Intervista: “L’emigrazione dei palestinesi verso l’Europa cancella il nostro diritto al ritorno”

InfoPal. Di Luca Steinmann. Intervistato in esclusiva presso il suo ufficio di Beirut a ridosso del campo profughi di Burje Barajneh, il presidente di Hamas in Libano, Ahmad Abdulhadi, attacca l’Occidente accusandolo di utilizzare i profughi e l’immigrazione come strumento di ricatto verso i governi arabi. E spiega: “Chi rinuncia alla propria identità rinuncia ai propri diritti”.

Ahmad Abdulhadi, l’approvazione della Legge Nazionale israeliana sancisce chiaramente che Israele è il Paese degli ebrei e che pertanto non verrà permesso il ritorno dei profughi della diaspora. Quale sarà dunque il loro futuro?

Noi palestinesi del Libano siamo degli ospiti, dei profughi che qui hanno trovato rifugio dall’occupazione delle nostre terre e dai massacri degli occupanti. In quanto ospiti siamo nella perenne attesa che Dio ci faccia tornare in Palestina. Il diritto al ritorno è individuale, naturale e legale per ogni palestinese e nessuno potrà mai cancellarlo, nemmeno attraverso le politiche messe in atto dai sionisti che con l’appoggio americano ci impediscono di tornare. Dunque noi rifugiati in Libano rimarremo sempre all’erta e appena vedremo la prima occasione cercheremo di tornare a casa, sempre pronti a dare battaglia. I sionisti e gli Stati Uniti ne sono consapevoli e per questo stanno cercando di cancellare in noi l’aspirazione del ritorno, per sconfiggere così la causa dei rifugiati.

In che modo sentite che le autorità israeliane e quelle americane cercano di cancellare la vostra volontà di tornare in Palestina?

Come prima cosa stanno facendo forti pressioni all’interno delle Nazioni Unite per tagliare fondi e sostegno all’UNRWA. In secondo luogo qui in Libano stanno favorendo l’emigrazione dei palestinesi verso l’Occidente. Esercitano pressioni politiche sui partiti libanesi perché le nostre condizioni peggiorino in maniera tale da spingerci a fuggire verso Paesi come il Canada, l’Australia, la Spagna, il Belgio e la Francia. L’obiettivo finale è quello di fare rimanere in Libano solo un numero esiguo di palestinesi, compreso tra le 50mila e le 75mila unità, che non inciderebbero più sugli equilibri confessionali del Paese. A chi rimarrà verrebbe data la cittadinanza libanese, cosa che cancellerebbe con il tempo la nostra identità di popolo e con essa il nostro diritto al ritorno. Per questo ci stiamo opponendo a questi progetti di deportazione indiretta e lotteremo per i nostri diritti finché non torneremo nelle nostre terre. Rinunciare alla nostra identità significa rinunciare ai nostri diritti.

Ritiene dunque che la nuova legge sul lavoro approvata dal governo libanese, che impedisce ai datori di lavoro di assumere personale siriano e palestinese, sia una misura per favorire l’evacuazione dei palestinesi?

Esattamente. La legge sul lavoro messa in atto dal ministero del Lavoro incrementa le difficoltà nelle vita di ogni giorno per i rifugiati e li spinge verso due direzioni tragiche: la prima è l’emigrazione, la seconda è l’adesione ai gruppi criminali o terroristici che sono presenti in alcuni campi, cosa che aumenta i disordini e gli scontri all’interno di essi. Di conseguenza in molti rifugiati aumenta la paura di vivere nei campi e per questo vogliono scappare, il risultato finale è la riduzione della presenza palestinese in Libano. Inoltre ciò alimenta la narrativa fasulla che confonde la causa palestinese con quella dei terroristi, cosa che non ha nessuno fondamento ma che serve per attaccarci mediaticamente.

Dunque Lei considera l’emigrazione verso l’Occidente una delle principali fonti di indebolimento della causa palestinese. Come state cercando di convincere i vostri giovani a non emigrare?

Stiamo cercando di farlo in tre modi. Il primo è tramite l’informazione, spiegando i piani che causano questo fenomeno ed i motivi per cui vogliono che ce ne andiamo, cioè per farci disperdere per il mondo e dimenticare del nostro diritto ad avere una nostra patria. In secondo luogo cerchiamo di creare posti di lavoro, anche grazie agli aiuti che riceviamo da Paesi stranieri, e di garantire ai palestinesi un aiuto finanziario e sociale perché possano vivere qui in maniera dignitosa al posto di emigrare. Infine cerchiamo di diminuire la violenza all’interno dei campi così che i palestinesi non abbiamo paura di vivere al loro interno.

Come intendete contrastare la presenza dei terroristi nei campi?

Continuando quello che abbiamo fatto dal 2011 ad oggi. Lo scoppio della guerra siriana ha generato una pressione enorme nei campi palestinesi del Libano all’interno dei quali hanno iniziato a concentrarsi dei terroristi provenienti dalla Siria. Il loro obiettivo era ed è quello di sovrapporre la loro causa terroristica con quella palestinese, come peraltro vuole Israele, e di trasformare i campi nelle loro basi operative in Libano. Per questo hanno cercato di prendere il controllo di alcuni di essi ma hanno trovato l’opposizione di molte fazioni palestinesi e Hamas in questo è stata in prima linea. Ci siamo coalizzati con altre milizie e combattiamo uniti i gruppi terroristi che oggi, grazie alla nostra azione militare, sono molto più deboli e disorganizzati di prima e spesso sono costretti a vivere nascosti.

Hamas è quindi pronta a prendere le armi e a eliminare definitivamente la presenza terrorista nei campi?

Siamo pronti a contrastare queste organizzazioni terroristiche in ogni modo, sia sul piano militare che sociale, ma sempre in cooperazione con le altre fazioni palestinesi. Nessuno di noi li vuole. Tutti siamo d’accordo che la loro presenza nei campi è una minaccia per il nostro popolo e per la nostra causa. Loro non hanno nulla a che fare con l’islam, sono degli estremisti manipolati dall’estero che vengono usati contro gli interessi dei palestinesi, la loro eliminazione è solo una questione di tempo.

La guerra in Siria ha creato una spaccatura profonda tra sciiti e sunniti, che in Libano è evidente. Quanto è stata indebolita la causa palestinese da questo scontro? 

In Libano siamo per fortuna riusciti a limitare i danni ed il conflitto non è mai esploso apertamente. Lo scontro rischiava di frammentare il Libano su base settaria, generando così reciproca ostilità. Ciò è conforme con l’agenda politica dei sionisti e di alcuni Paesi arabi loro amici. Essi avrebbe accolto a braccia aperte l’esplosione della conflittualità, con il fine di scongiurare la cooperazione tra i loro nemici più pericolosi: cioè Hamas e Hezbollah.

Oggi quali sono i rapporti odierni tra Hamas e Hezbollah?

Abbiamo rapporti con tutti i partiti del Libano, sia con Hezbollah e Amal che con i loro oppositori.  Il nostro fine è quello di tutelare l’interesse del popolo palestinese, la sua sicurezza e la sua dignità all’interno dei campi profughi e per farlo dialoghiamo con tutti. Inevitabilmente però il nostro rapporto con Hezbollah è più forte rispetto che con altri perché il Partito di Dio è insieme a Hamas  il principale attore nella lotta contro l’occupante sionista.

Lei ha prima parlato di Paesi stranieri che vi aiutano all’interno dei campi? A chi si riferisce?

Prima di tutto alla Turchia che attraverso la sua ambasciata sta sviluppando molti progetti di sostegno all’interno dei campi. Il presidente Erdogan si è sempre schierato con chiarezza e decisione a favore dei popoli oppressi come il nostro e, pur essendo il suo Paese membro della Nato ed avendo rapporti diplomatici con Israele, non esita a sostenere la popolazione di Gaza e ad aiutare la resistenza, anche se non militarmente. Per esempio molti dei vertici di Hamas vivono oggi in Turchia, cosa che aiuta molto l’organizzazione del nostro movimento. Erdogan è un buon musulmano e la Turchia è un Paese amico che ha la nostra fiducia.

I palestinesi sono ormai una minoranza all’interno dei campi profughi del Libano. La maggior parte degli ospiti sono infatti siriani, molti dei quali condividono l’ideologia dei Fratelli Musulmani. Pensa che Hamas, che è una costola della Fratellanza, possa in futuro dare voce anche ai siriani?

No, perché Hamas rappresenta solo il popolo palestinese. All’interno dei campi le condizioni sono molto dure per tutti e per questo in molti fuggono in Turchia o in Occidente. La preoccupazione di chi rimane non è a quale fazione appartenere bensì come procurarsi da mangiare o come emigrare a sua volta.

Pensa che il governo di Damasco rappresenti un ostacolo per il ritorno a casa dei profughi siriani, che sono in gran parte sunniti?

Gli ostacoli non sono dati dal governo siriano ma da alcuni Paesi occidentali che per motivi politici non vogliono il rimpatrio dei profughi siriani. La loro presenza in Libano è infatti un ottimo strumento di pressione sia sul governo libanese che su quello siriano.

In che modo?

Il Libano ospita oggi svariate centinaia di migliaia di profughi siriani che ampie fette del popolo libanese mal sopporta, accusandoli di rubare il lavoro e di abbassare i salari. Fintanto che saranno qui l’Occidente e gli Stati Uniti potranno ricattare il governo di Beirut imponendogli l’adesione alla propria agenda politica, minacciano di boicottare ogni forma di soluzione per tale problema in caso essa non venga rispettata. Inoltre, come Lei sa, i siriani qui in Libano sono sunniti e rappresentano un potenziale elemento di mutamento degli equilibri demografici. La crescita della presenza sunnita bilancia quella sciita e dunque quella di Hezbollah, che è il vero obiettivo che gli Stati Uniti vogliono colpire.

E per quanto riguarda la Siria?

Gli Stati Uniti stanno facendo pressione sul governo libanese perché non si accordi con quello siriano per il rimpatrio dei profughi. Finché i profughi rimangono fuori dalla Siria sono uno strumento di pressione verso il governo di Damasco, soprattutto in vista di possibili summit internazionali in cui si negozi la pace. Probabilmente finché la guerra siriana sarà in corso gli Stati Uniti non avranno interesse a permetterne il rimpatrio.

Durante la guerra Hamas ha lasciato la Siria e molti dei vostri militanti hanno aderito all’opposizione. Sareste pronti a riaprire il dialogo con Damasco, anche alla luce del fatto che molti profughi siriani in Libano sono palestinesi figli della diaspora?

Non posso rispondere a questa domanda perché ci sono degli sviluppi in corso. Quello che posso dire è che è nostro interesse aiutare i palestinesi rimasti in Siria. Prima della guerra erano centinaia di migliaia, mentre oggi ne rimane solo qualche migliaio che vive in condizioni difficili e senza potere decisionale.

Hamas è una branca dei Fratelli Musulmani, la cui ideologia è stata accusata di essere l’anticamera che conduce all’estremismo e al terrorismo. Come risponde a questa accusa?

Rispondo dicendo che Hamas lotta prima di tutto per la libertà di tutto il popolo palestinese senza fare distinzioni politiche o religiose. La nostra ideologia non conduce al terrorismo ma lo contrasta dal punto di vista prima di tutto dottrinale. All’interno dei campi abbiamo avuto un ruolo di dialogo con chi ha un’ideologia integralista che molte persone hanno abbandonato dopo avere parlato con noi. Ciò mostra come la nostra sia un’ideologia moderata che allontana le persone dal terrorismo. D’altra parte come potremmo essere degli estremisti se abbiamo rapporti con tutte le fazioni palestinesi, dai laici ai comunisti? La lotta contro il terrorismo è prima di tutto culturale anche se in certi casi è inevitabile usare la forza.

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