Isis: il progetto di rifare la Siria e l’Iraq

Crescent-online.net. Di Ayesha Alam. L’Isis non ha nulla a che vedere con l’Islam. E’ stato costruito da Stati Uniti, la Nato e i suoi alleati della regione per ridisegnare la mappa del Medio Oriente cominciando da Siria e Iraq.
Il macabro video che mostra la decapitazione del giornalista James Foley per mano dell’Isis ha incendiato i media Usa, suscitando ciò che il genocidio di centinaia di migliaia di siriani e iracheni non ha provocato. Il pubblico americano è quantomeno adirato. Le maggiori fonti di informazione quali Cnn, Abc, Fox News e i maggiori quotidiani fanno a gara per esporre al pubblico le opinioni del Pentagono. Non si tratta di aria fritta: le emozioni e l’immaginario del pubblico si intrecciano nel ridare forma all’est musulmano.
Consideriamo questo campione: «Sono più di un gruppo terrorista», ha dichiarato il segretario della Difesa Usa Chuck Hagel. «Ciò è più di quanto si sia mai visto, dobbiamo essere pronti a tutto». E il segretario di Stato John Kerry ha definito l’Isis «un male inspiegabile, nichilista e senza valori».
La Cnn paragona nettamente l’Isis con la memoria americana di Osama bin Laden e la legge della Shariah – mentre l’isteria si diffonde, con l’Isis, negli Usa. Presentando Abu Bakr al-Baghdadi, Anderson Cooper lo definisce «più pericoloso di Osama bin Laden». Cooper, poi, dice, in maniera azzeccata, che al-Baghdadi (vero nome Samarrai) è un discendente del profeta dell’Islam, e che l’Isis vuole imporre la legge della Shariah e tenere pubbliche fustigazioni: un vero ritorno al Medioevo.
Dobbiamo guardare alla storia. La crescita dell’Isis è un’intensificazione della «strategia dei Talebani», che gli Usa inizialmente svilupparono in America Centrale negli anni 1970, e che poi perfezionarono in Afghanistan dal 1980 in poi. Questa strategia è la creazione di di squadroni della morte finanziati e armati dalla Cia che vengono sguinzagliati per terrorizzare la popolazione locale e per destabilizzare il Paese, per farlo cadere nelle mani dei colonizzatori come un frutto maturo.
Come rivelano fonti di informazione quali Antiwar, l’Isis ha permesso al governo degli Stati Uniti di rivendere la guerra a un pubblico americano stanco di essa. In un articolo del 21 agosto 2014 per Antiwar.com, Jason Ditz scrisse: «Il presidente Obama e il segretario di Stato John Kerry hanno già spiegato ieri che schiacceranno l’Isis militarmente, con una guerra senza scadenza in Iraq e in Siria». Egli nota che, sebbene molti funzionari non lo ammettano pubblicamente, c’è il desiderio di gettare le basi per una escalation militare finale.

La tragica morte di James Foley e la conseguente isteria dei media sull’Isis conseguono un altro risultato. Distraggono l’attenzione da un’altra morte tragica – la morte di Michael Brown a Ferguson, Missouri, per mano di un poliziotto bianco pesantemente armato. Mentre l’America assisteva inorridita alle forze di polizia armate di fucili, mazze e lacrimogeni davanti ai cittadini americani in protesta, l’immagine di Ferguson si fondeva con le immagini del genocidio israeliano a Gaza. Il risultato è stato un’ondata di proteste sociali per la distruzione di libertà civili sancite dalla costituzione che ha invaso l’opinione pubblica. Ma l’Isis, e la «carta musulmana» nuovamente proposta dai media, hanno seppellito quel sentimento, pompando paura per far aumentare l’appoggio alle stesse politiche di «guerra al terrore» che hanno causato, in definitiva, la morte di Michael Brown a casa sua.

Ora la paura prevale su una vasta, globale area geografica. L’Isis ha preso il controllo del territorio a cavallo tra Siria e Iraq, comprese molte importanti città. Un rapporto di Fox News del 21 agosto 2014 ha paventato il dirottamento dell’economia internazionale da parte dell’Isis con la conquista dei pozzi di petrolio iracheni. L’informazione ha correttamente osservato che l’Isis controlla, al momento, 7 pozzi di petrolio e 2 piccole raffinerie nel nord dell’Iraq, ricavandone 2 milioni di dollari al giorno con la vendita di 40 mila barili tramite intermediari al mercato nero. E, una nota di Denise Natali, ricercatrice presso l’Istituto nazionale di studi strategici, afferma che «a meno che non si interrompano le entrate dell’organizzazione, e che l’area riprenda il controllo di tali entrate, l’organizzazione continuerà a crescere».

Di fatto, molti articoli indicano che i finanziamenti all’Isis fanno risalire all’Arabia Saudita e ai regni degli sceicchi della costa occidentale del Golfo persico, che forniscono fondi e addestramento per gli omicidi di massa di questa squadra della morte. I pozzi di petrolio sauditi hanno appoggiato i campi di sterminio dei talebani e di al-Qa’ida in Afghanistan e Pakistan, ma l’Isis ha superato i suoi predecessori. La conquista di Mosul e di altre città ricche di petrolio dell’Iraq orientale li ha resi autosufficienti: è davvero «il gruppo militante più ricco del mondo», come sostenuto dalla Bbc in un articolo pubblicato online il 2 agosto 2014. Mentre i massacri dell’Isis indeboliscono la Siria e l’Iraq, infiammando le tensioni settarie in un mondo un tempo pluralista, viene dato agli Stati Uniti il pretesto di ritornare con il suo esercito a rioccupare i territori.

La saga dell’Isis in Siria e in Iraq è già stata messa nero su bianco – diverse mappe militari dell’esercito Usa della regione, compreso l’Armed Forces Journal, nel 2006, propongono una Siria divisa, e un Iraq spezzettato in tre parti: uno Stato sunnita, uno sciita e uno curdo. Il tracciato di un tale schema geopolitico macchiato di sangue è il Piano Yinon, sviluppato da Oded Yinon, un giornalista israeliano con collegamenti al ministero degli Esteri israeliano.

Il Piano Yinon è stato stampato in diverse sedi, e, fondamentalmente, invoca la dissoluzione dei Paesi musulmani nel Levante, Iraq e Nord Africa, modellati in piccole unità settarie che possano venir conquistate militarmente da Israele. Il risultato sarebbe l’Eretz Israel, la Grande Israele, il sogno originario di Theodor Herzl – un’Israele che si distende dall’Eufrate al Nilo, con una sfera di influenza su tutto il Nord Africa. Yinon descrive un mondo musulmano come un debole e instabile rattoppo lasciato dai colonizzatori – e cerca il modo di sfruttare le divisioni. Vale la pena citare due trafiletti del documento.
«Il mondo, le sue minoranze etniche, le sue fazioni e le sue crisi interne, sorprendentemente autodistruttive, come vediamo in Libano— e ora anche in Siria, non è capace di affrontare con successo i suoi problemi fondamentali e non costituisce, pertanto, una minaccia reale a lungo termine contro lo Stato di Israele, ma solo a breve termine, dove l’immediato potere militare può avere importanza. A lungo termine questo mondo non potrà più esistere entro il suo quadro attuale, nell’area che ci circonda, senza dover passare attraverso autentici cambiamenti rivoluzionari.

L’Iraq, ricco di petrolio da un lato e internamente instabile dall’altro, ha la garanzia di essere il candidato bersaglio di Israele. La sua dissoluzione è anche più importante per noi della dissoluzione della Siria. L’Iraq è più forte della Siria. A breve termine è l’Iraq a rappresentare la più grande minaccia per Israele. Una guerra Iraq-Iran distruggerebbe l’Iraq e lo renderebbe incapace di organizzare una battaglia ad ampio raggio contro di noi. Ogni tipo di confronto tra arabi ci assisterà, nel breve periodo, e abbrevierà la strada per il fine più importante di spezzare l’Iraq su basi confessionali, come la Siria e il Libano. In Iraq una divisione in provincie a base etnico/religiosa come nella Siria del periodo ottomano è possibile. Ci saranno 3 Stati intorno alle 3 città più grandi: Bosra, Baghdad e Mosul, e zone sciite a sud, separate dai sunniti e dai curdi del nord».
Yinon descrive l’instabilità del mondo arabo con soddisfazione, e prevede che le divisioni alla fine imploderanno a vantaggio di Israele. Ma il tessuto sociale pluralistico dell’oriente musulmano ha tenuto insieme i rattoppi post-coloniali del mondo musulmano – nonostante le esplosioni di violenza ripetute le minoranze hanno continuato a vivere in pace tra loro. Ci è voluta l’attiva riorganizzazione da parte del complesso militare-industriale Usa per infiammare il mondo musulmano a vantaggio della sicurezza di Israele.
Utilizzando l’Arabia Saudita e i regni del Golfo per finanziare ed equipaggiare i prigionieri, gli assassini, i rapitori e i prigionieri di guerra con armi e tafkirismo wahhabita, gli Stati Uniti eliminano le società dei Paesi musulmani facendovi proliferare gli affiliati di al-Qa’ida, uno più violento dell’altro. L’Isis è utilizzato per dividere la Siria e l’Iraq in Paesi settari, e per alimentare la «guerra al terrore» dentro gli Stati Uniti mantenendone i cittadini addormentati dinanzi all’erosione dei diritti civili.

Traduzione di Stefano Di Felice

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