La colomba liberata e i prigionieri palestinesi nelle carceri di Israele

PalscholarsFu'ad Khoffash, direttore del sito Internet “Ahrar” (Liberi), ha raccontato le vicende per la liberazione di una colomba, impresa nella quale si sono cimentati i detenuti palestinesi nella prigione israeliana di 'Ofer. 

“Chi non è mai stato privato della propria libertà, non è in grado di conoscerne e apprezzarne il valore, chiunque non è mai stato privato della luce del sole, non ne conosce il prezzo. E i nostri prigionieri, confinati nel buio dietro le grate di una cella, conoscono bene il valore della libertà”. 

Questa è la storia di una colomba rimasta intrappolata con la zampa tra i cavi elettrici su una delle tende della prigione israeliana 'Ofer dove sono detenuti i prigionieri palestinesi. 

La zampa del volatile si era incastrata e non riusciva più a volare. La colomba così aveva preso a sbattere le ali nel tentativo di liberarsi e fuggire, ma prova e riprova, ogni tentativo era fallito ogni volta. Stanca degli sforzi, sembrava che la colomba si fosse arresa a un destino crudele, e là restava intrappolata tra i fili elettrici. 

Mentre accadeva questo, da sotto, i prigionieri palestinesi assistevano alla scena. Instancabilmente, la colomba si agitava per riappropriarsi della libertà. Quanto più la guardavano, tanto più i prigionieri si rendevano conto che il cavo che la bloccava era molto più resistente di quanto non fossero i suoi sforzi. 

Falliti i nuovi tentativi, il volatile si era fermato quasi a riprendere fiato per poi riprovarci e intanto i prigionieri sotto la tenda erano sempre più numerosi di fronte ai disperati tentativi della colomba di liberarsi. 

Senza proferire parola, il prigioniero Hani si era rivolto in direzione del compagno Samih mentre si dirigeva verso la tenda usata per le pulizie. Al suo interno, Samih aveva preso del nastro adesivo e dei bastoni di legno di quelli usati per spazzare il pavimento. Mentre il detenuto era impegnato a legarli con il nastro, veniva raggiunto dal prigioniero Abu al-Khayr. Questo avrebbe voluto fare la sua parte donando la propria lama usata per radersi la barba. Avrebbero potuto fissarla sul vertice del bastone così allungato e tentare di tagliare i fili tra i quali la colomba restava intrappolata. Per Abu al-Khayr si trattava di qualcosa di più di un semplice gesto, il regolamento interno alla prigione israeliana, infatti, non gli avrebbe permesso di averne un'altra prima di due settimane. 

Che idea! I prigionieri sembravano entusiasti e tutti avevano preso a fare qualcosa per contribuire alla liberazione dell'uccello. Per la colomba, ogni istante in più voleva dire restare più a lungo in “cella”. 

Al primo tentativo, però, i prigionieri si erano resi conto che il bastone non era ancora sufficientemente lungo per raggiungere i fili e tagliarli, così si erano adoperati in cerca di altri attrezzi per allungarlo ancora. In gruppo, si erano rivolti ai compagni di un'altra sezione, con i quali è usuale scambiarsi favori, ma anche il bastone donato da questi non era stato utile all'impresa. 

Hani, allora, aveva proposto ai compagni di sollevare Samih sulle spalle. 

Intanto, dalla torre di controllo veniva lanciato l'allarme. “Vietato agitarsi o sporgersi” come stavano facendo i prigionieri palestinesi”. 

In uno scambio di battute in lingua ebraica con un soldato israeliano, uno dei prigionieri aveva detto al militare che la loro era una missione delicata, e gli aveva spiegato che una colomba era in pericolo di vita. Ma anche dopo questo, il soldato israeliano aveva replicato in ebraico “'asour”, ovvero “vietato”. 

Scoraggiati dall'ordine ricevuto dai soldati israeliani, i prigionieri allora si erano fermati in attesa di sentire cosa avrebbe deciso il loro capo. Tutti restavano in silenzio, poi, con un segnale degli occhi, avevano ricevuto il permesso di riprendere l'operazione per la liberazione della colomba. Dovevano farlo rapidamente. 

Sollevati dal responso, i prigionieri si erano rimessi all'opera e avevano spronato Samih a fare presto. Il detenuto avrebbe dovuto allungarsi e ogni volta che sfiorava la colomba, sembrava che il volatile temesse il peggio. Sembrava quasi che la colomba avesse paura che le intenzioni del detenuto non fossero di liberarla, ma di catturarla e mangiarla. La colomba ora lo fissava triste e, temendo di ferirla, il prigioniero aveva deciso di smontare la lama dalla punta del bastone. 

Mentre Samih era sospeso tra cielo terra, l'amministrazione penitenziaria era stata allertata e i prigionieri ora pregavano per la liberazione dell'uccello prima che sopraggiungessero i soldati. Ogni istante era decisivo per la sua liberazione, ma sarebbe potuto essere anche fatale. 

“Se non fai presto ti lasceremo cadere”, gli avevano detto i compagni che tenevano Samih, mentre Abu al-Kher, sperava che la propria lama non andasse perduta. Poi, finalmente, Samih era riuscito a tagliare i fili che intrappolavano l'uccello. I prigionieri palestinesi avevano ridato la libertà alla colomba. 

Tutti, ora, si erano messi a urlare e ad applaudire eccitati dal senso di liberazione che avevano condiviso in quell'istante e, senza ancora far scendere Samih per terra, lo avevano portato da una parte all'altra del campo cantando “tir w 'ally ya hamam” (vola, e vola in alto, oh colomba). 

Ma la colomba non era fuggita del tutto. Da lì a poco era ritornata, fermandosi in cima alla torre. L'uccello ora guardava i prigionieri che la salutavano per poi tornare a volare verso il sole con le ali libere verso la libertà. 

Questa storia non è frutto dell'immaginazione, ma è un episodio reale che parla di eroi che restano in prigione. Ho appreso questa storia direttamente dai detenuti palestinesi nella prigione israeliana di 'Ofer. 

Quest'operazione è durata oltre due ore con la partecipazione di tutti i prigionieri. Essi avevano provato angoscia e tristezza nel trovare una colomba intrappolata. La storia è quindi reale come lo sono stati i sentimenti di ognuno dei prigionieri: dolore e tristezza, condivisione di un senso di ingiustizia e sentimento di sollievo per la sua liberazione. 

Da questo racconto emerge la grande umanità dei nostri connazionali, detenuti in condizioni tutt'altro che umane. I nostri prigionieri palestinesi sono privati della libertà, ma tutti ne conoscono il valore. Sono umani e hanno il senso della compassione. Il nostro desiderio è la loro liberazione. Essi devono essere restituiti ai propri cari e alla libertà”.

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