Iranofobia come prodotto mass-mediatico e sociale in un clima di repressione informatica

Di L.P. – 3 aprile 2020. Mi rendo conto che al giorno d’oggi divulgare notizie non è per niente facile. È come andare in guerra perché ti devi scontrare con notizie vere, notizie false, notizie che vengono ritenute vere, notizie che vengono ritenute false, notizie vere che vengono dichiarate false e notizie false che vengono considerate vere. Fa parte di quell’evento che molti di noi hanno chiamato “democraticizzazione del dibattito” in cui c’è tutto e il contrario di tutto e viene lasciato il compito ai lettori di giudicare criticamente. Se con le dittature l’informazione era unica e la verità non si sapeva mai, oggi la verità c’è ma è immersa in una miscellanea di informazioni false e falsate.

Il problema è che alla gente non si è mai dato lo strumento per apprendere le notizie con senso critico e ciò rende molto difficile la capacità di orientarsi. In tempi di coronavirus ho come l’impressione che si stia vivendo, più di prima, un clima di Far West informatico in cui i “detentori della verità” del mainstream stiano facendo veramente un tabula rasa di tutti coloro che cercano di dare uno sguardo altro sul mondo contro le costruzioni farlocche dei “nemici necessari” e contro la redutio ad Hitlerum di tutti quei paesi non allineati che non condividono il nostro stesso modello di sviluppo e la nostra stessa democrazia. Questa tabula rasa viene applicata in modo subdolo a livello mediatico per poi concretizzarsi realmente in dispositivi retorici, usate dalla gente contro la gente. Magicamente tutti diventano competenti e persone che non hanno mai sentito parlare di un argomento, pretendendo di aver ragione sulla base di quello che gli è stato detto da terzi che, quasi sempre, hanno delle qualità come “è del mestiere”, “è competente”, “in quel luogo è nato e quindi sanno come funziona”. Purtroppo non è proprio così perché il ruolo dell’informazione non è quello di porre la fiducia su qualcuno traendo notizie, ma piuttosto di eseguire al meglio quel mestiere prendendo in considerazioni moltissimi fattori. Per questo motivo il luogo geografico di nascita non è una insindacabile fonte naturale di informazioni, perché altrimenti tutti i 60 milioni di autoctoni italiani dovrebbero avere la stessa opinione su tutto ciò che succede in Italia, ma non è così.

Purtroppo il metodo “me l’ha detto mio cugino” non è una caratteristica esclusivamente nostra, ma esiste in tutte le realtà. Per spiegarvi meglio questo clima moralistico, dove la censura e l’additamento è più facile di un processo, prendo per esempio ciò che sta succedendo in Iran durante l’epidemia di coronavirus. Se da un lato i nostri media ci raccontano di quanto sia in difficoltà emergenziale, dall’altro lato non ci danno le notizie positive provenienti da questi paesi. Infatti, l’ormai definito da decenni Stato Canaglia, ha previsto gli arresti domiciliari per 70mila detenuti per limitare la diffusione del virus, ha convertito un centro commerciale in un ospedale da 2mila posti in meno di una settimana e ha elaborato un kit molto efficace nell’identificazione dei malati. Ovviamente tutto ciò nonostante le sanzioni economiche imposte dagli USA che continuano ad impoverire il paese colpendo fortemente l’economia e impedendo la garanzia del welfare state.

Anche qua è subito scattato il meccanismo di demonizzazione immediata da parte di benpensanti e perbenisti sia autoctoni sia occidentali che hanno dato il meglio di loro nello sparare sentenze su ciò che accade in Iran. Alcuni si sono scatenati sui social nel vedere la notizia sulla fabbricazione di un kit efficace, additando la notizia come “fake news”, poiché “amici iraniani” gli hanno riferito che la testata iraniana online che ha diffuso la notizia è molto vicina al Partito di Rouhani. Peccato che la stessa notizia l’abbiano data anche moltissime altre testate online come Tasnim, Iran front Peace, Teheran Times, Mehr, Ifp, Iran Daily e anche Bloomberg. Queste sono tutte testate che moltissimi giornalisti di inchiesta, freelance, e inviati speciali consultano comunemente per attingere informazioni estere e riguardanti l’Iran. Non solo, anche PressTV, ovvero l’equivalente della Rai in Iran, ha dato la notizia di questa scoperta fatta dall’Institute Pasteur of Teheran, il quale a sua volta ha riportato la scoperta sul suo sito ipotizzando anche di condividere le loro scoperte con i paesi vicini sotto la supervisione dell’OMS. Forse qualche benpensante ritiene che non dovremmo credere neanche a PressTV per il motivo che è un mass media iraniano e, forse, ci vorrebbe far credere che le notizie ufficiali sull’Iran potremmo solo trovarle sui media occidentali. Con quale logica? Da quando le notizie ufficiali italiane si possono apprendere sui media esteri?

È assurdo definire “fake news” una notizia solo perché riportata da una testata pro-ayatollah, ovvero ParsToday. Sappiamo benissimo che ParsToday è legata al governo iraniano e da lei non potranno mai arrivare critiche, ma non per questo tutto ciò che pubblica è falso. Una testata italiana come Il Giornale, che personalmente ritengo perfettamente integrato nello status quo e responsabile di disinformazione islamofobica e razzista, è di proprietà della famiglia Berlusconi e per questo ha sempre esaltato la figura del Cavaliere e del premier di Silvio Berlusconi. Ha sempre espresso posizioni liberali e conservatrici di centro-destra in sostegno a Confindustria e dalla parte del potere costituito senza mai criticarlo, ma questo non esclude il fatto che possa pubblicare vere notizie di cronaca.

Ritornando a noi, l’additare come “fake news” un qualcosa che non si conosce, ma che si pretende orgogliosamente di conoscere senza basi è un problema stratificato culturale che permea l’Occidente. L’Institut Pasteur è un centro di ricerca biomedica francese di fama internazionale che si distingue in molte discipline con 133 unità di ricerca a Parigi, con 32 istituti nel mondo (tra cui Teheran) e che ha dato alla luce 10 Premi Nobel. I suoi studi si basano decifrando i meccanismi fondamentali degli organismi viventi, contribuendo al progresso delle conoscenze che portano ad applicazioni mediche all’avanguardia, migliorando in definitiva la salute pubblica.

La manipolazione mediatica ha insediato nelle nostre menti l’idea che paesi come l’Iran queste scoperte non le possano fare e che siano talmente in difficoltà e che non abbiano le forze per sorreggere tutto questo. La visione che abbiamo dell’Iran, come di altri paesi mediorientali, è una visione pauperistica fatta di governi oppressori e di popoli che urlano con grida strazianti aiuto all’Occidente per salvarli, ma queste sono forme coloniali che non hanno nulla di reale, poiché la realtà è molto più complessa. I mass media fanno di tutto per convincerci che la Repubblica Islamica dell’Iran sia un pericolo per l’umanità, un baluardo dell’antisemitismo, impegnata a pianificare la possibile distruzione di Israele attraverso l’utilizzo della bomba atomica. Si tratta di una evidente menzogna per fini propagandistici che in questi giorni, si è fatta sempre più martellante.

Il nostro acconsentire acriticamente a questa immagine come ascoltatori di notizie ci porta considerare questi paesi come paesi allo sfascio senza alcun approfondimento. In queste condizioni, quale può essere il futuro di un’informazione che si basi su ciò che succede veramente in uno stato sovrano come l’Iran senza paragoni? Come può l’informazione riavere una funzione pedagogica, smontando, e non alimentando, quelle nozioni interiorizzate nella gente che gli permette di immagina l’Iran solo come stato teocratico oppressivo?

Per l’Iran la cultura persiana è identitaria, la teocrazia clericale autoritaria come forma di governo è una realtà, l’Islam è certamente la religione di Stato per la quale chi si vuole convertire si può convertire solo all’Islam, ma c’è grande rispetto per il cristianesimo, per l’ebraismo, per gli zoroastriani e anche per la minoranza musulmana. E’ vero dalla Rivoluzione Islamica di Khomeini le donne si vestono velate con il chador e che la discriminazioni di genere esiste ancora, ma anche vero che il soggetto femminile è importantissimo per l’Iran di oggi e che il 60% degli studenti iraniani sono donne. Prima del 1979, con il regime dello Shah, le donne erano segregate in casa e solo sulla carta potevano frequentare le università ed andare al lavoro anche se la cultura pesava moltissimo su di loro. Dagli anni 70 è nato anche il movimento delle donne e il femminismo islamico.

Se si iniziasse a parlare dell’Iran per quello che è e non per quello che vogliamo sentirci dire, forse potremmo cambiare idea. Se iniziassimo a parlarne dell’Iran come un paese diverso sicuramente dagli altri, con il suo conflitto sociale, con la sua politica interna e la sua politica estera, con le sue mancanze, con i suoi punti deboli e con i suoi lati positivi e negativi forse potremmo liberarci della retorica iranofobica ed attraverso la conoscenza, scoprirlo più approfonditamente.

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