Israele arresta 400 palestinesi a causa delle condivisioni su Facebook

FBNazareth-Quds Press. Aumenta il numero dei prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri dell’occupazione israeliana a causa di interventi sui social network, a partire dallo scoppio dell’intifada di Gerusalemme, nell’ottobre del 2015.Il numero dei palestinesi arrestati per le sole condivisioni su Facebook è salito infatti a 400.

Il quotidiano israeliano Haaretz ha affermato, in data 16 aprile, che “i servizi segreti israeliani hanno lavorato per sviluppare una banca dati sui palestinesi e sulle loro dichiarazioni sui social network”.

Il giornale ha chiarito come “le condivisioni e i commenti dei palestinesi siano archiviati automaticamente, mentre il sistema monitora tutte le persone che condividono o commentano espressioni che indicano l’intenzione futura di compiere operazioni contro obiettivi israeliani”, mostrando che lo scopo di queste misure è quello di “ridurre il verificarsi di attacchi”.

Il quotidiano aggiunge che “questo è un metodo collaudato nel classificare i dati sugli attivisti che compiono operazioni, inserendo tali persone in un circuito controllato e arrestando parte di esse, in collaborazione con l’Autorità, per impedire loro di compiere le aggressioni”.

Haaretz rivela come l’organizzazione della sicurezza israeliana abbia monitorato con questo sistema 2.200 palestinesi durante lo scorso anno, e, dopo un esame approfondito, ne abbia arrestati 400, sulla base dei sospetti, da parte dei servizi segreti Shabak, che potessero compiere attentati. Alcuni di loro hanno subito un arresto amministrativo, senza alcun chiarimento sulla natura delle accuse a loro carico.

Il giornale dichiara che “l’organizzazione della sicurezza israeliana ha consegnato una lista con i nomi di altri 400 palestinesi ai servizi dell’Autorità palestinese, che ha proceduto al loro arresto”.

Il quotidiano riferisce le dichiarazioni di un funzionario della sicurezza israeliana, che ha affermato “che il calo delle aggressioni palestinesi è dovuto alle attività dell’esercito e al rafforzamento dell’idea, nei palestinesi, che i loro attacchi non abbiano ottenuto alcun successo a livello politico. A ciò si aggiungono l’attività dei servizi segreti palestinesi volta a impedire l’esecuzione di attentati e quella dei servizi israeliani che monitorano i social network cercando di identificare precocemente i responsabili dei singoli attacchi”.

Il giornale ha ventilato la possibilità di un ritorno di attacchi palestinesi per diversi motivi, fra i quali una nuova crisi politica, la ripresa della lotta per la successione del presidente palestinese Mahmud Abbas, o il verificarsi di un avvenimento di natura religiosa che potrebbe infiammare la regione in modo drammatico.

Traduzione di Federica Pistono

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