Israele è in ansia perché l’omicidio di George Floyd sta riaccendendo la domanda globale di giustizia

MEMO. Di Iqab Jassat. L’attuale ondata di proteste che sta attraversando tutta l’America, provocata dal brutale omicidio di George Floyd da parte di un agente di polizia bianco, rappresenta una minaccia all’esistenza di Israele? Spero di sì.

Tuttavia, per quanto possa risultare sorprendente, i propagandisti e difensori di Israele sono rimasti scioccati nello “scoprire” all’improvviso che le analogie tra il razzismo strutturale americano contro i suoi cittadini neri e la violenta negazione dei diritti umani per i Palestinesi da parte del regime coloniale sono lampanti, ben evidenti e reali.

Per ironia della sorte, lo “choc e il timore” di essere paragonati alla realtà della diffusa discriminazione sistematica contro i neri che rispecchia l’immoralità del razzismo intrinseco del sionismo, ha portato i difensori di Israele a diffamare il movimento #BlackLivesMatter. L’assurdità del tentativo di diffamare e screditare i manifestanti come “saccheggiatori violenti” è assolutamente in malafede e mostra un’ingenuità che si riflette nell’incapacità di riconoscere, sia da parte dell’amministrazione Trump che del regime israeliano di destra, che la repressione e la negazione dei diritti non saranno più tollerati.

Il rifiuto di Trump di riconoscere gli agenti di polizia e le Guardie Nazionali responsabili per la loro ordinaria e quasi casuale brutalità ricorda gli ultimi sussulti dei sovrani delle minoranze bianche nell’apartheid in Sudafrica. Alla fine, e con riluttanza, hanno dovuto fare i conti col fatto che il razzismo è ingiusto, immorale e soprattutto insostenibile.

E’ quindi abbastanza significativo che i difensori di Israele siano terrorizzati dall’intensità del movimento di protesta negli Stati Uniti che ha creato solidarietà in Europa e in altre parti del mondo. Le proteste stanno guadagnando terreno.

I lobbisti filo-israeliani si riferiscono in modo denigratorio alle richieste legittime avanzate dai manifestanti per l’uguaglianza e la giustizia, definendole come “caos”. Questo con lo scopo di nascondere il fatto che la resistenza all’oppressione, sia da parte dei neri in America che dei Palestinesi contro la brutale occupazione di Israele, sia del tutto legittima e giustificata.

Una dimensione dell’attuale situazione della quale le cheerleader israeliane sembrano del tutto insoddisfatte, è data da ciò su cui insiste Caroline Glick, cioè  “la radicalizzazione dei progressisti bianchi” e la minaccia che rappresenta per le relazioni USA-Israele. In un articolo apparso su Israel Hayom, Glick afferma che le proteste, che lei definisce “rivolte”, non sono “una conseguenza dell’aumento della brutalità della polizia nei confronti degli afroamericani”. Invece, contro tutte le prove portate alla luce dalle vittime nere del sistema sproporzionato di giustizia penale americana, la brutalità della polizia e il razzismo intrinseco a cui sono regolarmente sottoposti, Glick insiste sul fatto che “la violenza a cui stiamo assistendo é il risultato della rapida radicalizzazione degli americani bianchi progressisti”.

Anche se è vero che un numero considerevole di bianchi in America sia estremamente esasperato dallo status quo e per questo si stia riunendo al fianco dei suoi concittadini neri in solidarietà, è alquanto disonesto sostenere che l’omicidio spietato di George Floyd sia insignificante.

Incredibilmente, ma non sorprendentemente come fanno i propagandisti israeliani, continua poi descrivendo #BlackLivesMatter come un “gruppo radicale” e “antisemita”. Tali accuse sono finalizzate a screditare il legittimo movimento di protesta le cui azioni hanno chiaramente scosso Trump ed il suo amico Benjamin Netanyahu, ma che, nonostante tutto, hanno anche ispirato molti altri in tutto il mondo.

Israele confida nello screditare e calunniare coloro che criticano le sue politiche sull’apartheid, ma, nonostante la risposta inadeguata di Trump, non si può negare che il mondo abbia gridato all’orrore quando il video del collo di George Floyd immobilizzato a terra dal ginocchio di un assassino in uniforme della polizia é divenuto virale. Tale brutalità da parte di un ufficiale delle forze dell’ordine non avrebbe sorpreso molti israeliani e, ovviamente, i Palestinesi. Dopotutto, questa brutalità è all’ordine del giorno nei territori palestinesi occupati. Quindi, la solidarietà espressa con le bandiere di protesta per le vittime palestinesi delle ginocchia israeliane sul collo e le brutali uccisioni, aiutate e incoraggiate dal sostegno degli Stati Uniti allo stato sionista, erano prevedibili. Allo stesso modo, i Palestinesi appoggiano #BlackLivesMatter.

Questa solidarietà ha alimentato il movimento anti-apartheid contro il dominio delle minoranze bianche in Sudafrica, come del resto diffonderà il sostegno alla campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni contro l’apartheid di Israele. Era inevitabile che il movimento di protesta in America e nel resto del mondo trovasse un terreno comune con le richieste palestinesi di giustizia.

Il regalo di miliardi di dollari fatto ad Israele da parte dell’amministrazione Trump, con aiuti militari e con la falsa legittimità dei suoi insediamenti ebraici, l’occupazione e l’annessione della Palestina sono ora messi in pericolo. Ecco perché Israele é particolarmente nervoso dopo l’uccisione di George Floyd da parte di un ufficiale di polizia americano. Ci saranno davvero delle conseguenze.

Traduzione per InfoPal di Aisha T. Bravi

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