La ‘comunità civica internazionale’: il peggior incubo d’Israele si è manifestato con la Freedom Flotilla

AlJazeera.  L'attacco militare israeliano alla Flotilla partita per rompere l'assedio su Gaza, sferrato in piene acque internazionali a soli 65 km dalle coste di Gaza, ha rotto la barriera del silenzio imposta sull'assedio alla Striscia.

La giustificazione israeliana, di cattivo gusto, altro non fa che aggiungere offesa alle morti degli attivisti umanitari: “I nostri soldati sono stati linciati e quindi hanno dovuto sparare”.

Il giorno dopo, quindi, inizia la battaglia per il controllo sull'opinione pubblica, e per Israele l'offesa è la miglior difesa.

Quello che è accaduto l'hanno visto tutti: Israele attacca cittadini internazionali impegnati in una missione umanitaria in acque internazionali e determinati a non farsi arrestare da Israele.

Tutto questo non è solo “illegale”, ma serve a ignorare in pieno la legalità internazionale.

Il rapporto Goldstone già aveva decretato l'aggressione israeliana contro Gaza come un “crimine di guerra”, ma oggi tentare di difendere l'attacco israeliano contro civili internazionali in solidarietà al popolo palestinese rappresenta una sfida pericolosa per gli alleati di Israele.

Obama  riceve un sollievo quando il Primo Ministro israeliano Netanyahu annulla il suo viaggio a Washington, programmato proprio per oggi, e l'Unione Europea non è meno imbarazzata. Risale a pochi giorni fa l'ingresso di Israele tra i membri dell'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OECD). Dove collocare quella decisione, alla quale in molti, dalla “comunità civica internazionale”, avevano tentato di opporsi adducendone l'illegalità?

E dobbiamo aspettarci la fine dell'assedio illegale imposto a Gaza oppure è l'ennesimo show di indignazione e condanne svuotate dalle decisioni che effettivamente saranno adottate dalla comunità internazionale?

Sulla “comunità internazionale”

“Comunità internazionale” vuole dire molte cose e, nel contesto Israele-Palestina si traduce sul campo con tante parole e nulla di fatto, se non decenni di occupazione.

La comunità internazionale si mobilita quando gli alleati di Israele (USA ed i suoi alleati occidentali) lo decidono.

Mentre sono frequenti risoluzioni nei confronti del “pantano iracheno” o dello “stallo” creatosi nelle relazioni con l'Iran, tutte quelle che sarebbero invece decisive per i palestinesi vengono bloccate quando si cita la parola “Israele”.

L'emergenza di una “comunità civica internazionale” per riuscire a rompere davvero l'assedio imposto a Gaza trova quindi ragione d'essere proprio nell'incapacità di quella “comunità internazionale ufficiale”.

Con la Freedom Flotilla, la “comunità civica internazionale”, il peggior incubo d'Israele, è finalmente apparso e ad oggi per la Palestina si registrano successi superiori a quelli che interessarono l'apartheid in Sud Africa.

Sicurezza o arroganza?

Quello che è accaduto ieri [ancora in corso, dal momento che gli operatori umanitari si trovano in queste ore in stato di arresto, detenzione e vengono interrogati, ndr], non è più la solita “questione di sicurezza”, quanto il risultato di piani israeliani ben studiati ed organizzati preventivamente.

Questa volta, la partecipazione in massa dell'elemento turco e le scelte del governo della Turchia  (che precedono questa crisi tra Turchia ed Israele) potrebbero essere decisive.

Mentre gli Stati della Lega araba si sono autorelegati ad un ruolo di meri spettatori, la Turchia, che non regge sulle decisioni individuali, ma poggia sul consenso politico e dell'opinione pubblica, potrebbe essere ben più credibile dei consueti attori.

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