”. E’ un’idea eccellente e un progetto di grande vitalità che semplificherà le cose ai cittadini. Inoltre speriamo di sviluppare un settore che possa creare tanti posti di lavoro.

 

Dopo le recenti visite ai diversi paesi arabi, le sembra che questi abbiano intenzione di collaborare con voi nel ramo delle telecomunicazione e delle tecnologie dell’informazione?

Nei paesi che ho visitato – Egitto, Tunisia, Qatar, Oman e Emirati Arabi Uniti – ho incontrato i ministri delle telecomunicazioni. I colleghi hanno espresso il loro desiderio di collaborare e di trasmetterci le loro tecnologie. Sono stato in diversi importanti centri di telecomunicazione e di  tecnologia delle informazione – ad esempio, il villaggio intelligente in Egitto, il polo tecnologico a Tunisi, il governo elettronico a Dubai, e l’associazione Likutel in Qatar, e il ministero delle telecomunicazione e delle tecnologie delle informazioni nell’Oman. Ho partecipato al congresso Arab Kom a Dubai che è specializzato nel miglioramento del mondo delle telecomunicazioni e delle informazioni. Ciò che ho avvertito è la volontà sincera di creare un gruppo arabo competitivo che possa partecipare a questa rivoluzione per produrre tecnologia e non limitarsi solamente a consumarla.

 

In questo ambito, cosa ne dice del rapporto con i paesi europei? State tentando di trovare il modo per collaborare con loro?

Noi non abbiamo problemi a collaborare con l’Europa in generale: ci interessa apprendere dalle loro esperienze e portare avanti questo rapporto anche nell’ambiente della ricerca scientifica, tecnica, ecc., perché si tratta di linguaggi comuni a tutti i popoli. Oggi, il mondo è un piccolo paese i cui componenti sono le comunicazioni e le tecnologie delle informazioni. Il ministero mantiene buoni rapporti con numerose associazioni dell’Unione Europea e stiamo lavorando per far crescere questi rapporti.

 

Ha subito pressioni interne o esterne quando ha accettato di diventare ministro?

Ho ricevuto la consegna del ministero senza incontrare problemi. Le difficoltà che affrontiamo sono  dovute alla chiusura e al boicottaggio israeliano. Per il resto, c’è una collaborazione di tutto il personale del ministero. 

Quale sono i progetti realizzati da quando è ministro?

Abbiamo contattato i paesi arabi e li abbiamo visitati per poter collegare il ministero, attraverso il governo palestinese, con i paesi arabi per poter apprendere da loro ciò che è utile alla Palestina. Inoltre c’è il progetto del secondo laboratorio che romperà il monopolio attualmente esistente: sono state effettuate le ricerche necessarie per completare il prolo.

Stiamo lavorando per migliorare l’organizzazione informatica del governo per poter far fronte ai bisogni dei cittadini e stiamo cercnao di migliorare le poste. Tuttavia, a causa delle chiusura israeliana sono sorti dei problemi, e abbiamo formato un comitato ministeriale per studiare una proposta di legge sulle telecomunicazioni da presentare al parlamento. 

 

Come vi comporterete con lo stato occupante nell’ambito delle telecomunicazioni e della tecnologia delle informazioni?

C’è un intreccio di rapporti con lo stato israeliano, visto che siamo sotto occupazione: il Primo Ministro e il governo hanno dichiarato che, per quanto riguarda i servizi giornalieri e le questioni vitali, non esistono problemi per gli incontri, anche se finora non abbiamo avuto contatti con gli israeliani.

 

E per ciò che riguarda la comunicazione tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza?

I  nostri contatti con la Cisgiordania avvengono attraverso le video-conferenze. Ci sono comunicazioni giornaliere tra i diri
genti in Cisgiordania e questo semplifica un po’ il lavoro, ma per quanto riguarda la chiusura provocata dall’ingiusta occupazione ingiusta, essa taglia in piccole parti la stessa Cisgiordinia. Tanti cittadini soffrono per raggiungere i propri luoghi di lavoro.

 

In questo periodo di boicottaggi e chiusure, esiste un piano del governo per fa arrivare i soldi al popolo palestinese?

Il ministero dell’Economia sta seguendo questo problema, non solo giorno per giorno, ma attimo per attimo. Il ministro è in continuo contatto con noi per informarci degli sviluppi. Aspettiamo di vedere cosa capiterà nei giorni prossimi.

 

Secondo lei qual è il futuro del governo? Potrà superare queste difficoltà?

Di natura sono ottimista, e guardo al futuro con speranza. Credo che il governo stia lavorando con una visione chiara. Inoltre ha detto di essere pronto a dialogare con qualsiasi parte, ma senza precondizioni. Dialogare per sollevare l’occupazione dalla nostra terra palestinese, per evitare a questa regione le disgrazie della guerra e darle la possibilità di vivere in sicurezza, pace e tranquillità. Questo messaggio, tuttavia, non è stato captato da nessuno, ed è un difetto: si deve offrire al governo palestinese la possibilità di essere ascoltato. Noi non chiudiamo alcuna porta: sono tutte aperte per semplificare la vita al popolo palestinese. Ma noi siamo un popolo che vive sotto occupazione: è un dato di fatto che deve essere considerato da tutto il mondo. Con gli sforzi comuni di tutti, governo e presidenza, il parlamento legislativo e tutte le forze interne, e il dialogo potremo dimostrare al mondo che siamo in grado di superare questa crisi. Se Dio vuole, la supereremo.

 

Vuol rivolgere una parola ai paesi europei?

Dico che non si deve punire il popolo palestinese per la sua scelta democratica. Esso ha considerato che le elezioni sono l’unico mezzo per scegliere chi lo rappresenta. L’Unione Europea ha vegliato sulle elezioni e ha totalmente finanziato la commissione elettorale centrale palestinese, ha sorvegliato gli scrutinii e i risultati, perciò deve rivolgersi non al nostro governo ma a Israele, paese occupante, e chiedere di ritirarsi dai Territori palestinesi. Deve prendere l’iniziativa per comunicare con il governo palestinese al fine di trovare i mezzi giusti per far cessare l’occupazione dalla nostra terra e continuare l’appoggio economico che alleggerisce la rabbia e la sofferenza causata dall’oppressione israeliana.

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