Israele ed El Salvador: l’amore al tempo del genocidio

MEE. Di Belen Fernandez. (Da InvictaPalestina.org). Nel gennaio 2016, il sito di notizie israeliano Ynet riferì che El Salvador stava minacciando di chiudere la sua ambasciata a Tel Aviv e di trasferirla a Ramallah, nella Cisgiordania occupata.

La minaccia di trasferimento non aveva nulla a che fare con la solidarietà con la Palestina; secondo Ynet, i salvadoregni erano semplicemente furiosi riguardo al fatto che Israele avesse deciso di ridurre i costi chiudendo la sua ambasciata a San Salvador e stavano pertanto  minacciando ritorsioni.

El Salvador negò la notizia e l’ambasciata rimase a Tel Aviv dove, si ricorda, era stata spostata da Gerusalemme solo un decennio prima. In effetti, per un breve periodo nel 2006, El Salvador è stato l’unico Paese al mondo con un’ambasciata a Gerusalemme. Si potrebbe chiamarlo un pre- trumpismo prima di Trump.

Un grave problema.

Gli israeliani probabilmente avevano ragione nel valutare che in effetti non avevano bisogno di una presenza diplomatica in El Salvador, dal momento che hanno praticamente il Paese ” in tasca”. ( Che fortuna, che l’ex sito web dell’ambasciata sia  ancora attivo e vanti un video educativo in spagnolo su importanti risultati israeliani, come il divieto sull’uso di “modelle sottopeso”! I Gazawi sottopeso, invece, sembrano andare bene, come  vanno bene i regolari massacri dei militari israeliani di civili palestinesi.)

Io stessa sono attualmente a San Salvador, e posso tranquillamente dire che, quando inizi a vedere le stelle di David ovunque e persino i parabrezza dei furgoni della farmacia decorati con slogan come “l’Onnipotente è di Israele” – in un Paese con una popolazione ebraica stimata in 150 individui – sai che sei in un posto con un grave problema.

 Nel 1947 San Salvador si astenne dal voto ONU sulla partizione della Palestina, e tuttavia  fu il primo dei Paesi astenuti a riconoscere Israele

Tutto ciò è particolarmente ironico data la considerevole comunità palestinese in El Salvador, per lo più immigrati da Betlemme che hanno iniziato ad arrivare alla fine del XIX secolo. Ora, ci sono più palestinesi in El Salvador che nella stessa Betlemme, incluso il nuovo presidente del Paese, Nayib Bukele, un personaggio decisamente nauseabondo che pensa che il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump sia “molto simpatico e piacevole”, nonostante Trump abbia definito El Salvador come ” un Paese di merda”.

Nel febbraio 2018, Bukele, allora sindaco di San Salvador, si recò in Israele con un viaggio sponsorizzato dal governo israeliano per partecipare a una conferenza sulla “sicurezza” e altre questioni. Lì, si fece fotografare con l’allora sindaco di Gerusalemme Nir Barkat del partito di ultra-destra Likud, e trovò il modo di sollecitare le corde del cuore dei social media.

Una storia d’amore lunga decenni.

Ma la storia d’amore salvadoregna-israeliana  dura da decenni. Mentre El Salvador non ha raggiunto lo stesso livello estremo di  “leccaculismo” di altre nazioni minuscole, come Palau, in termini di voti alle Nazioni Unite a sostegno della barbarie israeliana, spesso si astiene convenientemente dal voto. Così come nel 1947 si astenne dal voto delle Nazioni Unite  sulla partizione, essendo però poi il primo dei Paesi astenuti a riconoscere Israele.

Israele ha  da parte sua un debole per El Salvador a causa di Jose Arturo Castellanos, un diplomatico salvadoregno che  in Europa  salvò migliaia di ebrei durante la seconda guerra mondiale fornendo loro certificati di cittadinanza salvadoregna.

Questo, per inciso, avvenne durante la dittatura del salvadoregno generale Maximiliano Hernandez Martinez,  che fece assassinare migliaia di contadini indigeni salvadoregni, vittime storiche del furto della terra e di una brutale oppressione da parte della classe dirigente del Paese.

In altre parole,  una storia che sarebbe  presto suonata fin troppo familiare ai palestinesi.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il Presidente salvadoregno Nayib Bukele si incontrano a New York il 25 settembre (AFP)

Secondo Haaretz, la storia del grande salvataggio di Castellanos  venne alla luce solo nel 1974, quando El Salvador “ospitò un concorso di bellezza” e uno dei giudici, lo scrittore Leon Uris,  chiese di incontrare l’ex diplomatico. In realtà, l’anno era il 1975 e il concorso di bellezza era il concorso di Miss Universo –  il cui svolgimento costituì un  motivo per l’ennesimo spargimento di sangue.

Come ex corrispondente del New York Times, racconta  Raymond Bonner nel suo libro “Weakness and Deceit: America and El Salvador’s Dirty War”, le manifestazioni contro la decisione del governo di sprecare almeno 1 milione di dollari  nell’organizzazione  del concorso in un Paese dove la povertà e le diseguaglianze erano enormi, furono ferocemente represse. Poi, “quando 3000 studenti marciarono per le strade della capitale per protestare contro la repressione … i soldati spararono contro di loro con mitragliatrici e fucili automatici, uccidendone almeno 12”.

Politiche di “Terra bruciata”

Il che ci porta al ruolo di Israele nelle forze armare di destra in El Salvador. Un recente video di Al Jazeera ci ricorda che, dal 1975 al 1979 , il periodo precedente alla guerra civile salvadoregna durata 12 anni , “l’83% delle importazioni militari di El Salvador proveniva da Israele”.

Inoltre, gli israeliani “hanno addestrato ANSESAL, la polizia segreta che avrebbe gettato le basi per gli squadroni della morte” durante la guerra – guerra durante la quale morirono almeno 75.000 persone. La stragrande maggioranza delle violenze letali  furono commesse dallo Stato  alleato con gruppi paramilitari e squadroni della morte.

Nel suo rapporto intitolato ““Israel’s Worldwide Role in Repression””, la Rete Antisionista Ebraica Internazionale documenta come Israele non solo abbia fornito addestramento di armi e  di tecniche antinsurrezionali alla folle destra salvadoregna, ma abbia anche “aiutato a pianificare e attuare politiche di ” terra bruciata “” .

La Federazione Nazionale del Lavoro di Israele, nel frattempo, collaborò con la CIA e AFL-CIO “per minare le  cooperative rurali”. Naturalmente, a El Salvador gran parte del terrorismo di destra in tempo di guerra  fu reso possibile dal BFF di Israele e dagli Stati Uniti.

Allora, perché El Salvador è afflitto da un tale livello di Israelophilia – soprattutto alla luce del significativo numero di  popolazione palestinese?

Gran parte delle manifestazioni popolari di  simpatia, come i furgoni della farmacia “L’Onnipotente è di Israele” – hanno ovviamente a che fare con motivi religioso-biblici e non politici. Ma il problema è che, quando si tratta di uno Stato genocida come Israele, nulla è apolitico.

Un altro fattore da considerare è che molti degli immigrati palestinesi a El Salvador appartengono alle alte sfere della società. Adrienne Pine, antropologa della American University di Washington ed esperta in America Latina,  mi ha fatto notare che le élite palestinesi centroamericane hanno un “lungo e complesso rapporto con Israele”. Come palestinesi, ha detto, “hanno resistito al fianco delle loro comunità ancestrali nella lotta per la liberazione e per porre fine all’apartheid israeliano”.

Ma “come capitalisti”, ha continuato, “hanno – come le loro controparti di élites non-palestinesi – visto il chiaro vantaggio di allearsi con Israele nel campo della formazione e nell’approvvigionamento di forze di sicurezza per contribuire ad attuare politiche neoliberiste drammaticamente impopolari nella loro nuova casa”.

Da Piazza Palestina a Piazza Israele.

A dire il vero, la Palestina ha una presenza, almeno ornamentale, in El Salvador. L’altro giorno nella capitale sono andato a visitare Piazza Yasser Arafat, che è stata un po’ difficile da individuare perché definirla “piazza” è un’esagerazione; potrebbe essere stata più correttamente chiamata “Busto casuale di Yasser Arafat lungo la strada “.

C’è anche una Piazza Palestina, un club arabo salvadoregno e un’ambasciata palestinese. Certo, nessuno con cui ho parlato nelle vicinanze di Piazza Yasser Arafat sapeva chi fosse Yasser Arafat.

Misericordiosamente, non tutti rimangono sotto l’incantesimo sionista

Non lontano da Piazza Palestina, tuttavia, si trova Piazza Israele e nella città salvadoregna di San Miguel, non c’è solo una Piazza Israele, ma anche un Viale Menachem Begin, l’ex primo ministro israeliano che ha supervisionato, tra le innumerevoli altre attività nefaste, l’invasione del Libano del 1982 durante la quale restarono uccisi 20.000 tra libanesi e palestinesi, la maggior parte civili. E poi ci sono quei furgoni  delle farmacie – e tutte le altre miriadi di superfici adornate con simbolismi incentrati su Israele.

Misericordiosamente, non tutti rimangono sotto l’incantesimo sionista. Una donna salvadoregna mi ha raccontato di come sua madre fosse andata in pellegrinaggio religioso in Israele senza idee politiche preconcette, solo per  rimanere inorridita dal trattamento  riservato ai palestinesi e di essere entrata in una sorta di crisi esistenziale.

Ma questo tipo di risveglio sembra essere l’eccezione che conferma la regola. Pensando a questo minuscolo Paese centroamericano che continua ad essere sedotto da un minuscolo Paese dell’apartheid dall’altra parte del mondo,  mi sovviene una  frase dell’anarchico russo del XIX secolo Mikhail Bakunin: “Attenzione ai piccoli Stati”.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Belen Fernandez è l’autrice di “Exile: Rejecting America and Finding the World e The Imperial Messenger: Thomas Friedman at Work”. È collaboratrice della rivista Jacobin.

Traduzione per InvictaPalestina.org di Grazia Parolari.

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